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Arriva Camilla

Camilla Semino Favro è una delle attrici più promettenti della nuova leva partita dal teatro e arrivata al cinema e alle serie tv: l’abbiamo incontrata

di Marco Villa

Camilla Semino Favro è una delle attrici più promettenti della nuova leva partita dal teatro e arrivata al cinema e alle serie tv: l’abbiamo incontrata

Parlatemi, altrimenti mi sento troppo a disagio”. Capelli sciolti, jeans e anfibi, Camilla Semino Favro è sotto le luci accese per il suo shooting e non nasconde un certo imbarazzo. Può sembrare strano, contando che dodici ore prima era sul palco del Franco Parenti di Milano e soprattutto che da dieci anni viaggia per i teatri di tutta Italia, passando da uno spettacolo all’altro e fermandosi solo per girare serie e film.

Cresciuta a Genova, diplomata alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano, Camilla è stata in spettacoli di ogni tipo, da Shakespeare a Dostoevskij, passando per gli autori contemporanei e arrivando a un ruolo di peso come quello di Eva, ragazza sieropositiva nella serie 1993 di Sky Atlantic e a una piccola parte in Mia madre di Nanni Moretti.

Quando inizia un discorso, sceglie le parole con cura, ma nel giro di un paio di frasi si fa prendere la mano, si appassiona a quello che sta dicendo e finisce per lasciare uscire la parte più istintiva. Rivendica con orgoglio l’appartenenza a una generazione di attori che è partita dalle scuole di teatro e ora è pronta a prendersi davvero la scena. Ma anche quella che dice che ha scelto il palcoscenico per passione, ma anche perché “a Genova il cinema non c’è, ma per fortuna c’è un meraviglioso Teatro Stabile

Partiamo dall’inizio: dopo l’Accademia, quali sono i primi passi per un’attrice?
Per i primi passi ti appoggi al teatro in cui ti sei diplomato, poi inizi cercando provini per pubblicità, teatro, cinema, tv. Negli anni inizi a capire qual è la tua specificità e quando la capisci puoi fare un percorso meraviglioso, mentre se non la capisci puoi fare molta fatica.

 

Ho dei compagni che hanno smesso, altri hanno aperto un proprio spazio teatrale, altri ancora si sono dedicati alla regia. Ognuno ha trovato la propria specificità.

 

Quando ti sei sentita per la prima volta attrice?
Forse quando mi sono iscritta all’Enpals, accompagnata da mia madre. Oppure quando rifai la carta d’identità e capisci che non puoi più scrivere “studentessa”, ma devi scrivere “attrice”. Quando ho finito la scuola ho iniziato quasi subito a lavorare al Piccolo, sono entrata nella compagnia di Arlecchino servitore di due padroni, quello storico di Strehler, nella parte del camerierino, ovvero quella riservata agli attori più giovani. Ho vinto il premio Hystrio nel 2009 e grazie a quello ho conosciuto Ferdinando Bruni ed Elio de Capitani dell’Elfo. Con loro ho iniziato con Shopping and Fucking di Mark Ravenhill, ma tutto il percorso teatrale nasce grazie a loro, che mi hanno dato grandi opportunità di farmi vedere e di sperimentare.

Fai parte della nuova leva attoriale italiana: dovessi scegliere una sola esperienza finora, quale ti rappresenterebbe meglio?
L’ultima. Uno spettacolo di teatro, I due gentiluomini di Verona, un testo di Shakespeare prodotto da CTB – Teatro di Brescia e dal Teatro Stabile del Veneto. È forse il primo testo di Shakespeare ed è un testo meraviglioso perché in prima lettura sembra un intreccio da storia d’amore classica, ma contiene piccole bozze di tutte le future opere di Shakespeare. È un testo che è stato messo in scena pochissimo e che anche dai critici non è molto amato.

Hai fatto tante cose in parallelo: teatro, cinema, tv, web. Quanto ti adatti al mezzo e quanto invece vuoi restare te stessa?
Magari tra un po’ cambierò idea, ma ho sempre pensato che un grande dono sia la capacità di capire il contesto in cui ti trovi. Non vuol dire mimetizzarsi nell’ambiente, ma sapere che se vai a fare un provino con un regista invece che con un altro, sai che sono due persone che lavorano in modo diverso. Quindi sta a me la scelta: o vado nella sua direzione perché magari mi piace variare, oppure porto la mia unica e totale specificità. Credo che non ci sia niente di più bello di vedere una persona che arriva e ti porta se stessa, senza cercare di piacere o cercare di essere quello che il regista vuole che sia. Però allo stesso tempo è importante capire se hai di fronte qualcuno che vuole un approccio analitico al testo o se ti lascia libero di improvvisare. Io ho fatto degli spettacoli in cui c’era un regista che mi diceva: “Alza il braccio di dieci centimetri, dì la battuta così, fai una pausa, fai tre passi indietro ed esci”. E lo devi fare.

Ti è pesato?
È faticoso, perché o fai quello che ti dice, o ci litighi. Oppure lo fai e poi all’interno di questa griglia strettissima trovi il tuo spazio. Sta a quanto tu sei morbido. Ho fatto altri lavori in cui mi hanno detto di fare quello che voglio.

Tra i due approcci quale preferisci?
La via di mezzo? (ride, ndr) Qualcuno che mi dia la possibilità di sentirmi a mio agio e che mi faccia sentire libera di proporre anche una gran cacata. E nonostante abbia proposto una gran cacata me lo dica chiaramente, ma mi sappia comunque guidare.

 

intervista camilla semino favro

Camilla Semino Favro © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Qual è la tua specificità?
Sapere in che direzione devo andare. E non è poco. Poi sto ancora sperimentando: da piccola lavoravo tanto da dentro, cercavo cose personali. Funzionava, ma era molto faticoso. Nell’ultimo lavoro ho imparato a partire dall’esterno, da cose molto grandi, da grandi proposte, per poi restringere e trovare un nucleo prezioso.

Crescita personale e professionale sono strettamente legate? Come funziona il rapporto tra queste due sfere?
Funziona con un sacco di psicologo! Dando tanti soldi allo psicologo! (ride, ndr) Quest’estate ho fatto un laboratorio con un regista sloveno che si chiama Tomi Janežič, un gran figo. È stato attore, regista, poi ha avuto una crisi e si è fermato, per ripartire con un approccio totalmente nuovo. Lui è una persona molto accogliente, molto dolce, che ti fa sentire a tuo agio: sostiene che se non fai un tuo percorso personale, non progredirai mai come attore. Non deve essere per forza un percorso risolutivo, ma anche solo di coscienza, di conoscenza. Se non fai un lavoro personale, non puoi trovare spunti nuovi per il tuo lavoro: quando io sto meglio, quando sono più equilibrata, lavoro meglio.

Immagino cambi anche a seconda di dove ti trovi a recitare
Ci sono lavori che mi sballano completamente, come quest’ultimo che ho fatto. È stato tra i più belli, ma non dormivo, avevo fischi nelle orecchie, perché evidentemente andava a beccare dei temi importanti dentro di me. E se tu sei generoso, se ti lasci andare, anche il corpo se ne accorge.

Da come lo racconti, si intuisce un grande investimento emotivo e fisico. Come vivi questo continuo on/off?
Ci sono attori che lo affrontano senza lasciarsi coinvolgere. Per me è estenuante, è un continuo ricominciare: andando avanti capisci che stai crescendo molto, ma è come se non mettessi mai un punto.

 

Inizi una roba, va alla grande e finisce. Ne inizi un’altra che non è bella come quella prima, ma è un percorso molto lungo e finisce. Ne inizi una bellissima che finisce subito. Poi magari ne inizia una che è una merda e dura una vita. Avanti così.

 

Avanti così: da quando avevi vent’anni
Quando ho iniziato ero esaltata da questo continuo spostarmi, dall’idea della tournée. Adesso che ne ho 31 e viaggio per i 32, cambiare costantemente lavoro e persone comincia a pesarmi. Sei sempre circondato da persone che non conosci, ma con cui hai dei rapporti stranissimi, anche intimi. Stai a stretto contatto per due o tre mesi con persone a cui ti senti vicinissima, ma che magari poi non vedi più. E allora ti viene da chiederti: “ma quello era un rapporto importante e fondo o si era creato così, per caso?”. Però se mi penso in un altro tipo di vita, l’idea non mi piace. Se penso di dover andare in ufficio tutti i giorni, con un lavoro stabile… la quotidianità delle giornate tutte uguali forse mi spaventa ancora di più del bordello di vita che faccio attualmente. Ma allo stesso tempo se mi penso a 50 anni con questa vita, un po’ mi spavento. Anzi, ho proprio paura.

Hai avuto una formazione teatrale, come hai incontrato tv e cinema?
È stato casuale: ero appena uscita da scuola e stavano per girare Fuoriclasse, un prodotto RAI con la Littizzetto. Avevano già chiuso il cast e io non avevo fatto neanche i provini, ma hanno dovuto sostituire un’attrice: a quel punto hanno iniziato a fare provini velocissimi e hanno raccattato tutte le ragazze diplomate quell’anno. Sono arrivata anche io ed ero giusta per il ruolo, anche esteticamente: ero molto immatura e acerba, ma funzionavo e mi hanno presa. Abbiamo girato per due estati di seguito e mi sono divertita un casino. Eravamo tutti giovanissimi, appena diplomati da varie scuole e dopo la prima estate si è creato un clima da gita di classe. Andavamo a bere tutte le sere a Torino, ci presentavamo il giorno dopo con gli occhi gonfi e la produzione ci diceva: “Ragazzi, non siete in gita scolastica, state lavorando!”. Bellissimo.

 

Camilla Semino Favro © Vito Maria Grattacaso / LUZ

Camilla Semino Favro © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

A proposito di provini: per Eva in 1993 com’è andata?
Non pensavo nemmeno di fare il provino: sapevo che ruoli cercavano per 1993 e pensavo di non rientrare in nessuno, nemmeno quello di Eva. Il personaggio era quello di una ragazza malata di HIV e sessualmente molto disinibita… e diciamo che io non rimando molto a questa immagine, anche perché loro cercavano qualcuno che ricordasse Krysten Ritter, la fidanzata bellissima di Jesse Pinkman in Breaking Bad. Però conoscevo già il regista Giuseppe Gagliardi, con cui avevo lavorato in una puntata della prima stagione di Non uccidere. Ci eravamo trovati bene e mi ha fatto fare il provino: è andato bene ho fatto anche il secondo e mi hanno presa. Non me l’aspettavo, ero molto contenta della fiducia che mi stavano dando, ma ero anche molto spaventata perché sapevo che era un ruolo molto importante.

Insieme a Gomorra, 1993 è forse la migliore serie italiana in termini di qualità. Si sente la differenza rispetto ad altri prodotti che hai fatto?
Sì, la differenza c’è. Non sono così addentro da capire questioni economiche, ma ho fatto fiction in cui la qualità viene deteriorata dai tempi: devi girare talmente tante cose in talmente poco tempo che non fai nemmeno una prova ed è sempre buona la prima. È fondamentale anche la troupe che ti scegli: su 1993 i collaboratori del regista erano pazzeschi e lo stesso Gagliardi passava tantissimo tempo a studiare l’inquadratura.

 

[A proposito di 1993, ndr] Noi lavoravamo tantissimo con gli sceneggiatori anche sul set, quindi se c’era una battuta che non ti tornava potevi cambiarla con loro. Gli attori erano bravissimi, per cui anche se potevi provare solo per poco tempo c’era gente davvero in gamba.

 

Qual è la cosa più difficile che hai fatto in questi anni?
Per me è difficile quando non funziona il lavoro. Ci sono spettacoli o serie che sono stati di una fatica enorme perché erano impegnative: quando però è chiaro il tipo di lavoro che stai facendo, fai una fatica della madonna, ma sei felice di farla. Le cose più faticose sono state quando facevo prodotti molto scadenti o spettacoli in cui non funzionavano le cose. Oppure film o serie tv che erano girati male o avevano delle sceneggiature brutte. Quindi un paio di prodotti di tv e uno o due spettacoli mi hanno affaticato tanto.

Quali sono secondo te i migliori attori e le migliori attrici della tua generazione?
Di teatro un attore che mi piace tanto è Angelo Di Genio, è veramente un bravissimo attore, diplomato alla Paolo Grassi. Un’attrice di teatro che ha fatto anche cinema e che io stimo tantissimo è Lucrezia Guidone, diplomata alla Silvio D’Amico. Un altro attore secondo me fantastico, che porta avanti un suo modo molto forte di recitare e una personalità potentissima è Lino Musella. Poi lavorando a Amori che non sanno stare al mondo della Comencini ho incrociato Valentina Bellè: non la conosco bene, ma è molto giovane e mi è sembrata davvero tanto, tanto, tanto brava.

Hai voluto citare le scuole di provenienza: ci tieni molto?
Le cito perché è importante far sapere che le persone studiano. Penso sia importante far sapere che ci sono persone che fanno cinema, televisione e teatro che hanno studiato, che hanno fatto tre o quattro anni di scuola tutti i giorni e che hanno fatto una lunga gavetta prima di arrivare dove sono arrivati.

Ti senti parte di una nuova generazione di attori?
Ne parlavamo proprio qualche giorno fa con Ivan Alovisio e Gabriele Falsetta, con cui ho lavorato ne I due gentiluomini di Verona e che sono stati miei compagni di Accademia: la bellezza di quel lavoro è stato che abbiamo avuto la sensazione di sentirci parte di una generazione. Avevamo tutti tra i 30 e i 35 anni e a tutti importava il benessere nel lavoro, finalmente: dobbiamo stare bene, dobbiamo aiutarci e stare insieme, perché ci siamo un po’ rotti i coglioni di questo stato di malessere dell’artista o anche di quei registi che ti massacrano e ti fanno stare male per tirarti fuori qualcosa. No, cerchiamo di lavorare per stare bene, di essere felici per quello che stiamo facendo.

 

Camilla Semino Favro © Vito Maria Grattacaso / LUZ

Camilla Semino Favro © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Tu di cosa avresti voglia adesso? Un grande film, una grande serie o un grande spettacolo?
Un grande film! (ride, ndr) Vorrei che I due gentiluomini di Verona andasse avanti e venisse prodotto, così come Il giocatore di Dostoevskij per la regia di Gabriele Russo, che sta facendo una tournée enorme. Però sì, mi piacerebbe molto fare un gran bel film. Ho fatto tre film meravigliosi: uno è Diaz di Vicari che per me è stato importante, essendo anche di Genova. Poi Mia madre di Moretti, visto che sono una morettiana da quando ho 13 anni e Amori che non sanno stare al mondo della Comencini. Mi piacerebbe sicuramente proprio un bel film con un bel ruolo, dove possa impegnarmi a trovare cose belle come è stato per 1993.

Ecco, Nanni Moretti: avevi davanti un maestro del cinema italiano e interpretavi la versione giovane del personaggio di Margherita Buy. Come te la sei vissuta?
Gongolavo, più che altro. Ho visto tutti i film di Moretti duemila volte, quando mi hanno detto che avrei fatto il provino rotolavo per la felicità e quando l’ho incontrato sembravo una deficiente che continuava a ridere. Era un ruolo minuscolo, avevo giusto due pose e dicevo due battute, che è già tanto che non abbia tagliato, però per me era la felicità infinita di far parte di una sua opera, di essere in un suo film. Se anche avessi dovuto fare la pianta, sarei stata felicissima per il fatto di poterlo vedere, conoscere, incontrare.

C’è un altro mito con cui vorresti lavorare?
Quando ero al liceo tra i miei film preferiti c’erano Tournée e Marrakech Express: il mio grande amore era Gabriele Salvatores. Se devo pensare a un desiderio di quegli anni, mi piacerebbe lavorare con lui.

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