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Il massimo con il minimo

Dottor Pira: Il fumetto italiano tra ovipari, superrelax e comunicazione social.

di Alessio Calabresi

Grafico, animatore, pioniere dei fumetti online, musicista ma, soprattutto ora, fumettista.
Il Dottor Pira è uno dei modelli più riconoscibili del fumetto italiano: minimale, surreale e irriverente. Il suo ultimo libro, dal titolo dissociativo Topo e Papero fanno le avventure (Feltrinelli Comics, 2020), non smentisce niente di tutto questo.

Topo e papero fanno le avventure è uscito sotto lockdown. Ci racconti un po’ la genesi di questa opera?
Tutto nasce circa dieci anni fa sui Fumetti della Gleba. A prima vista può sembrare una versione low-fi di Topolino, ma in realtà è stato ispirato dai mille cloni degli anni Settanta di questo personaggio Disney, tra cui anche il più famoso, Tira e molla. Erano su riviste per ragazzi con storie di avventure, ne leggevo a tonnellate perché le portavi via a pacchi per pochi spiccioli. Li facevano in redazioni che erano composte da due persone ma incredibilmente riuscivano a farli uscire in edicola. Mi piaceva l’idea che avessero una trama quasi casuale, senza una struttura preimpostata.

 

E anche che ci fosse un personaggio con cui era impossibile immedesimarsi: papero è un oviparo, è impossibile immedesimarsi con un oviparo.

 

Tutti i tuoi lavori hanno questo tratto semplice che ti identifica molto
Sono contento del tipo di sintesi del tratto. Lo trovo quasi “di design”, anche se mi sento un po’ a disagio a definirlo così. È un tratto molto vicino al modo con cui si concepiscono gli oggetti di arredo. Alle volte soluzioni dettate per necessità risultano efficaci: se hai poco budget e poco tempo, sei portato a scelte di questo tipo. Succede che fai la sedia in un determinato modo perché così la stampa costa meno, ma allo stesso tempo ottieni il massimo con il minimo. In tutte le pagine comunque c’è una certa ricerca: la dominante di colore cambia con la storia e anche la dinamica, che è difficile da rendere con questo tipo di tratto. Insomma, c’è uno studio dietro, a cominciare dalle inquadrature. Ma francamente questa cosa deve passare implicitamente, non mi interessa sottolinearla. Voglio che questo rimanga un prodotto di consumo, non autoriale. 

 

Dottor Pira Intervista

Dottor Pira © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Domanda che non ti posso non fare: come vedi la situazione del fumetto oggi?
Adesso c’è più pubblico.

 

Sono capitate cose casuali che hanno contribuito a questa crescita, per esempio una decina di anni fa sui social si è cominciato a postare le immagini e si è usciti dalla bolla della “frase”.

 

Tutti hanno iniziato a veicolare contenuti di altri autori e chi li produceva è riuscito a crearsi del pubblico interessato. È stato un processo simile per certi versi a quello che era successo con la musica e MySpace.

I social hanno svolto un ruolo fondamentale, quindi?
Sono stato tra i primi a fare un sito, prima ancora dei social. A dirla tutta, a quanto pare non sono stato il primo, il secondo, che comunque rimane quasi il primo – ride, ndr. Me ne sono accorto facendo ricerca quando ho stampato l’almanacco, che poi è stato forse la prima prevendita di fumetti in Italia.

 

È stato un fenomeno interessante perché per la prima volta gli editori si sono trovati dalla parte opposta: perdendo la loro aurea, sono stati costretti a prendere degli autori che hanno un pubblico acquisito.

 

Dottor Pira Intervista

Dottor Pira © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Difficile comunque prevedere un fenomeno come quello social per il mondo del fumetto, non credi?
Sì. Un pubblico formato da persone che si sono trovate casualmente a leggere e vedere tavole che prima non avrebbero mai visto, nemmeno da lontano. Oggi però il fenomeno sta cambiando.

 

Alcuni autori hanno preso il senso di quello che gira e che al momento può funzionare e scrivono e disegnano storie fatte apposta per la piattaforma.

 

Mi trovo nelle fiere a parlare con alcuni di loro, gente che lavora nel campo e che non avevo mai sentito.

 

Mi spiegano che lavorano come fossero agenzie, si svegliano la mattina e cercano di capire quali sono i temi del giorno e danno vita a tavole appositamente su quelli. Io ho un approccio diverso, ho sempre pensato a fare quello che mi piace.

 

Che è la stessa cosa che ho fatto quando ho deciso di scrivere un fumetto al mare: dicevo che lo facevo al mare ma nessuno mi credeva, sembrava come lo avessi fatto sull’Hymalaya. Quando mi hanno premiato ho pensato che il premio lo stessero dando a quel tipo di lavoro li, alla rilassatezza, non tanto al fumetto.

Ora però sei con Feltrinelli…
Sì, ora Feltrinelli, ma devo dire che mi hanno lasciato fare tutto quello che volevo. Mi aveva chiamato Tito – Faraci, ndr – dicendomi che avrebbe voluto pubblicare un mio fumetto. Avevo qualcosa di pronto e, a tutto quello che gli mostravo, rispondeva: “Bellissimo questo!”. Gli avevo fatto vedere anche quello che avevo disegnato con la mano sinistra dopo che mi ero rotto la destra, quella che uso per disegnare, e la risposta era sempre stata la stessa. Quindi ho pensato che fosse giusto valutare la proposta. Lui lavorava in Disney e faceva Topolino, allora mi è venuto in mente questo riferimento qui per un fumetto nuovo.

 

Dottor Pira Intervista

Dottor Pira © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Se i grandi gruppi editoriali si dedicano con frequenza al fumetto significa che il pubblico c’è, che non è una bolla quella del fumetto in Italia, non credi?
Il pubblico c’è ed è “specializzato”. Quando cinque/sei anni fa ho pensato di mollare quello che era il mio lavoro per mettermi a fare fumetti mi sembrava fosse impossibile. Tanto più con fumetti come i miei. Quelli che ce la facevano erano veri e propri autori e basta, sembrava che solo il fumetto intellettuale potesse funzionare nel nostro mercato, mentre il mio a confronto pareva quasi una gag. “Non potrà mai funzionare”, dicevano. Invece ci sono vari tipi di pubblico. C’è quello di massa, ma a quello ci puoi arrivare solo in una certa maniera. Non voglio sembrare snob, ma io quella cosa non sono capace di farla, a loro non arrivo.

 

Penso che il mio pubblico ricerchi autori ai quali piace fare esattamente quello che vogliono e, per un prodotto del genere, sono disposti a spendere. Mi pare sia lo stesso fenomeno che capita anche nella moda con le limited edition.

 

Ho sempre fatto così con i fumetti e la musica: se entro in un negozio di dischi esco a mani vuote, ma se scopro che quel gruppo che avevo apprezzato su Bandcamp ha fatto un disco di sole 200 copie lo compro senza nemmeno ascoltarlo. E, quando mi arriva a casa, sono contento. Ecco, con questo pubblico puoi permetterti di fare un po’ quello che vuoi. È questo il vero lusso.

 

Dottor Pira Intervista

Dottor Pira © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Tu hai fatto tante cose prima di fare fumetti…
Ho lavorato in tv come autore, ho fatto storyboard ma soprattutto ho fatto il grafico. Ho anche fatto animazioni per i live musicali di Elio e Le Storie Tese e Fedez. Ultimamente Fedez torna sempre perché se la giocano gli uffici stampa, lui tira sempre. Come Achille Bonito Oliva – che firmò la prefazione de L’Almanacco dei Fumetti della Gleba, ndr: su certe riviste ci vuole.

 

In realtà l’incontro con Fedez nasce in un periodo in cui stavo abbandonando la grafica e l’idea di fare qualcosa di grosso che potesse portare altri lavori mi interessava. Non è andata esattamente così, ma forse è stato anche un bene. È stato uno dei lavori migliori che mi sia mai capitato dal punto di vista della libertà creativa, ho avuto completa carta bianca.

 

Achille Bonito Oliva ti aveva paragonato ad Apollinaire
Per fare quella prefazione siamo andati direttamente a casa sua. Si era preparato tutto, una enorme supercazzola che ci aveva dettato dall’inizio alla fine. Poi nessuno credeva che la prefazione fosse vera, mi chiedevano se Bonito Oliva non si fosse incazzato per averlo messo dentro così nel fumetto.

 

Dottor Pira Intervista

Dottor Pira © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Ti senti comunque di essere uscito dal mondo dell’underground?
Sono sempre stato nel mezzo. Quando avevo fatto l’almanacco autoprodotto mi avevano accusato di aver guadagnato troppi soldi. Mi sono sempre detto: ma scusa, se me lo produco per venderlo devo stare attento a non guadagnarci troppo? L’imprenditoria è sempre e comunque male?

 

L’underground era qualcosa che esisteva quando c’erano i media tradizionali, se non rispecchiavi determinati canoni dovevi per forza vivere in quel mondo. Ora non è più così, c’è gente che fa prodotti underground ragionando i termini mainstream e viceversa.

 

Qual è il futuro del fumetto?

 

Il fumetto al momento vende, ma l’editoria è come un iceberg che sta scendendo.

 

Il fumetto scende anche lui, ma non così velocemente, quindi sembra un fenomeno in espansione.
Il problema è tutta la distribuzione libraria: una autore perde circa il 65% del guadagno una volta che il libro entra in distribuzione. Poi oggi gli editori si dedicano con maggiore impegno al fenomeno che nasce sui social. Per me è un casino: sono bianco, etero, di mezza età e un tranquillone. Non c’è nulla in me che acchiappi al volo.

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