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Liber* tutt*

Il femminismo che parte da un ideale e si mette alla prova.

di Valentina Ecca

Quando la lotta femminista non è solo teoria, ma azione, entrano in campo ragazze come Elisa. Lei è una giovane della provincia di Milano (San Donato Milanese) che ha deciso di impegnarsi come attivista nell’associazione GenerAzione (Liber* Tutt*) base locale di ActionAid. La ONG da sempre è impegnata nella lotta contro la violenza sulle donne, in tutti i paesi del mondo in cui opera.

Nello specifico ActionAid si impegna a sostenere l’empowerment femminile e a monitorare l’utilizzo dei fondi pubblici destinati a questa causa. Spesso la sudditanza fisica e psicologica delle vittime di violenza è dovuta a una mancanza di indipendenza economica che rende le donne impotenti e quindi convinte di dover rimanere legate al proprio aguzzino. Per questo ActionAid si affianca ai centri antiviolenza locali e supporta il percorso di reinserimento di queste donne all’interno della società per renderle, finalmente, libere di scegliere la propria strada.

Elisa, oltre al suo impegno come attivista in ActionAid, lavora all’interno di una comunità di prima accoglienza dove si trovano donne – soprattutto straniere – che hanno subito violenza. È una ragazza un po’ schiva e a tratti introversa, eppure sembra avere le idee molto chiare su cosa significhi femminismo e su quanto questo si basi sul mettere in pratica quello che si legge e si idealizza.

Probabilmente le domande che le faccio le sembrano un po’ scontate e questo dipende dal fatto che determinati concetti fanno parte di lei in maniera molto profonda e interiorizzata. Con Elisa abbiamo parlato di cosa significa definirsi femminista a 23 anni, di quanto sia dura lavorare in un centro antiviolenza e di quanto la parola “ideologia” non vada stigmatizzata, perché spesso le ideologie ti aiutano a leggere la realtà.

Come ti sei avvicinata al mondo dell’attivismo e a ActionAid?
Due anni fa partecipando a una summer school. È un ambiente che mi è piaciuto subito, sia per i temi, sia per le modalità in cui si viene coinvolti. Io venivo comunque già da un percorso di attivismo, ho fatto scoutismo per un sacco di anni. Era un percorso che però avevo concluso e cercavo una realtà con cui potermi confrontare e che mi desse degli stimoli nuovi.

 

ActionAid coinvolge molto i ragazzi e soprattutto parte da un concetto di attivismo dal basso che era proprio quello che mi piaceva e di cui volevo fare parte.

 

© Isabella De Maddalena / LUZ

 

Tu sei giovanissima, hai 23 anni, e ti definisci femminista. Cos’è il femminismo per una ragazza della tua età?

 

Io considero il femminismo un’aspirazione politica, una rivoluzione che spero prima o poi avverrà in tutto il mondo, anche come prospettiva di vita attraverso cui leggere la realtà sociale e politica.

 

Mi sto dedicando a questo tema anche per motivi di studio, essendomi laureata in filosofia con una tesi in filosofia politica su Nicole Loraux, – una storica francese che si occupò di Atene e del femminile escluso, ndr. Ho scoperto il femminismo anche grazie all’università. Quello che mi interessa è anche la prassi femminista, che mette in discussione tutte le sfere della nostra società e che si basa sul collettivismo.

Cosa credi che manchi alla società per accettare l’ottica femminista?
Credo che manchi molto la conoscenza di cosa sia veramente una prospettiva femminista, quando mi capita di confrontarmi con i miei coetanei, quindi con ragazzi giovani che magari sono ben disposti rispetto al concetto di parità di genere, su certe tematiche – anche a partire dal linguaggio – fanno fatica. In realtà manca proprio una conoscenza nella pratica.

 

© Isabella De Maddalena / LUZ

 

In questi mesi di lockdown le segnalazioni ai centri antiviolenza, secondo dati Istat, sono cresciute del 73% rispetto all’anno scorso. Ci racconti concretamente cosa fa un centro antiviolenza quando riceve una chiamata?
Si fanno una serie di colloqui con la persona che contatta, si capisce da che percorso viene e di cosa potrebbe avere bisogno. Si valuta se inserirla in un contesto comunitario oppure già in un organismo sociale dove c’è una semi autonomia. La seconda fase è quella di rendere consapevoli le donne del percorso che si sta costruendo. Per esempio, nella comunità dove sto facendo io il servizio civile il primo mese non si può avere il telefono per una questione di sicurezza e si viene collocate in una casa con indirizzo segreto. Ci sono tutta una serie di precauzioni che una donna deve accettare.
Io sto facendo il servizio civile all’interno di una comunità di prima accoglienza, quindi lavoro con donne che vivono lì per un periodo abbastanza prolungato di tempo. Mi occupo di loro, gestisco le attività e la parte più burocratica tipo la parte del consultorio, dell’ufficio immigrazione. Mi è capitato di rispondere qualche volta al centralino e di dover gestire situazioni di emergenza, è un’esperienza abbastanza tosta.

Qual è la parte più difficile da affrontare?
La cosa più difficile è la parte, se vogliamo, d’improvvisazione: perché tu ti trovi al telefono, devi valutare il rischio e hai una grossa responsabilità. Inoltre, c’è tutto il tema che in realtà se valuti che è una situazione di emergenza e la donna deve essere collocata immediatamente, hai il problema di dove collocarla. Perché i posti sono pochissimi. Questa parte è difficilissima perché ti rendi conto che per quanto le operatrici possano fare bene il loro lavoro c’è tutta la questione dei fondi statali non pervenuti che rendono difficile offrire un percorso serio: dare una prospettiva di lavoro, d’indipendenza economica. Questa è la parte che a me risulta più difficile.

Perché?
Perché una donna che accetta un percorso del genere deve accettare di cambiare vita e mi chiedo se sia giusto, alla fine dovrebbe essere il contrario.

 

Dovrebbe essere l’uomo maltrattante che cambia vita, non la donna.

 

Poi effettivamente questi centri si basano sul volontariato, anche se è una bella realtà, non dovrebbe funzionare così.

 

Una donna che ha vissuto un’esperienza del genere non riuscirà mai ad uscirne se non diventa indipendente a livello economico e questa parte non sempre può essere assicurata.

 

© Isabella De Maddalena / LUZ

 

Il tuo è un percorso di attivismo emotivamente molto duro, come mai lo hai scelto?
Perché volevo mettermi un po’ alla prova come femminista, volevo stare sul campo.

Le donne che si definiscono femministe, spesso, vengono tacciate di estremismo o peggio ancora vengono sminuite portando la conversazione su un piano personale (allusioni di insoddisfazione sessuale, di mancanza di autostima, di invidia). A te è mai successo e se sì come hai reagito?
Mi è capitato, mi sono capitate le battutine soprattutto in certi ambienti. Io faccio parte di una lista civica e devo dire che lì – essendo un presidio molto maschile – mi sono capitate delle persone che hanno fatto dell’ironia a riguardo. Devo dire che da parte dei miei coetanei mi è successo molto meno, i ragazzi della mia età sono molto più predisposti all’ascolto.

 

Ho conosciuto anche dei maschi femministi – ride, ndr.

 

Cioè?
Quelli consapevoli che il femminismo non combatte gli uomini ma la disuguaglianza di genere. Non me ne sono capitati tanti ma qualcuno sì, soprattutto tra i miei coetanei ho notato di più una predisposizione a capire che di questo beneficerebbero tutti.

Hanno ancora senso queste etichette e queste definizioni?
Sì, io credo che le ideologie siano utili.

 

Perché le ideologie ti aiutano a leggere la realtà e il sistema valoriale di riferimento, se poi non ci si arrocca e si istituisce sempre un confronto hanno senso.

 

Mi hai detto che fai parte di una lista civica, vorresti impegnarti politicamente?
Sì faccio parte di una lista civica impegnata nella mia città a San Donato Milanese. Non aspiro a una carriera istituzionale perché è un ambiente in cui – in questo momento – non vorrei entrare. Sono ideologicamente molto più vicina alla politica che parte dal basso, nonostante in realtà abbia la consapevolezza che finché quelli come me la penseranno così non cambierà mai niente e che quindi a un certo punto bisognerà entrare nei meccanismi della politica più, diciamo, “istituzionale”.

Ti scoraggi mai?
Ogni tanto sì, più che altro quando vedo che tra i miei coetanei queste cose non interessano più di tanto. Però poi l’entusiasmo è sempre contagioso.

Molti della tua generazione però si definiscono attivisti, quindi sicuramente c’è stato un recupero a livello sociale di questo concetto…
Sì, io condivido il pensiero di Hajar sul fatto che, a causa del tempo un po’ precario in cui viviamo, la nostra generazione è stata “costretta” ad essere attivista. C’è una parte di moda sicuramente, però credo che sia comunque una moda positiva sulla quale si può lavorare. In questo senso è molto utile il contesto locale, perché ti crea dei riferimenti e una rete. La mia famiglia ha sempre lavorato in campo sociale, poi il percorso da scout che ho fatto mi ha aiutato.

Una scout che è diventata femminista, sono due realtà diverse oppure in qualche punto si conciliano?

 

Da piccola lo scoutismo mi ha aiutato molto, perché maschi e femmine fanno esattamente lo stesso percorso: tutti imparano a fare il fuoco, a costruire una tenda, ecc…

 

Quindi a livello educativo lo scoutismo ti alleva in una maniera che condivido. Da più grande me ne sono distanziata perché non volevo più far parte di quel gruppo cattolico. Sono due mondi un po’ separati, questo sì: ma hanno dei punti in comune.

Quali sono i progetti per il futuro di Elisa?
Vorrei finire gli studi e spero di poter lavorare nel campo dell’insegnamento e della ricerca e, soprattutto, spero di poter rimanere in Italia.

 

 

 

Foto in copertina © Isabella De Maddalena / LUZ

 

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