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Ci salveremo?

I giovani in fuga, i populismi, i social media, l’eccezione di Milano, le qualità nascoste dell’Italia e degli italiani: secondo Ferruccio de Bortoli

di Gabriele Ferraresi

Ferruccio de Bortoli, nato a Milano il 20 maggio 1953: due volte direttore del Corriere della Sera, una del Sole 24 Ore, ex presidente del gruppo Flammarion, presidente della casa editrice Longanesi, editorialista, anche una presidenza Rai scampata per un pelo.

Da una vita a contatto con i mitologici poteri forti contro cui si scagliano le masse nell’epoca del rancore, a maggio di quest’anno ha pubblicato Ci salveremo – Appunti per una riscossa civica, saggio speranzoso ma realista sull’Italia e gli italiani, in libreria per Garzanti.     

Direttore: dice che ci salveremo, ma con tanti se e tanti ma. Quale la preoccupa di più?
La perdita del senso di comunità, il fatto che si possa perdere l’idea di Paese, quello spirito di solidarietà che incide profondamente sulla qualità della cittadinanza. 

Quello che dovrebbe preoccupare gli italiani?
Il futuro dei loro figli. Una nazione che vuole avere un ruolo tra le potenze e nel contesto internazionale dovrebbe porsi il problema che non è sostenibile sul lungo periodo una condizione nella quale si investe più per finanziare il passato di quanto non si investa nel futuro. 

Motivi di speranza?
Ci sono momenti di riscossa civica in alcune città, società civili che si sono mosse, comunità che nonostante tutto sono coese ed esprimono anche un certo orgoglio territoriale. Ma per me l’elemento di maggiore fiducia deriva dalla constatazione che esiste un capitale sociale molto diffuso, fatto da un volontariato, attivo, responsabile, laico e cattolico, molto attivo al nord ma anche al sud. In un periodo di divisioni, sul versante della solidarietà siamo relativamente uniti.

 

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Ferruccio de Bortoli © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Sostiene che dovremmo ritrovare il senso civico: quand’è che l’abbiamo perso?
L’abbiamo perso nell’egoismo dei passaggi generazionali, nell’esserci convinti che la pace e la democrazia siano lo stato naturale della storia, che il benessere conquistato sia per sempre. Nel perdere la memoria del passato, della sofferenza, della povertà, dei sacrifici. Ci siamo un po’ adagiati sul nostro benessere, e adagiandoci sul nostro benessere siamo diventati più egoisti.

 

Il Paese è invecchiato, i giovani sono una minoranza in fuga, e gli anziani pensano qualche volta che il mondo finisca con loro. 

 

“Prima gli italiani”, di sicuro no: però “Prima i giovani italiani” sì?
I giovani italiani sono pochi, in una società che ha più bisnonni che pronipoti, e hanno un tasso di disoccupazione piuttosto elevato rispetto agli altri Paesi. Negli ultimi anni abbiamo perso decine di migliaia di laureati che sono andati dal sud al nord e poi all’estero, se li mettessimo insieme faremmo la popolazione della Val d’Aosta. Se tutti questi giovani fossero stati imbarcati sulle navi ne avremmo parlato per giorni interi, siccome se ne sono andati con le loro gambe, silenziosamente, non se ne occupa nessuno. Abbiamo 2.2 milioni di giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano. I giovani sono pochi, maltrattati, in fuga.   

Ricorda la scena de La meglio gioventù col professore che invita a scappare dall’Italia? Era ambientato negli anni ’60. Siamo ancora lì?
Sì, siamo ancora a quel punto, perché la nostra è una società molto provinciale. I giovani adesso hanno un mercato del lavoro internazionale e quindi una concorrenza spietata, non hanno più percorsi preferenziali come forse li abbiamo avuti nella mia generazione. L’ambiente universitario è un ambiente in cui c’è un nepotismo molto forte – nonostante i concorsi – così come l’ambiente medico. La classe dirigente si è un po’ ripiegata su se stessa pensando che il mondo non cambiasse. O magari gattopardescamente cambiasse, ma per restare uguale a se stesso. 

 

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Ferruccio de Bortoli © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

A proposito di social network ha detto: “tutti sedotti e corrotti dai social network”. La democrazia può sopravvivere a Facebook?
La democrazia è fatta di procedure. Le procedure, anche nel Paese più efficiente ed evoluto, sono lente. Il paradosso è che la globalizzazione tende ad affermare stati non democratici nei quali il potere è molto concentrato e le risposte immediate sono molto gradite da un certo tipo di sentimento che prevale nella rete.

 

Piace l’idea di potere avere delle risposte immediate ai problemi della globalizzazione. 

Magari delle risposte sbagliate
Sì, ma subito, che rappresentino una reazione. Le democrazie sono molto più complesse, perché tutelano i diritti.

 

Gli stati di diritto sono quelli dove il consenso non autorizza la piena legittimità di chi è al governo di fare qualsiasi cosa, magari di cambiare la costituzione. Questo spiega per esempio il grande successo di Putin – un ex agente del KGB espressione della Russia sovietica – tra i populisti italiani. È uno dei tanti paradossi. Un altro paradosso è Xi Jinping che passa in alcuni casi come un difensore del libero mercato: in una Cina ancora comunista, in cui non si è votato e probabilmente non si voterà mai.

C’è un bel saggio di Giovanni Orsina, La democrazia del narcisismo, dove in fin dei conti si sostiene che la democrazia abbia promesso troppo. È così?
Nel dopoguerra le democrazie hanno sempre avuto – in fasi di sviluppo anche forte dell’economia – la possibilità di suddividere dei vantaggi. C’è sempre stata una torta da dividere. Le democrazie in questo modo hanno potuto sostenere i diritti sociali attraverso un welfare che è diventato via via sempre più costoso. In Europa il welfare riguarda 500 milioni di persone ed è il 25% della spesa complessiva nel mondo di welfare. Eppure stiamo parlando del 5% della popolazione. Ovviamente questi numeri non vanno più d’accordo.

 

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Ferruccio de Bortoli © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

La torta è finita?
È ovvio che adesso non c’è più la torta da suddividere ma ci sono dei sacrifici da ripartire equamente. Se si facesse un discorso serio, fatto da persone credibili, che rifuggono anche da quel narcisismo di cui parla Orsina e non vogliono vedere la loro immagine idolatrata all’istante nel dibattito pubblico, io credo che le persone, che hanno familiarità con i bilanci familiari – che sono tenuti bene a differenza di quello dello Stato – sarebbero in gradi di accordare fiducia a chi disegnasse un futuro migliore per i propri figli. 

Quella stagione in parte l’abbiamo avuta: Monti e governo tecnico. O è un’altra cosa?
Quella è stata una stagione di austerità imposta dalla crisi finanziaria, e quando si è sull’orlo del burrone si è costretti all’austerità peggiore: nel senso che si è costretti ad aumentare le tasse, perché la riduzione delle spese dà dei risultati sul medio periodo.

 

È l’austerità fatta nel momento in cui la casa va a fuoco: si spegne il fuoco, ma si fanno dei danni che poi possono essere pagati dalla parte più debole della società.

 

Io penso che abbiamo ingiustamente criminalizzato le parole sobrietà ed austerità. 

L’austerità può essere una cosa buona?
C’è un’austerità positiva, è quella in cui si tagliano le spese inutili e si fanno gli investimenti, e c’è un’austerità negativa, che è quella in cui si alzano le tasse. Siccome nel nostro Paese le tasse le pagano pressoché soltanto dipendenti e pensionati, è chiaro che si finisce per deprimere l’attività lavorativa di quelli che sono “in chiaro” rispetto al fisco. Noi dobbiamo ringraziare di avere avuto genitori e nonni austeri, nel senso che hanno fatto sacrifici: per fare studiare i loro figli, per comprare la casa.

C’è un desiderio di vendetta in certe fasce di popolazione: si votano i peggiori per vendicarsi?
Sì – anche se non è detto che si votino sempre i peggiori – però è un sentimento che segnala il degrado delle istituzioni democratiche e un certo imbarbarimento tribale della società. Il voto non è più un voto per scelta o per delega ma è un voto per negazione o contrasto, a volte è uno schiaffo dato all’establishment, a quelli che si ritengono giustamente o ingiustamente responsabili della propria condizione. 

 

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Ferruccio de Bortoli © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Qual è il rischio peggiore?
La tendenza a tornare indietro, a rivalutare nostalgicamente i tempi in cui si stava peggio, ma nel ricordo si ha la sensazione che si stesse meglio. È un gioco della memoria sottile, insidioso, dal quale dovremmo guardarci. È chiaro che questo rancore poi si trasforma in accanimento nei confronti degli altri: dei diversi, magari dei migranti, e segnala una società che purtroppo si sta richiudendo su se stessa.

 

Quando ci si chiude si finisce per non avere più la percezione di quello che accade fuori: è un atteggiamento che richiama la depressione, che porta alla fuga dalla realtà. 

 

L’Italia va così così, ma almeno Milano funziona. Anche troppo rispetto al resto del Paese
Intanto diciamo che c’è un eccessivo autocompiacimento dell’eccezionalità milanese: io trovo sia un po’ fuori luogo. Si è festeggiato persino troppo rispetto all’aggiudicazione delle Olimpiadi invernali del 2026. Viviamo ancora in una sorta di coda lunga dell’Expo 2015, che è stato secondo me un buon investimento. Tra l’altro tutte queste manifestazioni possono portare a dei bilanci civilistici passivi, ma sono un modo, come accaduto per Torino e sta accadendo adesso per Milano, di ricompattare la struttura civile ed economica.

È diventata persino una città turistica
Milano non è mai stata una città turistica e oggi lo è, e questo è l’effetto nel corso del tempo di Expo. Per chi viene a viverci c’è una qualità della vita che attrae le persone. Una condizione di città medio piccola, che ha una posizione geografica invidiabile, perché chi abita a Milano sta a due ore dal mare, a mezz’ora dal lago a due ore dalla montagna. 

E la distanza in senso lato col resto del Paese?
Dovrebbe preoccupare, mentre purtroppo in una forma di campanilismo a volte viene sbandierata. Tra l’altro a Milano non c’è grande differenza tra gestioni di centrodestra e centrosinistra, mentre curiosamente la Lega è poco presente e i 5 Stelle sono assenti: il che qualcosa vorrà dire.

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