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Dubbi, incertezze e speranze di sei fotografi freelance in giro per il mondo.

di Thomas Raiteri

In momenti come questo certi lavori non si possono adattare allo smart working, quello del fotografo è uno di questi. Abbiamo intervistato sei fotografi LUZ: Isabella De Maddalena, Tommaso Fiscaletti, Jorge Pérez Higuera, Tomas Quiroga, Aldo Soligno, Gabriele Stabile.

Si trovano in diversi paesi del mondo e li abbiamo contattati per farci raccontare come stanno cambiando la loro vita, il loro lavoro e le loro prospettive in questi giorni.

ISABELLA DE MADDALENA
Milano – Italia

Tu vivi a Milano, uno dei centri più colpiti dal virus. Come stai affrontando questo complesso momento?
Questo non è certamente un momento facile per nessuno. 

 

Sto provando in questi giorni una sensazione di lutto enorme, di vite umane, ma anche un lutto della perdita di normalità.

 

C’è una sensazione di sospensione e interrogativi sul presente ma anche sul dopo. La consapevolezza che niente sarà più come prima, ma sono certa che vi saranno anche degli effetti positivi: forse saremo in grado di vivere con maggiore consapevolezza, e capaci di ristabilire tutta una serie di priorità nelle nostre vite.

Come viene influenzato il tuo lavoro da fotografa?
Qui a Milano il blocco delle attività è iniziato prima che nel resto d’Italia, quindi già da marzo diversi lavori sono stati cancellati. Io sto cercando per quanto possibile di continuare il mio lavoro da casa, e fare tutte quelle cose che durante l’anno si rimandano: sistemare il sito, l’archivio, ri-editare delle immagini.

 

Questo momento è forse anche un invito per noi fotografi a guardarsi dentro, e scavare per trovare un nuovo approccio al proprio lavoro e una nuova consapevolezza.

 

Un invito a ripartire da noi stessi con più forza. Sto anche pensando al dopo e penso che mi piacerebbe raccontare storie che parlino di cooperazione e solidarietà, storie che siano un tramite per recuperare quello che abbiamo perso e fissare la consapevolezza che abbiamo guadagnato.

Uno dei tuoi primi lavori è stato un reportage sulle donne immigrate che affrontavano la maternità. Pensi che la situazione che stiamo vivendo possa cambiare i nostri punti di vista sull’immigrazione e le culture? Come?
Io spero vivamente che questa enorme crisi globale ci porti a ripensare alle responsabilità collettive del mondo, dei governi, e al fatto che i confini geografici non corrispondono ai confini umani: non possiamo più permetterci di ragionare a compartimenti stagni come se ogni paese fosse chiuso all’interno di una scatola.  

 

Mi piacerebbe che questa crisi facesse comprendere che il confine tra essere in condizioni fortunate e non, è molto labile.

 

Ci sono popolazioni nate e cresciute in condizioni di conflitto e povertà che non ci immaginiamo neanche. Sarebbe bello se questa crisi diminuisse i sentimenti di odio per l’altro, per il diverso o meno fortunato. Temo però che la recessione che seguirà possa indurire tante persone e aumentare la paura dell’altro come potenziale ‘untore’.

Il tuo lavoro ti ha permesso di girare il mondo, ti spaventa l’idea che con l’attuale situazione i paesi possano chiudersi in sé stessi e che possano prevalere nazionalismi?
Questo pensiero rimane sicuramente sullo sfondo. Siamo passati da uno scenario di voli low-cost facilmente acquistabili con la possibilità di esplorare il mondo, a uno scenario dove tutti gli Stati e i Paesi sono blindati, senza sapere per quanto questo continuerà. 

 

Se dovessimo tutti affrontare questa pandemia con impegno e rispetto delle regole, per uscire inizialmente dalla crisi sanitaria e poi da quella economica, in fretta, allora potremo riuscire a non chiuderci in noi stessi e ad evitare nazionalismi.

 

Se però alcuni governi si ostineranno a mettere l’economia prima delle persone, e tenere aperte attività e fabbriche dove i lavoratori non possono essere sufficientemente protetti, allora il virus dubito possa essere contenuto come dovrebbe.

Nei tuoi scatti a far da protagonisti sono spesso le donne, vuoi fare un appello a tutte le donne che stanno combattendo il virus in prima linea?
Mi sento vicina a tutte le donne che hanno perso un genitore, fratello, familiare.

 

Alle donne che si trovano a casa con il peso della famiglia, o le donne che vivono in condizioni di violenza.

 

Perché se per noi non è facile stare a casa, ci sono donne – e uomini – per cui uscire per affrontare l’emergenza in prima linea negli ospedali è parte di un senso del dovere che va al di là di noi. E questo sacrificio credo sia molto prezioso e debba essere ricordato ogni giorno.

 

intervista fotografi LUZ

My father holding my mother’s hand – Milano, 2006 © Isabella De Maddalena

 

TOMMASO FISCALETTI
Città del Capo – Sudafrica

Tu sei italiano ma in questo momento ti trovi in un altro paese, come stai vivendo questo momento?
La difficoltà nel vivere molto lontano da casa si fa sentire quando ci sono dei problemi, ancor di più in un clima apocalittico come quello attuale.

 

Sono ovviamente preoccupato per famiglia e amici, soprattutto per quelli un pò più in là con l’età.

 

Come vedi la situazione dell’Italia “dall’esterno”?
Molto male visto che a oggi detiene vari drammatici record.

 

Al di là delle percentuali, gran parte delle persone che custodiscono la memoria storica, l’esperienza del vissuto, se ne stanno andando, spesso senza possibilità di un normale rito con le famiglie: è molto triste.

 

Per fortuna da un paio di giorni mi arrivano notizie leggermente più rassicuranti.

Come viene influenzato il tuo lavoro da fotografo?
Timore, incertezza e cambiamento destabilizzano ma possono essere molto stimolanti a livello creativo.

 

È una strana sensazione, come se l’umanità avesse abbassato il rumore di fondo per far spazio a quello che davvero conta.

 

Spero – ovviamente – che il dramma si superi il prima possibile, ma anche che rimangano tracce di questa riscoperta di noi e degli altri. È un momento spaventoso e illuminante allo stesso tempo.

I tuoi lavori si focalizzano su tematiche come il rapporto tra gli esseri umani. Come pensi cambierà l’umanità dopo tutto questo?
Le generazioni come la nostra che non hanno mai vissuto drammi su larga scala di queste proporzioni, non credo saranno più in grado di percepire la realtà come prima.

 

È come se si fosse creata una crepa tra il reale e l’immaginifico che ha permesso alle due di mescolarsi.

 

Io e il mio collega Nic Grobler, abbiamo passato gli ultimi quattro anni lavorando ad un progetto di fotografie e video basato sul rapporto tra oggettività e visione, scienza e fantascienza, e sembra quasi come se una delle novelle di fantascienza Afrikaans – cultura locale, che hanno ispirato parte del nostro lavoro, avesse valicato i confini del reale.

Cosa sta accadendo in questo momento nel Paese in cui ti trovi, pensi possa essere più a rischio?
Il Sudafrica è un paese dove l’età media della popolazione è piuttosto bassa e questo fa ben sperare. A oggi – 26 marzo – ci sono intorno ai settecento casi e nessun deceduto ma quello che davvero preoccupa è l’altissima percentuale di sieropositivi e malati di tubercolosi per i quali il virus sarebbe doppiamente pericoloso. Per fortuna sembra che l’attuale presidente (Cyril Ramaphosa) abbia preso la situazione molto seriamente, costringendo tutti a un lockdown totale che inizierà venerdì 27 marzo, e andrà avanti per ventuno giorni, poi vedremo cosa succederà.

 

intervista fotografi LUZ

Die Hemelblom # 1 (from Die Hemelblom by Jan Rabie, 1971) – Carnarvon, Northern Cape © Tommaso Fiscaletti e Nic Grobler, hemelliggaam.com

Die Hemelblom (Fiore del cielo – 1971) di Jan Rabie è un romanzo di fantascienza che racconta di un “Consiglio Galattico” che inizia ad inviare fiori del cielo, in un terra che è ormai stata irrimediabilmente inquinata e sfruttata. La terra verrà coperta completamente da fiori e “liberata” da tutte le altre forme di vita.
Tommaso Fiscaletti

 

JORGE PÉREZ HIGUERA
Madrid – Spagna

Come stai affrontando questo complesso momento?
Qualche giorno fa ti avrei detto bene, ma questo è il mio ottavo giorno con febbre, nausea, vertigini e ho perso l’appetito. Sto male e ho perso la forza. Non so se ho il Covid-19 perché in Spagna non abbiamo abbastanza tamponi. Quelli che ci sono vengono utilizzati per controllare persone ad alto rischio e per il personale medico. Cerco di rimanere attivo: leggo, vedo qualche film, gioco ai videogiochi e cerco di lavorare, ma è difficile a causa delle vertigini. Questa situazione ti mette alla prova psicologicamente: il supporto delle persone che mi scrivono però mi aiuta ed è veramente prezioso.

Che impatto ha sul tuo lavoro di fotografo?

 

All’inizio della crisi pensavo di dover uscire per documentare quello che stava accadendo, ma ci ho pensato molto attentamente prima di farlo.

 

Mio padre rientra nella fascia di persone ad alto rischio e non volevo metterlo in pericolo, per cui ho deciso di restare a casa. Due giorni dopo la Spagna è stata messa in lockdown. Non sto lavorando, ma ho iniziato a scrivere alcuni progetti che avevo in mente, per cercare di rimanere produttivo. In questo momento però mi sto concentrando sulla mia salute e su quella dei miei familiari. Anche se è frustrante combattere con l’idea di non stare facendo nulla a livello lavorativo.

Nei tuoi scatti decontestualizzi la quotidianità e la routine attraverso l’osservazione dei comportamenti umani. Elementi che vengono accentuati e stravolti nell’attuale situazione, qual è la tua riflessione in merito?
Questa situazione è imprevedibile e nessuno ne può immaginare le conseguenze. Non avrei mai immaginato che la carta igienica potesse diventare sold out nei supermercati: ancora non riesco a capire come mai. Ho visto persone agire come la polizia dai balconi delle loro case, persone che non rispettano lo stato di allerta, persone che tossivano in faccia agli altri per entrare prima al supermercato… ma ho visto anche il lato positivo della nostra società: ho visto rispetto e solidarietà.

 

Ho visto come la “workingclass” sta tenendo il nostro Paese in piedi, quanto è importante il sistema sanitario pubblico, ho visto persone donare il proprio tempo e la propria conoscenza per aiutare gli altri. Insomma, ho visto il desiderio di aiutare senza alcun interesse.

 

In uno dei tuoi lavori critichi l’iperconnessione nella nostra società, pensi che in questo caso si stiano vedendo i lati positivi della connessione?
L’iperconnessione è come una moneta: ha due facce. In questa situazione ci permette di parlare con le nostre famiglie e i nostri amici nella maniera più semplice possibile. Posso sapere cosa accade ai miei amici in Olanda o in Inghilterra immediatamente e senza sforzi: la tecnologia rende il mondo più piccolo. Ma dall’altro lato il web viene utilizzato per diffondere fake news e discorsi d’odio.

 

Io ho deciso di non usare Instagram, Facebook, WhatsApp e Twitter per un po’. In questi giorni praticamente tutti i post hanno a che vedere con il Covid-19 e se sei malato come me non puoi farti travolgere da negatività e paura.

 

Come si sta affrontando questa emergenza in Spagna?
La Spagna ha dichiarato lo stato di allerta il 14 marzo e prima di allora venivano fatte alcune raccomandazioni. Prima che le raccomandazioni diventassero obbligatorie le persone avevano già cominciato a reagire e a capire quanto la situazione fosse seria.

 

La politica che ha tagliato i bilanci della sanità ora difende i servizi pubblici e propone un reddito di base.

 

Il sistema sanitario è vicino al collasso, si stanno installando nuovi ospedali e convertendo anche alcuni alberghi. Gli ospedali privati sono stati costretti a prendere in carico dei pazienti, nonostante alcuni di loro volessero mandare i propri dipendenti in vacanza per risparmiare. L’unità militare per le emergenze ha trovato anziani morti nelle case di cura private.

 

La Spagna è sotto shock e speriamo di avere presto buone notizie.

 

intervista fotografi LUZ

Tabernas Desert – Almería, Spagna © Jorge Pérez Higuera

Questa foto è stata scattata nel deserto di Tabernas dove sono stati girati più di ottocento film tra gli anni Sessanta e Settanta. Adesso è diventato un parco a tema dove vivere l’atmosfera degli spaghetti western. Finzione e realtà coesistono. All’inizio di questa pandemia, ho provato qualcosa di simile, non riuscivo a credere che fosse tutto vero: sembrava di essere in un brutto film o in un incubo. Ancora una volta, la realtà supera la finzione.
Jorge Pérez Higuera

 

TOMAS QUIROGA
Santiago – Cile

Tu personalmente come stai affrontando questo complesso momento?
Quello che sta accadendo mi tocca molto da vicino, mia moglie è italiana e abbiamo avuto anche delle perdite in famiglia e dei malati: è stata una settimana dura per noi.

 

Io sono a Santiago, qui molte persone non vogliono stare in quarantena, sembra non abbiano capito.

 

Come viene influenzato il tuo lavoro da fotografo?
Non sto lavorando, come fotografo, è stato tutto cancellato. Noi abbiamo deciso di fare quarantena volontaria tra venerdì e sabato scorso – 21/22 marzo – vedendo quello che succedeva in Italia. Qui siamo arrivati a un centinaio di casi e abbiamo deciso di stare a casa. Da quel lunedì le persone hanno iniziato a prendere sul serio quello che stava accadendo e il Governo a parlarne più seriamente. Hanno iniziato a chiudere le scuole e a chiudere gli uffici. Tutti i lavori che avevo con i clienti in quella settimana sono stati cancellati.

 

Per noi fotografi è complesso perché la quarantena funziona per chi può lavorare da casa, e nel nostro caso è molto difficile.

 

Tu sei cileno, cosa sta accadendo in questo momento nel tuo Paese, il cui clima politico è attualmente molto instabile?
Il Governo qui non ha molta credibilità, dopo quello che è successo a ottobre. La gente vorrebbe più durezza e più concretezza sulla quarantena.

 

Il nostro Governo non ha ancora preso decisioni drastiche: si sta facendo diventare il Coronavirus un dibattito politico tra chi la pensa in un certo modo perché è di destra, e chi in un altro perché è di sinistra.

 

Dopo la rivoluzione del 18 ottobre il Cile ha iniziato a polarizzarsi molto di più.

 

Io pensavo che trattandosi di un problema nazionale – anzi mondiale – la politica sarebbe stata messa da parte, per ora non è così.

 

A livello di negozi alcuni supermercati si sono organizzati autonomamente dividendo la clientela per fasce orarie: al mattino le persone anziane, poi donne incinte, poi famiglie. Non si può andare tutti alla stessa ora.

Pensi che l’attuale crisi sanitaria possa aggravarsi nel tuo Paese, data la sfiducia che hanno i cileni nei confronti del proprio governo?
Il nostro sistema sanitario pubblico è insufficiente e funziona male. In questi ultimi trent’anni non ha funzionato e quindi le persone sono molto preoccupate, una delle ragioni delle rivoluzioni passate è stata proprio la sanità. In questi giorni vedremo veramente la realtà.

 

intervista fotografi LUZ

Santiago, Cile © Tomas Quiroga

 

ALDO SOLIGNO
New York – USA

Tu sei italiano, ma vivi a New York. Come stai affrontando questo complesso momento?
Passiamo il tempo, finché si è sani va bene. Qui a New York siamo indietro di una decina di giorni rispetto a voi, adesso vi stiamo raggiungendo nel senso che i numeri stanno veramente crescendo velocissimamente.

 

Abbiamo visto quello che stava succedendo in Italia e abbiamo cominciato a prendere delle misure per proteggerci e stare in casa, i newyorkesi invece assolutamente no, fino alla settimana scorsa sottovalutavano la questione.

 

Anche a livello politico: Trump ha sottostimato enormemente la questione, invece lo Stato di New York guidato da Cuomo e il sindaco De Blasio, sono stati molto più pronti a rispondere all’emergenza. Il problema è che New York è una città molto viva e qui non esistono gli ammortizzatori sociali: chiudere le attività e le scuole è stata una scelta complessa che è arrivata gradualmente.

 

Qui molti bambini – soprattutto quelli dei ceti sociali più bisognosi – fanno il loro unico pasto completo a scuola. Chiudere le scuole ha voluto dire privare questi bambini dell’unico pasto sano della giornata.

 

Fra l’altro molti lavoratori qui vengono pagati a ore, ma con tutte le attività chiuse non lavorano: qui la cassa integrazione non esiste. C’è un assegno da disoccupati ma parliamo davvero di pochissimi dollari.

Com’è stato per te vivere quello che stava succedendo in Italia dall’estero?
Io mi trovavo in Italia, il 20 febbraio, proprio nei giorni in cui c’è stato il primo caso. Ho visto quello che stava iniziando a succedere e ho deciso – insieme a mia moglie e alla mia famiglia – di tornare a New York per paura che chiudessero i confini. L’ho vissuta quindi subito con molta attenzione. Quando ha iniziato ad arrivare anche qui in America noi sapevamo già cosa sarebbe accaduto – perché lo vedevamo dall’Italia – ma eravamo impotenti.

 

Lo raccontavamo ai nostri amici americani e loro la prendevano come una cosa che non poteva arrivare anche qui.

 

Che è un po’ quello che succede quando vediamo le epidemie in Africa o le guerre in Medio Oriente: ci dispiace, però in realtà dentro di noi pensiamo che nel nostro paese non potrà mai accadere. Qui è stato lo stesso. Per esempio, noi viviamo in un palazzo di cinquantotto piani e in ascensore, quando all’inizio mettevamo la mascherina e i guanti gli altri ci guardava male, perché pensavano esagerassimo.

Come viene influenzato il tuo lavoro da fotografo?
È tutto bloccato. Io sono a zero lavoro da tre settimane, anche perché io stesso per mia decisione quando qui cominciavano ad esserci i primi casi ho cancellato gli appuntamenti coi clienti. Ovviamente adesso neanche se volessi potrei lavorare. Mia moglie lavora nel mondo del food, lì è stata un’ecatombe: i grandi gruppi hanno licenziato migliaia di persone in pochi giorni e ora sono tutti disoccupati. Così è per gran parte dei servizi che necessitano di un pubblico e di una frequentazione.

 

Tutte queste persone sono senza stipendio e gli americani sono un popolo che non risparmia, non sono come noi italiani. Quindi vivere senza stipendio è qualcosa che in pochissimi possono permettersi qui.

 

Per diversi anni ti sei occupato di fotogiornalismo anche in zone di guerra, vedi delle somiglianze tra la guerra e l’attuale emergenza sanitaria?
Ci sono delle somiglianze espresse in maniera diversa: nelle zone di guerra io vedevo una solidarietà e un’umanità fortissime. C’erano il meglio e il peggio dell’essere umano concentrati nella stessa situazione. Vedevi nella popolazione una solidarietà che oltrepassava l’immaginabile.

 

Adesso non siamo a quei livelli: però c’è un isolamento che neanche in guerra hai. Questo rende tutto diverso e sconosciuto.

 

Cosa sta accadendo in questo momento negli Stati Uniti: come viene affrontata l’emergenza e come sta reagendo la popolazione?
In Italia ci sono i flash mob, le persone che cantano dai balconi, qui non è così. Trevor Noah: un comico molto famoso che conduce The Daily Show ha pubblicato una video – sul suo canale YouTube – in cui si affaccia dal balcone di casa sua a Midtown e inizia a cantare. Subito dopo si sente qualcuno che urla: “Shut the f*** up!” – ironizzando sulla scontrosità dei newyorkesi. Qui il problema è che vivendo nei grattacieli – noi siamo al trentacinquesimo piano – non ci sono i balconi e non è possibile interagire con nessuno. Leggevo delle riflessioni di Bill Gates in cui diceva che questo virus è democratico, perché colpisce tutti e paradossalmente ha colpito proprio i paesi più sviluppati – e New York ne è proprio il centro – dove c’è una grande concentrazione di popolazione, che si muove molto, ha molte interazioni, viaggia molto. Quello che non è democratico è che noi possiamo prenderci il tempo per capire quale sarà il nostro futuro e come potremo reinventare il nostro lavoro, ma è un lusso che non possono permettersi tutti.

 

Quelli che non hanno modo di pagare il prossimo mese di affitto o la prossima spesa non hanno il lusso di passare del tempo a reinventarsi.

 

intervista fotografi LUZ

Jimah Mahmod El Kurdi – Gaza City, Striscia di Gaza luglio 2019 © Aldo Soligno

Jimah Mahmod El Kurdi nel 2009 aveva 27 anni, alle sue spalle il luogo dove sorgeva la sua casa, completamente distrutta dai bombardamenti dell’operazione militare Piombo Fuso a Gaza. Terminata la guerra – a mani nude – ha dovuto smembrare le macerie di quella che era la sua abitazione per recuperare tutto ciò che era rivendibile – in particolare il ferro contenuto nel cemento armato – per sfamare la sua famiglia. Quando l’ho incontrato gli chiesi dove avesse trovato la forza per affrontare tutto questo. E lui mi rispose: “Nei momenti più difficili trovi energie e riserve di speranza che non avresti mai immaginato di avere”. Questo mi ripeto in questi giorni.
Aldo Soligno

 

GABRIELE STABILE
Roma – Italia

Tu come stai affrontando questo complesso momento?
Siamo rimasti tutti un po’ sorpresi. Adesso io e la mia famiglia siamo a Roma, ero appena tornato dagli Stati Uniti, ed ero in procinto di ritornarci. Siamo un po’ bloccati perché non possiamo raggiungere i posti dove di solito lavoriamo, dove abbiamo le nostre attrezzature e le nostre cose. Gli oggetti che ami sono lontani da te. Però dall’altro lato mi permette di stare vicino alla mia famiglia e passare del tempo con loro.

 

Sono fortunato: molti dei miei amici stanno facendo la quarantena da soli, distanti dalla propria famiglia e dalla propria casa. Penso che per loro la solitudine sia la cosa più difficile da affrontare.

 

La cosa peggiore poi è la sensazione che attorno a noi stanno tutti un po’ male, e la gente è molto impaurita. Basta un colpo di tosse e le persone vanno nel panico.

Tu hai un piede a Roma e uno a New York. Se avessi potuto scegliere dove avresti preferito passare questo tempo?
Io sono contento di stare qua, noi abbiamo un senso della comunità più sviluppato. Gli Stati Uniti sono bellissimi – New York è una grande città – però lo spirito è quello di stare ognuno per sé. È un po’ nel loro DNA imprenditoriale, nella loro mentalità. Inoltre negli Stati Uniti tante cose che noi condividiamo, per esempio la sanità pubblica, praticamente non ci sono. Quindi questo è un grosso vantaggio, di cui non ci siamo mai resi conto fino ad ora: la fortuna di avere un sistema sanitario in piedi, pagato dalle tasse di tutti. Poi c’è il network del quartiere, dei vicini, della famiglia. I rapporti sono ancora stretti nonostante tutto, e ci si sente meno soli.

Negli Stati Uniti che succede?
Sono in contatto con molti miei amici, noi siamo avanti di qualche settimana e quindi ho dato dei consigli dicendo cosa fare.

 

Per una volta i ruoli si sono invertiti: di solito arriva tutto prima da loro, che siano film o tendenze, e quindi sono io solitamente a fare le domande.

 

Inoltre molti degli iscritti alla newsletter di RawMessina – il mio studio a Milano – sono americani, e si è sviluppata una bella comunità dove la gente mi chiede consigli e suggerimenti, soprattutto su come passare il tempo. La mia è sempre stata una famiglia atipica, io e mia moglie siamo artisti e abbiamo sempre fatto lavori strani, adesso siamo un po’ il campione: quello che facciamo noi è una fonte inesauribile di svaghi, ai nostri figli facciamo fare l’ora di pittura ogni giorno o cacce al tesoro visuali. Diciamo che noi creativi siamo avvantaggiati rispetto a un geometra.

Come viene influenzato il tuo lavoro da fotografo?

 

Se anche avessi le attrezzature e la macchina fotografica non sarei andato fuori a fare foto. Ho anche declinato un lavoro, perché mi sento un essere umano e un cittadino della mia città prima che un fotografo.

 

Sono sicuro che riuscirei a fare una bella foto fuori, ma l’impatto che avrebbe questo scatto sarebbe maggiore o minore rispetto al mio restare a casa in questa situazione di emergenza? Io penso sia minore, restando a casa riesco a dare un buon esempio alla comunità e ai miei figli.

 

Si può fare tranquillamente a meno dell’ennesima foto del vecchietto in fila al supermercato.

 

Comunque sto ancora lavorando, solo che in modo diverso. Sistemo diapositive e l’archivio, edito vecchi video e preparo delle mostre dello studio a Milano, sono rimaste ferme ma ho fiducia che prima o poi il mondo riaprirà. Per il resto scrivo, leggo, guardo tutorial e imparo cose nuove. E poi ho riscoperto la bellezza di guardare fuori dalla finestra.

Il cibo è uno dei protagonisti di molti dei tuoi scatti, pensi possa cambiare il nostro modo di relazionarci a esso dopo questo complesso periodo?
In generale il nostro rapporto col cibo è già cambiato moltissimo negli ultimi dieci anni. Gli chef per esempio, fino a qualche anno fa non se li calcolava nessuno, ora sono delle rockstar. Penso che questo momento distopico sia sintomatico della nostra società, che cresce in modo ipertrofico fino ad ammalarsi.

 

Ci illudiamo di vivere in una civiltà super avanzata, ma basta che uno mangi un pipistrello cotto male in una regione semi sconosciuta della Cina, e ci ammaliamo tutti.

 

È incredibile che tutto questo sia nato dal consumo di un cibo, forse dovremmo rivalutare il nostro modo di consumare – e andare al ristorante per “ristorarsi” appunto – non per moda. E tutto questo te lo dice uno che durante gli anni di lavoro per il Lucky Peach ha mangiato un cuore di un branzino che batteva, e altre cose orribili.

In uno dei tuoi lavori più importanti hai scattato foto a diversi rifugiati. Pensi che la situazione che stiamo vivendo possa cambiare i nostri punti di vista sull’immigrazione e sulla cultura?
Io spero innanzitutto che i paesi da cui proviene questa gente, sopravvivano alla pandemia, perché se dovesse arrivare in paesi come l’Africa, sarebbe una vera tragedia. Mi piacerebbe che cominciassimo a sentirci tutti più vicini gli uni con gli altri. Dovremmo prendere questo momento di pausa forzata per riflettere e metterci in discussione: dobbiamo imparare dagli errori che ci hanno portato a questa situazione di emergenza, per non commetterli nuovamente.

 

Che poi io ho 45 anni e ho notato che nella vita le cose che impari sono sempre concomitanti a un grande sconfitta o un gran calcio in culo, una porta chiusa in faccia o una storia finita male. È così che si cresce.

 

Spero che questo succeda in larga scala, a ciascuno di noi singolarmente e anche come comunità.

 

intervista fotografi LUZ

Daniele Messineo, wearing Patrick Ervell, Staten Island Ferry, 2008 © Gabriele Stabile

 

 

 

 

 

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