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Faccia a faccia

“Era tutto premeditato”: Junior Cally spiega perché si è tolto la maschera.

di Chiara Monateri

Antonio Signore, 28 anni, per tutti Junior Cally, si è tolto la mascheraNato e cresciuto nella provincia laziale più profonda – a Focene – inizia facendo lavori come le pulizie nei negozi e il ragazzo che sposta le sdraio nelle spiaggeLa gavetta nel rap è stata un crescendo, con solo due album raggiunge il successo. Ricercato, uscito a settembre, è stato il disco rap più venduto in Italia. 

Reduce da un instore tour di ben 24 date e dall’uscita recente del nuovo singolo e del video di Sigarette, Junior Cally è partito con il primo tour in cui non indossa la maschera.

Il vizio di nascondersi non l’ha perso del tutto, infatti non svela nulla sui suoi progetti futuri. La sincerità è altrove: nel racconto della rivalsa economica e sociale e nella sfida di rimanere credibile anche senza una maschera addosso.

Cosa ti ricorderai dei tanti instore che hai appena terminato?
Sicuramente la serata a Salerno dopo l’instore: eravamo tra amici, il manager di un rapper che conosco bene e con cui ho collaborato mi ha portato in questa discoteca e io continuavo a dire “devo andare a dormire, domani devo partire…” e lui che mi diceva “tranquillo, facciamo presto”: ho fatto le 8 di mattina e ovviamente mi sono pentito tantissimo. 

È cambiato l’atteggiamento dei fan ora che sei senza maschera?
Totalmente. Allo scorso instore, in cui avevo la maschera, era quasi come se ci fosse un muro, uno schermo tra me e i fan. Se c’è una maschera non puoi davvero sapere come si sente chi ci sta dietro e qual è la sua espressione, mentre vedendo che al di là c’è un ragazzo normale come loro si sono aperti di più, anche fisicamente: i ragazzi ti abbracciano, le ragazze ti si buttano addosso, qualcuno piangeva… è stata una cosa diversa: questa novità del contatto coi fan è qualcosa che mi porterò dietro tutta la vita.

 

junior cally rap ricercato

Junior Cally © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Dietro la maschera c’era anche la paura di non farcela?
Assolutamente, sarebbe da ipocriti dire che dietro la maschera non ci fosse il timore di non arrivare.

 

La maschera crea anche uno scudo per le malelingue: sono cresciuto in un paese di 3000 abitanti, e quando in un posto così dici che vuoi fare il rapper, tutti ti danno contro e ti dicono che sei uno sfigato.

 

La maschera serviva anche a questo: per far mettere proprio a quelli che mi criticavano la mia canzone in macchina a palla senza sapere che quello fossi io, lo sfigato “che voleva fare il rapper”, e ci sono riuscito.

 

È stata una scelta impulsiva o ponderata?
Ponderata: c’è tutto uno studio dietro, ho calcolato ogni scelta lavorativa e ogni singola mossa sui social. Sapevo già come avrei gestito il tutto, il piano era tutto premeditato.

 

Toglierti la maschera è stato la conseguenza di un cambio personale o artistico?
È stata una vera e propria esigenza di vita. Non potevo neanche andare a cena con gli amici senza sentirmi un peso, chiedendogli di controllare le loro stories su Instagram, per controllare di non apparire nemmeno riflesso in uno specchio, coi tatuaggi che avrebbero potuto essere riconosciuti e tradire la mia identità. Non potevo neanche prendermi un caffè con una ragazza senza il rischio che qualcuno mi facesse una foto e iniziasse a indagare.

 

Ho deciso di togliere la maschera perché non respiravo più, intendo proprio mentalmente.

 

junior cally rap ricercato

Junior Cally © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Un fan ti aveva fatto delle foto nel backstage in un momento molto delicato
Sì, mentre ero nel backstage coi genitori di Francesco, il ragazzo che è venuto a mancare e a cui è dedicata Ferite. Era un momento davvero intimo, in cui mi sentivo davvero a casa, in camerino e coi genitori di Fra. È stata una cosa vergognosa. Era un volontario, quindi nemmeno me l’aspettavo. Inoltre si era fatto un attimo prima una foto con me, mostrando di essere un mio fan: allora se poi fai così vuoi solo crear casino in modo vigliacco. 

Cosa ti ha fatto capire questo episodio?
È stata una cosa brutta e anche un po’ la goccia che ha fatto traboccare il vaso. In quell’istante ho capito che avevo deciso di fare la cosa giusta, sapendo già da mesi che avrei tolto la maschera dopo quel tour: eravamo alla penultima data. Quindi dopo il memoriale per Francesco, ho capito che se ci fosse stato il minimo dubbio riguardo al tenerla, in quel momento era svanito e sapevo di aver fatto la scelta giusta.

Togliere la maschera è stata la tua rivoluzione, ma è anche un gesto controcorrente in una società in cui tutti la indossano sui social
Quando all’inizio ho scelto la maschera, l’ho fatto pensando che fosse rivoluzionario spaccare tutto indossandola. Nel 2019, dove tutti si nascondono dietro a un avatar, e si può incontrare dal bullismo fino ai vigliacchi e ai leoni da tastiera, la vera rivoluzione è togliersi la maschera.

 

L’importante – per me lo era anche quando indossavo la maschera – è essere se stessi.

 

Anche dopo il successo?
Sono un ragazzo normalissimo, vengo dalla povertà. A 17 anni mi svegliavo per pulire nei bar alle 5.40 perché alle 6 arrivavano i clienti e bisognava fermarsi. Non dico di avercela fatta, perché sono solo agli inizi, ma se sto vivendo questo sogno e ho la possibilità di godermi tutto quello che ho sempre voluto, ce la può fare chiunque.

Quindi?
Quindi essere se stessi, essere sempre umili, non prendere sotto gamba le cose e imparare a gestirle, sono le cose fondamentali per far crescere la propria carriera artistica. Fate tutto quello che volete, fate tutto quello che vi sentite di fare e non fatevi mai mettere i bastoni tra le ruote da nessuno, perché c’è più gente che pensa a rovinare il vostro sogno piuttosto che a inseguire il proprio, quindi andatevene per la vostra strada.

Ti senti più vulnerabile o più forte senza maschera?
Mi sento dieci volte più forte.

 

Come vorresti che fosse definito Junior Cally senza maschera?
Serial Killer.

 

Qual è il tuo mondo, oltre la maschera?
Si aprono tutte delle nuove possibilità: intanto potrò uscire tranquillamente con gli amici e coi colleghi, cosa che non potevo fare in tranquillità. Tornerò allo stile di vita che avevo prima di essere Junior Cally e mi godrò tutto quello che viene, senza filtri.

 

Per due anni non mi sono scattato neanche una foto: inizia una nuova vita. Per certi aspetti non mi sono mai goduto la fanbase che ho adesso, ho sempre vissuto solo il “dietro le quinte”.

 

C’è l’altro lato della medaglia: verrai fotografato sempre e ovunque
Per il momento mi va bene: già mi fermano al Carrefour di San Giuliano alle 3 di mattina che rientro dallo studio stanco, sudato e con le occhiaie… ma preferisco di gran lunga farmi le foto in questo stato, che gli scatti rubati.

 

junior cally rap ricercato

Junior Cally © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Tu sei ancora old school come lyrics. Cosa pensi invece di chi scrive i testi seguendo solo una posa?
In realtà la trap non esiste, nel senso che è un sottogenere del rap. Cambia la sonorità, poi se dobbiamo intendere la trap come prendo la codeina e sto fatto, ti dico che primo, non mi sento affatto parte di questo e spero che emerga chiaramente dal disco, e secondo, ti dico che un testo così lascia il tempo che trova, può andare bene all’ascoltatore per un lasso di tempo “determinato”.

Si pensa più all’apparire, lasciando i testi impersonali?
La musica che crei è fondamentale: se non fai qualcosa qualcosa che lasci davvero al tuo fan, a chi ti segue da casa, dalla macchina o dal telefono, duri il tempo che ci hai messo a scrivere che ti droghi, quindi poco.

 

Il “personaggio” nella musica dura fino a un certo punto, e te lo dico io che ero un personaggio con la maschera, quindi abbastanza forte.

 

Gli artisti che durano sono quelli che lasciano qualcosa che hanno vissuto esperienze di vita forti. Questo è il mio pensiero, puramente soggettivo.

Cosa cambia passando alle major?
Cambia l’approccio lavorativo, perché con un team riesci a concentrarti sul tuo lavoro e non disperdi le energie.

 

È vero che i soldi possono fare la differenza, ma la fanno solo se tu hai delle idee.

 

Personalmente mi trovo alla grande perché sono circondato da un team di lavoro che ha realizzato ancora meglio quello che immaginavo io per i miei pezzi.

Cambia il mindset?
Totalmente, fare un disco diventa un lavoro. Al primo disco certe cose le avevo prese sotto gamba e il successo è stato wow, una sorpresa. Col secondo album è stato del tipo ok, se sbaglio questo disco, ho finito: c’è più ansia, che però aiuta anche a fare bene.

Dei giornalisti hai detto che hanno scritto delle storie assurde su di te
Uno che non ricordo neanche chi sia raccontava della mia “storia d’amore” e di dove abitassi a Roma… sbagliando pure tutto: ma allora che ti metti a indagare su di me se non ci prendi neanche? Va bene che la storia di uno con una maschera risulti intrigante, ma ricordati pure che è più difficile da scoprire, e al 99% la sbagli.

Senza maschera, sei pronto al gossip?
Non me lo immagino nemmeno… vediamo che succede!

Non hai paura di perdere il flair da rapper durante le interviste, senza la maschera?
Essere duro è uno stato mentale. Un esempio è che io non parlo troppo di strada nei miei testi, eppure so che l’ho vissuta mille volte di più di chi ne parla continuamente. Tu puoi essere molto vissuto, duro dentro, e sembrare anche insicuro e magari emozionato durante le interviste, senza una maschera. Però è proprio quello che rende tutto più figo, perché dici: “Com’è possibile che questo ragazzo sembri emozionato durante un’intervista e poi nel testo mi spara dieci litri di sangue?”.

Cos’è che ti rende duro?
Nel mio caso è la malattia psicologica, io le turbe ce le ho in testa, non devo mostrarle con l’aspetto fisico. Anzi, sono felice di sembrare un bravo ragazzo.

Potresti parlare nei tuoi testi non solo di esperienze personali ma anche di temi più grossi, come la politica?
Un rapper deve parlare di ciò che vive. Se parlassi di qualcosa che non ho vissuto, un fan si accorgerebbe subito che sto mentendo. Ognuno deve parlare di argomenti di cui s’interessa e di cui sa. Magari un giorno mi scatta la valvola, inizio ad informarmi di politica, e se mi sentissi sicuro a riguardo potrei menzionarla, ma al momento no: non è un argomento che appartiene alla mia vita.

Quanto contano i soldi?
Conta come li usi e il valore che gli dai.

Col successo hai cambiato modo di vivere?
Quello è inevitabile.

 

Però sai, “tanti soldi” possono essere nella tua testa i 50 euro per portare mamma e papà a mangiare una pizza, che prima era un sogno, come “tanti” sono anche 1000 euro per comprare una giacca solo per farci un video.

 

Spiega meglio
“Tanti soldi” non è un concetto che mi ossessiona: mi sono sempre divertito anche solo con 5 euro di benzina e 3 euro per una Ceres. Quindi il divertimento lo puoi trovare davvero anche con poco, è da scemi dire il contrario. È ovvio poi che uno si augura di avere più soldi per fare la cosa giusta. Se ne hai un po’ da parte puoi aprire un ristorante, per esempio, ma conta di più il valore del sogno che riesci a realizzare, non tanto quello di quanto ci hai investito.

Nel tuo ristorante che si mangerebbe?
Pesce, sicuramente, e avrebbe pochi coperti, per gestirlo meglio: con poca clientela riesci a mantenere più alta la qualità del cibo che offri.

Faresti sapere che sei tu il proprietario o ti maschereresti anche in questo caso?
Niente maschera: anzi potrei lanciare l’attività attraverso i miei canali, per darle più visibilità.

Il rap è la musica del disagio ma anche del riscatto: tu l’hai avuto?
Sì: sono ancora agli inizi, però adesso magari non mi vergogno a indossare qualcosa di costoso. Non mi sono fatto regali inutili però.

 

Il primo anno di successo ho speso tutti i soldi che ho guadagnato in ristoranti e lo rifarei un altro milione di volte…

 

junior cally rap ricercato

Junior Cally © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Però?
Però adesso che non ho più la maschera, magari è il momento di curare di più me stesso, magari anche a livello d’immagine e di immaginario, anche perché mi posso permettere di non investire più solo sul necessario, ma anche su qualcosa di più. Quindi, a fronte della gavetta che ho fatto, ora non mi vergogno davanti ai miei fan se indosso una giacca costosa, perché comunque, se vai a ritroso nei miei post, vedi che stavo seduto su una Picasso, coi jeans tagliati da me.

E la rivalsa sociale?
Me la vivo bene. Qualcuno del mio paese è venuto a scusarsi, perché mi aveva sempre dato contro e non ci aveva mai creduto, e ha ammesso di essere stato un coglione: mi ha fatto piacere.

Era così hardcore la situazione in paese?
Hardcore? Dovevo fare a botte in piazza. Quando andavo in piazzetta a far sentire le canzoni nuove, arrivava il cretino di turno a svalutarmi e lo dovevo menare.

Bastava voler fare il rapper per far arrabbiare gli altri?
Eri uno sfigato: gli altri si vestivano firmati, e dicevano “guarda quella zecca” a te coi pantaloni larghi. Adesso alcuni hanno chiesto scusa, e altri fanno finta di niente e si siedono al tavolo a chiacchierare: io però so con chi sto parlando, quindi se arriva uno che mi ha preso per il culo per tutta la vita, lo faccio anche stare al tavolo, ci scambio due chiacchiere, ma nella mia testa so che non si va oltre a quello. So che se vado giù, tu tornerai a dire che sono un fallito.

 

C’è qualche mito che hai sfatato col successo?
Certamente, anche in In piazza dico “stavo su una panchina e sognavo il privé con lo champagne”.

 

Scopri il rap, da ragazzino, e pensi champagne, puttane, soldi e belle macchine. Poi scopri che il 90% del lavoro che devi andare a svolgere è tutto tranne che quello. Quelle cose sono un plus, arrivano legate alla dimensione dei live, e per me andare a sbocciare con la maschera era un bel casino.

 

Mi capita che ora che posso avere il privé con lo champagne, vorrei la panchina.

 

Quindi fare il rapper è un lavoro?
Per me al 100%. Poi per fortuna c’è anche la parte divertente, sennò sarebbe uno stress e basta. È comunque molto più faticoso di tanti altri lavori che ho fatto.

Ad esempio?
Tipo portare i lettini in spiaggia: è faticoso, però lavoro di testa molto di più adesso che prima. Quando fai un lavoro normale attacchi a una certa ora, poi stacchi, e ciao. Ora mi alzo la mattina, attacco, e stacco solo quando il cervello decide di staccare, non quando scatta la sveglia. Sono due fatiche diverse: questa la accuso di più, ma la fortuna è che mi piace farla.

 

junior cally rap ricercato

Junior Cally © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Tutti con me e Nessuno con me sono la prima e l’ultima traccia di Ricercato
Nessuno con me è un pezzo che va oltre le persone che hai accanto, è più introspettivo. Dopo i live torni a casa, gli altri continuano a divertirsi, e i conti con tutto li fai da solo, la sera. Quelli li devi fare sempre con tutto: con la vita, il lavoro e le relazioni. È come quando fai una festa per inaugurare la casa nuova, e poi rimani da solo a pulire. Se non li fai, non avanzi neanche di un centimetro. Essere da solo quindi è stata anche la mia forza.

Ti porterai le collaborazioni del disco anche nella dimensione dei live?
Sì, per ora abbiamo cinque date allineate partendo già da ottobre: Mantova, Garlasco, Melzo, Torino e Crema. Mi piace fare le cose bene e con calma, quindi inizieremo col tour nei club, che è da dove vengo io. Saranno i primi live senza la maschera, quindi non voglio partire da concerti troppo grossi, voglio partire da questa dimensione e inserire i vari artisti, per vedere anche come funzionano le cose e cominciare a pensare da lì come espandere lo show e farlo diventare più maturo.

In Ricercato ci sono pezzi come Ferite e Nessuno con me che hanno un tono molto più pop
Quando vado in studio faccio quello che mi va di fare. Se esce il brano pop, rock o che altro, l’importante è che quel brano sia mio. Se qualcuno volesse per questo additarmi come un paraculo che fa pop per prendere più pubblico, non mi interessa proprio: il pezzo è mio e non mi interessa cosa dice la gente.

Hai una famiglia anche in senso musicale ora?
Sì, ma come dice mio fratello e credo pure Anthony Hopkins in Hannibal, è importante provare sempre cose nuove. Non mi piace fossilizzarmi su qualcuno in particolare per produzioni e featuring. Ovviamente conosco dei rapper con cui mi piace collaborare, però non mi piace a livello musicale e artistico crearmi la mia comfort zone, sennò rischio di ripetermi: sento di dover sempre cambiare, di dover provare qualcosa di nuovo. Poi magari qualcosa che cambi non funziona, ma se sei circondato del team giusto, e quello non si cambia, sei sempre nel posto giusto.

 

junior cally rap ricercato

Junior Cally © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

La tua famiglia naturale invece come vive la tua carriera?
Tornavo a casa e dicevo, “Voglio fare il rapper”. E mia mamma mi rispondeva “Ma vai a lavorare e comprati le scarpe che sono bucate”: quello sarebbe stato più sicuro, rispetto allo spendere i soldi per i video.

 

È un po’ impensabile infatti che uno faccia il rapper, nel senso, siamo in tanti ma siamo pochi: non è facile emergere ed è ancora più difficile rimanere.

 

Ne sono felici?
È una situazione strana, ma mia mamma è felicissima, è uscita di testa. Lei è molto credente, ha un quadro di Gesù Cristo in salone e ora ha messo un quadro mio opposto a Gesù Cristo, ancora più grosso, e sembra quasi che ci guardiamo. Sono miei fan, si divertono, guardano i miei video e ascoltano le mie canzoni. Mia madre ha fatto un instore, ha preso il disco e se l’è fatto autografare. Son cose belle, se la vivono da fan, forse un po’ troppo ogni tanto! Ma va bene così.

Hanno preso male il “fanculo la droga viva la figa” in diretta su Canale 5 la notte di capodanno?
Ma no, mia mamma è pazza come me. Lei poi mi conosce, quella frase la dissi già in pubblico prima di capodanno, durante un piccolo live a Roma davanti a 380 persone: non era neanche uscito il primo disco, e un fan se la tatuò sul sedere. Lì ero me stesso, non avevo per niente bisogno di fare scalpore, e a capodanno ho semplicemente ripetuto una frase da me già detta: da lì si è sparsa a macchia d’olio.

 

Non mi pento di nulla, e continuo a sostenere che è meglio la figa della droga, però ognuno c’ha la sua.

 

Cosa c’è nel futuro
Tanta musica e anche lavori paralleli, sempre con me come protagonista.

Tipo?
Non posso dirlo, mi spiace, perché è una cosa che arriverà a breve, nell’immediato praticamente. Posso dirti però che sono lavori del tutto al di fuori della musica.

Uno dei pezzi dell’album è Purgatorio. Tu dove andresti al momento?

 

All’inferno! Lì immagino di trovare più gente come me, senza dubbio: sono più maledetto che puro.

 

Sicuramente ho peccato tantissimo, poi l’inferno è più figo, il paradiso me l’immagino una noia. A parte che poi in paradiso non c’è nessuno, secondo me arrivi e ti ritrovi lì da solo nel nulla e dici, c’è nessuno?!

 

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