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L’istinto interiore

La “superbolla” di Londra, la politica come servizio pubblico, l’incontro con Obama e Trump. Parla il presidente di Human Technopole: Marco Simoni.

di Teresa Cardona e Federica Venni

Il cardo e il decumano sono deserti, ai lati i resti di qualche padiglione: sembra di percorrere le vie di una città fantasma. Pare ieri quando milioni di persone da tutto il mondo sono arrivate per visitare le meraviglie di Expo. È proprio qui che incontriamo Marco Simoni – nel suo ufficio con vista sull’Albero della Vita – presidente di Human Technopole: l’Istituto di scienze per la vita, già insediato a Palazzo Italia.

Non manca molto alla seconda vita del polo – alle porte di Milano –  che ospitava Expo 2015. Il comune ha dato il via libera al progetto MIND (Milano Innovation District) che prevede anche l’arrivo di un nuovo ospedale, del Campus dell’Università Statale e di un parco tematico scientifico tecnologico.

Sono stati accolti i primi sette scienziati – italiani e stranieri – che cambieranno le nostre vite, contrastando il cancro e le malattie neurodegenerative con la medicina personalizzata.

Non ci sono solo cervelli in fuga, qualcuno resta o addirittura qualcuno arriva dall’estero
Quella dei cervelli in fuga è una formula che contiene molta retorica.

 

Rischia di diventare un ritornello un po’ stanco che in Italia ha due facce: ci sono coloro che si autocelebrano credendosi più intelligenti di chi è rimasto in Italia e poi ci sono quelli che considerano chi parte come un fighetto privilegiato. Sono entrambe false.

 

Nella tua esperienza com’è andata?
Io ho studiato a Londra e come tutti gli studenti fuorisede, campavo con quattro lire. Vivevo in una stanza minuscola in una zona improbabile della città, mi spostavo con i mezzi pubblici o macinavo centinaia di chilometri in bicicletta. Certo, non lavoravo in miniera, ma non avevo un tenore di vita da privilegiato. Credo perciò che la questione vada considerata in maniera molto più semplice, come una scelta personale: curiosità per ciò che accade fuori dall’Italia. 

 

Marco Simoni Human Technopole Expo intervista

Marco Simoni © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Qual è stata la tua spinta ad andare via dall’Italia?
Io sono partito perché erano gli anni in cui si cominciava a parlare della globalizzazione e volevo capire, in qualche modo, di cosa si trattasse davvero! Detta così è un po’ uno scherzo, ma il mio punto è che ogni scelta è legittima, anche trascorrere tutta la vita nello stesso posto. L’importante è cercare di fornire ragionevoli opportunità in ogni luogo. Certamente non tutti tali opportunità le hanno avute. Io mi sono laureato nel 2000 in un’epoca che cambiò molto rapidamente.

 

Non si parla mai di un fatto: la generazione di coloro che hanno cominciato a lavorare nel 2007-2008 – chi allora era tra la fine della scuola superiore e la fine dell’università – ha subito da un punto di vista economico gli effetti di una vera e propria guerra.

 

Le opportunità di sviluppo lavorativo e professionale erano pari a zero perché la crisi aveva piegato il sistema produttivo italiano. Mentre io, quando mi sono laureato, avevo almeno quattro opzioni concrete e scelsi di andare a Ginevra, a fare uno stage all’ILO (Organizzazione internazionale del lavoro) che poi si tramutò nel mio primo lavoro vero e proprio.

Oltre alla curiosità cosa ha influenzato le tue scelte?
Io vengo come tanti romani – e molto probabilmente anche tanti milanesi – da due famiglie molto diverse, un aspetto secondo me che è tipico del nostro Paese. Un bisnonno che ha avuto il primo paio di scarpe a 18 anni e l’altro – storico dell’arte – che ha studiato a La Sapienza alla fine del secolo e cenava con poche castagne secche quando tornava dall’università. Questo dato biografico ha molto influenzato le mie scelte. Ho ricevuto in dono una venerazione quasi sacrale per il lavoro diligente, una propensione naturale a quello che forse impropriamente una volta si chiamava sacrificio e che magari era un naturale egoismo, una sana voglia di fare gli sforzi necessari per raggiungere i propri sogni, che un tempo non tanto lontano anche in Italia significava uscire da una condizione di povertà economica e culturale.

 

Io credo che le scelte esistenziali le fai in base a quello che in inglese si chiama gut feeling – un istinto interiore – che si basa sui valori che hai scelto e accettato tra quelli che hai conosciuto negli anni della formazione. Funziona così, alcuni valori li rifiuti, altri li accetti, e questi diventano te. 

 

Nel cammino che ti ha portato da Londra a Human Technopole quali sono state le esperienze per te determinanti?
Un’esperienza davvero molto importante, che ho condiviso con mia moglie, che è americana, è stata quella di avere dei figli a Londra, un fatto che ha avuto un ruolo importante nella decisione di tornare in Italia. Vivevamo in una sorta di superbolla, tante bolle una dentro l’altra: una città molto internazionale e in un ambiente universitario. Eravamo, di fatto, isolati dalla società: nonostante io sia una persona molto socievole avevo un solo amico inglese. 

 

Marco Simoni Human Technopole Expo intervista

Marco Simoni © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Cosa avete trovato fuori dalla vostra “superbolla”?
Abbiamo toccato con mano il classismo esasperato della società inglese quando abbiamo dovuto iscrivere i figli a scuola: alcuni nostri amici cambiavano addirittura casa per avvicinarsi alla scuola migliore.

 

Perché in Inghilterra se tuo figlio va alla scuola elementare sbagliata la sua vita può essere rovinata per sempre: non potrà mai accedere a una scuola media decente, a un liceo decente, a un’università decente. Il livello di segregazione sociale che è possibile vedere a Londra, io a Roma non l’ho mai visto.

 

E il livello di classismo proprio nel senso tecnico del termine: tu nasci in quella classe, vivi in quella classe, muori in quella classe e non ci sono speranze. Sia chiaro: anche l’Italia è un paese a bassa mobilità sociale, che dovrebbe investire di più sulle opportunità, ma nulla paragonato alla durezza esasperata del paese che, forse non a caso, da anni ormai è immerso nella sua peggiore crisi costituzionale dal dopoguerra per via della Brexit.

Quindi avete deciso di andarvene da Londra?
La scelta è stata quella di non rimanere in un luogo che oltre ad avere per noi delle alienità non essendo noi inglesi, aveva delle regole di base che noi tendevamo a rifiutare. Poi sia l’Italia che gli Stati Uniti hanno tante altre contraddizioni però almeno sono le nostre contraddizioni, del paese mio e di mia moglie, ti è più facile averci a che fare, cerchi di affrontarle, le combatti, non ti piacciono perché ovviamente nessun paese è perfetto. Per questo motivo siamo venuti in Italia: saremmo potuti anche andare negli Stati Uniti, ma in modo quasi casuale, nel 2013, mi è stato chiesto di dare una mano al governo – quello guidato da Enrico Letta, ndr -. Decidemmo di venire qui per un anno e poi alla fine siamo rimasti, sono ormai sei anni, quindi per ora rimaniamo qui. E questa è stata la seconda esperienza per me determinante.

 

Marco Simoni Human Technopole Expo intervista

Marco Simoni © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

A proposito della tua esperienza con il governo. Che cos’è per te la politica?
Parlando nel senso più ampio del termine, la politica oggi possiamo intenderla come il processo e l’atto di governare le società democratiche. È anche una materia che io studio e insegno.

 

Pur volendola dunque circoscrivere: il cuore della politica rimane una costanza nella esperienza umana, dalla democrazia di Atene a oggi.

 

Ovvero il modo, a volte pacifico a volte meno, in cui interessi diversi e valori diversi, interagiscono e si combinano, generando fatti concreti che influenzano la vita delle persone, allargando o restringendo le loro libertà e le loro possibilità. E in questo senso non c’è niente di più importante nella vita civile. 

La politica permette quella possibilità di scelta di cui parlavamo prima?
Esattamente: le determinazioni della politica permettono agli individui, alle famiglie, di compiere scelte, una quantità più o meno ampia di possibilità. Ciò che oggi ancora non è chiaro a tutti è che gli strumenti della politica vanno cambiati in maniera ancora più profonda di quanto si è riusciti a fare finora.

 

Pensiamo a cosa è stato fatto tra gli anni ‘50 e gli anni ’90. La politica allora ha influito profondamente nella vita delle persone: in Italia, per esempio, la scuola media obbligatoria negli anni ’60 ha cambiato la vita di milioni di persone in maniera radicale.

 

Questo tipo di cambiamento avveniva con una decisione e un tratto di penna che aumentava la spesa pubblica, ad esempio, dal 10% del PIL al 15% in un singolo anno, per rendere l’idea. Si pensi anche all’introduzione della sanità pubblica per tutti: un’altra decisione politica che ha cambiato radicalmente la vita dei cittadini italiani.

Pare di capire che lo scenario sia drasticamente cambiato
Pensiamo ad esempio a una misura recente, che sembra molto popolare: Quota 100. Avrà influenzato la vita di quante persone? Centomila? Duecentomila? Inoltre, appunto, queste vite hanno avuto un cambiamento piccolo non certo paragonabile ai cambiamenti epocali degli anni ’60 o ’70. Ecco la differenza. Oggi non è possibile investire quella quantità di risorse per innescare grandi cambiamenti come in passato, soprattutto perché la spesa pubblica è già altissima.

 

Bisogna perciò trovare strumenti diversi: spendere altri soldi non può essere più la soluzione principale se non per singole questioni circoscritte. Ma non può essere la crescita della spesa a tenere viva l’importanza della politica nella vita collettiva di una nazione. 

 

Marco Simoni Human Technopole Expo intervista

Marco Simoni © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Seguendo il filo del tuo ragionamento, come definiresti l’esperienza che stai vivendo qui a Palazzo Italia?
Quello che sto facendo qui ora a Human Technopole, è politica in senso ampio, intesa come servizio per il pubblico, gestione di un bene collettivo. Nient’altro. Stiamo costruendo una nuova infrastruttura di ricerca, che è qualcosa di più di un centro di ricerca. È un luogo dove ci sono delle grandi tecnologie a disposizione di tutto l’ecosistema, sia in termini di strumenti di ricerca, sia in termini di contenuti. Per esempio corsi di formazione di altissimo livello, un luogo aperto di discussione sull’importanza della scienza, un luogo di scambio e feedback continuo tra industria e ricerca. Io non riesco a immaginarmi una cosa più pubblica e collettiva di questa. Un progetto, tra l’altro, abbracciato più o meno da tutti i partiti che ne hanno capito la solidità.

Facciamo un passo indietro. Come sei arrivato a Human Technopole?
Tutto è iniziato quando si è instaurato il Governo Renzi e fui chiamato a far parte della sua squadra a Palazzo Chigi. In quel periodo, eravamo nel 2014, c’era un gran fermento intorno a Expo.

 

Io mi occupavo di attrazione di investimenti esteri e venni a sapere che per il dopo Expo non esisteva un piano. Così andai da Renzi, e – forse in romanesco – gli dissi: “guardi Presidente, se è davvero così è meglio che non lo famo l’Expo”.

 

Mi diede ragione, ma anziché tentennare su svolgere o no la manifestazione, mi affidò l’incarico di occuparmi di ciò che sarebbe accaduto dopo. Lo feci per quattro anni e mezzo, anche durante il Governo Gentiloni fino a dedicarmi solo ed esclusivamente a Human Technopole che oggi sorge su un’area sulla quale in totale a oggi sono stati già investiti circa 3 miliardi. 

Una cifra considerevole
Certamente, ed è solo l’inizio. Di questi però, l’investimento pubblico per Human Technopole non supera i 140 milioni l’anno. Ma è un investimento pubblico che, proprio come il lievito per il pane, ha lo scopo principale di attirarne altri. In altre parole, se non possiamo chiedere miliardi allo Stato, bisogna comunque pensare all’interesse pubblico. La politica in senso ampio: insieme alle Istituzioni locali abbiamo fatto squadra andando dritti verso l’obiettivo di trasformare quell’area non in un immenso parco giochi semi-abbandonato – come è successo quasi ovunque nel mondo – ma in un centro per l’innovazione e la ricerca che – come Expo – attragga in Italia persone e capitali da tutto il mondo.

In altre occasioni non ha funzionato. Qual è stata la chiave di volta per riuscire a farcela?
Siamo stati capaci di affrontare e gestire i tempi della burocrazia che in altre occasioni hanno impedito la nascita di progetti ambiziosi: unendo gli attori e identificando subito gli strumenti di cui avremmo avuto bisogno, con il giusto mix di pubblico e privato che ci avrebbe permesso di attrarre risorse. Per questo oggi siamo partiti. L’inizio si è basato su Human Technopole, sul campus dell’Università Statale e l’ospedale Galeazzi: tre realtà che ancorano la vocazione di un polo che ha già la piena attenzione di un grande pubblico internazionale. Questo, per me, è già un successo  politico, nel senso ampio dell’interesse pubblico. Ma nel linguaggio comune ci si chiederebbe: chi se lo attribuisce questo successo? Io dico: non un singolo ma un insieme di persone che ha sviluppato in questi anni un grande senso delle priorità e un grande senso di responsabilità condiviso da governi locali e nazionali di colore diverso.

 

E si tratta di un caso di cui dovrebbe andare orgoglioso anche il sistema politico nel suo insieme, perché quando i vertici di istituzioni che sono stati espressi da partiti diversi, hanno sensibilità e obiettivi diversi, riescono a dare continuità a un progetto perché di grande utilità pubblica, ecco lì la politica dà il meglio di sé, a prescindere dal colore.

 

Qui tra Governo, Regione e Comune è accaduto questo.

 

Marco Simoni Human Technopole Expo intervista

Marco Simoni © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

L’efficacia della squadra, dunque. Quali sono, a parte Human Technopole, invece le occasioni in cui tu, personalmente, ti sei sentito particolarmente efficace?
Se devo citare qualcosa di bello che ho fatto a parte Human Technopole, in cui io ho dato il mio contributo, parlerei di ciò che è accaduto a Napoli.

 

Quando ci fu l’occasione, mettemmo in comunicazione Apple con l’Università Federico II di Napoli, con la Regione Campania e le altre istituzioni locali: una sfida rischiosa che oggi, però, vede all’interno dell’Università, che ha messo a disposizione alcuni piani dei suoi edifici ad Apple, una sorta di Silicon Valley italiana.

 

Qui arrivano ragazzi da tutto il mondo e tante multinazionali hanno deciso di creare il loro avamposto. E così il Development Center di Apple a Napoli è un vero polo di altissima tecnologia in uno dei quartieri più difficili d’Italia. Un quartiere che, verosimilmente, tra qualche anno sarà meno emarginato. Ed ecco qui, perciò, un altro buon risultato del fare politica come interesse pubblico. Questo è uno dei progetti di cui sono più orgoglioso, perché è stato un innesto positivo di cui beneficerà tutta la comunità.

Quindi la morale
La “morale”, anche qui, è la stessa: fare politica non significa solo spendere soldi – che sono pochi e vanno spesi dopo una valutazione sempre molto attenta – ma innescare meccanismi virtuosi capaci di attrarre risorse e interesse da parte delle imprese e dei talenti. Non significa una meritocrazia stracciona nella quale il più bravo chissà come mai coincide col più forte, ma al contrario significa includere nei progetti pubblici il contributo che ognuno è in grado di dare e, valorizzandolo, raggiungere obiettivi ambiziosi tutti assieme.

 

Per me è chiaro poi che quel poco denaro pubblico che c’è a disposizione, anche attraverso revisioni e miglioramenti della spesa pubblica, andrebbe indirizzato sempre di più verso la ricerca pubblica diffusa che soffre ancora di un gap da recuperare con il resto d’Europa. 

 

Piccolo spazio gossip: tu hai incontrato Obama…
Sì, è accaduto due volte, durante il governo Renzi. Anche durante il governo a guida Gentiloni mi occupavo di rapporti economici internazionali del Presidente del Consiglio. In quegli anni ho accompagnato il Presidente del Consiglio durante tutte i viaggi istituzionali all’estero: ho partecipato a 65 missioni internazionali e ho incontrato 100 capi di stato. Alla Casa Bianca ho incontrato sia Obama che Trump, un contrasto vertiginoso.

Cosa ti sei portato a casa da questa esperienza che possiamo definire abbastanza unica?
Ho capito una cosa banalissima, che forse si perde nell’epoca della comunicazione e del leaderismo esasperati.

 

Conoscere leader come Obama, Angela Merkel e i tanti altri ti mostra con la grande forza dell’evidenza che la politica, anche ad altissimi livelli, è semplicemente fatta di e dagli esseri umani.

 

Per questo le varie teorie del complotto, o di chi adombra trame dei cosiddetti poteri forti, rimangono cose insensate. Anche il livello più sofisticato e complesso del potere alla fine si riduce a persone in carne e ossa che cercano di fare il loro lavoro nel modo migliore possibile, con gli strumenti umani che sono stati in grado di costruire, ognuno nel piccolo della propria esistenza, per quanto grande la responsabilità che deve portare. Forse è una grande banalità, ma per me è stata una “scoperta” illuminante: l’elemento della semplicità umana, della fatica quotidiana del lavoro che è così importante e che vale per ogni lavoro, quella fatica che fa sì che la dignità e il valore di ogni lavoro è la medesima. E ti rendi conto che alla fine quello che conta è quello che sei in grado di costruire nel tempo.

 

Come diceva Picasso quando si lamentavano del costo dei suoi “scarabocchi”: “Ci hai messo cinque minuti a farli”, “No, ci ho messo cinque minuti e vent’anni di pensiero”.

 

E questo vale per tutti.

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