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Strano ma vero

Guardare il mondo con gli occhi di Mattia Salvia: creatore di @iconografiexxi, centro studi sul XXI Secolo di Instagram.

di Luca Forestieri

In questi mesi, durante una pandemia globale e una confusione diffusa praticamente ovunque, una cosa l’abbiamo vista chiaramente: la Storia che fa irruzione nelle nostre vite, mettendoci di fronte alla consapevolezza di trovarci tutti davanti a un punto di svolta dell’umanità. Prima ancora di vederne la fine, ci chiediamo già che impatto avrà sul futuro e cosa verrà registrato dai libri di storia. 

Ma se è facile riconoscere la dimensione storica in un evento così straordinario e globale, è molto più difficile farlo con “quegli eventi minori che scivolano tra le maglie del racconto storico, che entrano nel ciclo delle notizie solo occasionalmente ma che presi insieme, uno dopo l’altro, costituiscono l’humus in cui cresce la storia”. 

Per questo motivo abbiamo intervistato Mattia Salvia, giornalista e creatore di Iconografie, XXI secolo (@iconografiexxi su Instagram), “un progetto di ricerca su quello che resterà di questo nuovo secolo, che si propone di osservare il presente con gli occhi di uno storico del futuro, con particolare attenzione per le cose ‘che non dovrebbero esistere ma che esistono lo stesso’, che sono la vera chiave di lettura del contemporaneo”.

Mattia, come nasce Iconografie XXI secolo?
Per il lavoro che faccio e per gli interessi personali diciamo che mi salvavo già una serie di cose unite da un filo rosso, quello che poi è diventato il tema della pagina, cioè le robe bizzarre che fotografano tendenze del presente. Solo dopo ne ho fatto una pagina Instagram: era semplicemente un archivio di robe mie, poi pian piano gli ho dato la forma di un centro studi e un archivio, e voglio farlo diventare una rivista. 

Di riviste ne hai già pubblicate un paio, ma sono riservate agli iscritti e sono già sold out. Di cosa parlavano?
La prima, Stato e Rivoluzione, giocava sul titolo dell’opera di Lenin per parlare in realtà della vita quotidiana all’interno dello Stato Islamico. Le altre due che ho fatto quest’anno sono Fasciosincretismi, una rivista con una serie di schede che raccontano diversi gruppi di estrema destra che hanno in comune il fatto di essere sincretismi tra fascismo e tradizioni locali di vari punti del mondo. Ci sono dentro i fascio induisti della RSS in India, o gli Antipodean Resistance, un gruppo australiano sincretismo tra alt-right e neonazismo. E la terza è La Peste, che parla della pandemia di coronavirus, dividendola per temi.

 

mattia salvia intervista

Mattia Salvia © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

A proposito della pandemia, la cosa più strana che hai visto in questi mesi?
Sicuramente mi ha colpito abbastanza il fatto che contemporaneamente in diversi paesi ci siano state trasmissioni televisive che hanno provato a dare un volto al virus e a intervistarlo: è successo in Egitto, in Russia, in un programma satirico Pakistano. E ogni volta aveva una faccia diversa: una volta sembrava Pinhead del film Hellraiser, una volta un mezzo asteroide e una volta ancora un tizio con la faccia pitturata di verde. E comparsa la stessa cosa in modo autonomo in diversi angoli del mondo.

La bio recita testualmente “spazio di ricerca su ciò che non dovrebbe esistere eppure esiste, ossia il presente”. A che criteri risponde un’immagine quando la selezioni?
È difficile da dire perché a me è sempre venuto automatico. Un criterio principale è quello weird, relativo a come dovrebbero essere determinati fenomeni di politica internazionale o fenomeni sociali, e come in realtà sono.

 

C’è una dissonanza cognitiva tra ciò che immagini che sia e ciò che poi si rivela, ad esempio: l’idea che abbiamo dello Stato Islamico e i tipi con le tute dell’Adidas.

 

Un altro criterio è quello di osservare determinate dinamiche del presente come se le guardassimo nel 3000.

 

Una sorta di archivio storico di cose secondarie, che non finiranno nei libri ma sono significative perché ti fanno capire bene determinate tendenze e caratteristiche della contemporaneità.

 

Ad esempio tutto l’apparato burocratico dello Stato Islamico o tecniche di protesta che si ripetono, come i manifestanti con i cartelli bianchi.

 

Pierre Vogel | Offenbach

© Sascha Rheker / VISUM / LUZ

 

Proprio le immagini dello Stato Islamico e della Jihad in effetti innescano qualcosa di particolare, e sembra che riescano a fornire una diversa chiave di lettura del fenomeno. C’entra, secondo te, il fatto che i media, quando ne parlano, tendono a restare in superficie e a solleticare maggiormente gli aspetti emotivi?
Secondo me la questione è che noi tendiamo a vedere questi fenomeni dall’esterno e quindi come qualcosa di sconvolgente.

 

Ci sono decapitazioni, gruppi fanatici e di conseguenza assumiamo che non possano avere una normalità.

 

Ma quando vediamo che in realtà ce l’hanno, ci sembra strano. Vedere questo lato normale, inoltre, serve anche a disinnescare la narrativa che questi gruppi vogliono ottenere e far passare, cercando di presentarsi proprio come forze storiche inarrestabili troppo grandi per essere categorizzate.

 

È qui il punto: riuscire a vedere che lo Stato Islamico non è il monolite del male che ti presentano i libri di Molinari, ma semplicemente un gruppo di persone con dei valori che per noi sono completamente fuori di testa e che, quando non registra video di decapitazione, ha i suoi momenti in cui si cucina l’anguria o legge il giornale. Ecco, questa cosa demistifica.

 

Come mai, invece, l’Italia non compare quasi mai? Niente di rilevante?
Perché osservando queste cose dall’Italia noi siamo naturalmente spinti a sovrainterpretarle di significato. Ci arrivano molte più foto e molte più cose ci sembrano rilevanti, ma in realtà poi ci accorgiamo che non lo sono.

 

La foto di Sgarbi quando viene portato via dal Parlamento, ad esempio, sembrava una foto rinascimentale. Quel genere di cosa a prima vista potrebbe sembrare da registrare, ma a pensarci scene così ci sono nei parlamenti di tutto il mondo tutti i giorni.

 

Da un punto di vista storico, quella roba lì non è niente di speciale.

 

mattia salvia intervista

Mattia Salvia © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

In Iconografie ci sono alcuni personaggi che ritornano, come il dentista dittatore del Turkmenistan, Gurbanguly Berdimuhamedow. Cos’è che lo rende tanto interessante?
Be’, il Turkmenistan è per certi versi come la Corea del Nord, cioè un paese estremamente chiuso governato in modo autocratico senza alcun tipo di libertà civile e politica ma, a differenza della Corea, manca tutta la mitologia della fondazione e l’estetica del socialismo reale declinato alla coreana. Ne viene fuori quindi un sistema estremamente autocratico di derivazione stalinista, combinato con un’estetica completamente postmoderna. In Corea, inoltre, c’è una civiltà millenaria e le caratteristiche socialiste sono unite a caratteristiche autoctone.

 

L’identità nazionale del Turkmenistan, invece, è stata costruita ad arte e non ha alcuna tradizione, se non le tribù nomadi e i loro cavalli. Mi piace perché non ha alcun passato e costruisce di giorno in giorno le sue estetiche e le sue tradizioni. Anche il culto della personalità è completamente fuori scala: il dittatore precedente aveva cambiato il nome ai mesi dell’anno sostituendoli con quello della madre, del padre e così via.

 

É una roba portata all’eccesso in modo quasi parossistico. Anche il fatto che le due cose simbolo della nazione sono i tappeti e i cavalli. C’è un museo del tappeto con il più grande tappeto del mondo, e il presidente possiede circa il 10% della popolazione nazionale di cavalli. Anche l’ossessione per il marmo è indice del fatto che, non avendo una base di tradizione su cui innestarsi, non si capisce bene cosa vogliono fare e non lo sanno nemmeno loro.

 

© Nick Hannes / Panos Pictures / LUZ

 

Visto che l’hai nominato, cosa pensi di Kim Jong Un e di come viene raccontato? Con i media occidentali che lo descrivono come un pazzo squilibrato, e la propaganda coreana che cerca di farlo passare come un grande benefattore

È paradossale che ci andiamo a formare opinioni molto forti sulla Corea e su Kim senza saperne completamente niente.

 

Scompare per un paio di settimane e immediatamente pensiamo sia morto, quando invece se ne sta tranquillo al mare.

 

Credo sia anche una questione di orientalismo da parte del giornalismo occidentale che, quando affronta questi fenomeni, tende a guardarli con lenti ideologiche ben precise.

 

Noi abbiamo un modo di pensare relativo al fatto che siamo cresciuti nell’Occidente dominato dal pensiero liberale, e automaticamente troviamo difficoltà se ci troviamo a dover spiegare fenomeni completamenti diversi cercando di inserirli all’interno delle nostre categorie.

 

Una foto tratta da un opuscolo pubblicitario di propaganda che i turisti possono acquistare durante il loro viaggio in Corea del Nord. In essa, Kim Jong-un durante una visita ad una fattoria. © Jens Gyarmaty / VISUM / LUZ

 

Sulle proteste di Hong Kong e gli appelli alla democrazia da parte degli Stati Uniti, avevi scritto: “Dal dominio occidentale sul mondo viene l’idea introiettata secondo cui noi siamo la civiltà e gli altri la barbarie”. Cosa intendevi?
Il mio interesse principale, su cui faccio maggiore ricerca e su cui spero di farci un saggio prima o poi, è il fenomeno della grande convergenza tra mondo occidentale e resto del mondo non occidentale, come processo di fondo che spiega tutta una serie di fenomeni che siamo abituati a vedere e che in occidente etichettiamo nel modo sbagliato. Non è un’idea mia, c’è tutta una scuola di pensiero che va da Giovanni Arrighi a Samir Amin, fino a Kishore Mahbubani.

 

L’idea di base è che la vera cesura della storia dell’umanità si sia verificata con la scoperta dell’America: da quel momento è iniziata una grande divergenza a livello economico, di potere militare e produzione culturale che ha portato l’Occidente a differenziarsi dal resto del mondo in quanto guida e detentore del monopolio di questa serie di fattori. Ma è una tendenza che adesso si sta invertendo.

 

E la teoria spiega come fenomeni che vanno dal terrorismo suprematista in Occidente, al nuovo razzismo e al fenomeno nazional-populista siano reazioni dell’Occidente di fronte alla sua perdita di monopolio di questi fattori. L’Occidente si identifica con il dominio perché la stessa costruzione della modernità è basata sul dominio occidentale. Nel momento in cui il dominio occidentale non è più assoluto, anche la stessa identità occidentale viene messa in crisi. E quindi sì, l’idea per cui noi siamo la civiltà e gli altri la barbarie è una conseguenza di questo.

 

L’enfasi civilizzatrice occidentale l’abbiamo vista dispiegarsi a pieno nell’età del colonialismo, e io sono convinto che l’età del colonialismo si stia chiudendo solo ora.

 

Se oggi pensiamo al terrorismo suprematista dei vari Anders Breivik e Luca Traini, li interpretiamo tendenzialmente come passi isolati di estrema destra, ma in realtà queste persone rappresentano la presa di coscienza del fatto che l’uomo bianco non è più dominante sul mondo e quindi cercano di suonare la sveglia delle loro rispettive civiltà perché agiscano contro questa perdita di dominio. 

 

mattia salvia intervista

Mattia Salvia © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

É un po’ come dice Franco Bifo Berardi. Il razzismo del secolo scorso era quello di una razza bianca che aveva vinto, oggi si tratta di un razzismo che nasce dalla paura
Sì, è esattamente quello. Se tu pensi al testo di Faccetta Nera, in cui la nera viene civilizzata, è abbastanza emblematico. Adesso sarebbe inconcepibile, le teorie della sostituzione etnica e il Piano Kalergi sono esattamente l’opposto: aiuto, ci stanno sostituendo.

 

La questione fondamentale dei nostri tempi è uscire dal vicolo cieco in cui siamo e affrontare in modo positivo le lotte per il riconoscimento degli abitanti di tutto il resto del pianeta che di fatto stanno reclamando – attraverso l’ascesa economica dell’Est, le lotte femministe e quelle antirazziste – perché non gli abbiamo riconosciuto la stessa dignità che riconosciamo a noi.

 

Una cosa enorme che sta succedendo nel mondo e che la miopia dei giornali non riesce a vedere?
Forse, la cosa che manca al sistema mediatico è la capacità di mettere in relazione singoli eventi e far vedere come si collegano tra di loro. Leggiamo, ad esempio, un articolo sul colpo di stato in Bolivia e tentato colpo di stato in Venezuela qualche mese dopo. Ci sono articoli di cronaca a riguardo, ma è molto più difficile che ci sia qualcuno che metta in relazione i due eventi e li interpreti come devono essere interpretati, cioè come una rinnovata attuazione della Dottrina Monroe in Sud America.

Ti faccio l’ultima domanda: qual è stata la foto con più like e quale quella che ha fatto incazzare qualcuno?
La cosa che mi ha lasciato più basito è stata quando ho messo la foto di Shifa al-Nima, un mufti dell’Isis enormemente sovrappeso, che ha scatenato un flame di commenti sulla grassofobia che mi ha lasciato a bocca aperta, non tanto perché non condivida le battaglie in difesa delle persone grasse, per carità, ma non mi sembrava il modo e il luogo di andare a fare queste battaglie a difesa di un criminale di guerra dello stato islamico. Le foto che sono andate meglio, invece, direi tendenzialmente quelle che hanno una loro estetica molto forte anche perché Instagram si basa sulle foto. 

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