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L’uomo giusto

Sandro Donati è il simbolo mondiale della lotta al doping: una vita passata a combattere per il bene e la salute dei giovani atleti.

di Giulia Arturi

Sandro Donati, 73 anni, ha dedicato la maggior parte della sua vita a lottare contro il doping, divenendo un simbolo mondiale di questa battaglia. L’ha raccontato in due libri, Campioni senza valore e Lo sport del doping, che sono insieme saggi e spy stories. L’elenco degli scandali da lui scoperchiati è ormai quasi sterminato. Sandro spiega di essersi trovato quasi per caso a combattere contro il doping, ma decenni di battaglie dimostrano che era l’uomo giusto al posto giusto.

 

Le cose cambiano perché c’è qualcuno che fa il primo passo.

 

Non servono eroi, ma persone normali con una forza speciale che non vedono alternative al perseguire quello in cui credono. Il suo contributo è stato decisivo per la formazione della cultura antidoping in campo internazionale. E tuttavia il professor Donati è insieme vincitore e vinto.

Ci ha rimesso la carriera da allenatore ed è tuttora vittima di implacabile odio da parte dei molti che ha smascherato negli anni. Dal 1977 al 1987 è stato responsabile del mezzofondo e della velocità della Nazionale italiana di atletica leggera; sono gli anni delle prime denunce, compresa quella del salto in lungo truccato in mondovisione per far vincere una medaglia all’azzurro Evangelisti. Dal 1987 è costretto a chiudere in un cassetto la tuta, suo malgrado. Donati non è più una figura gradita all’establishment. Con tenacia non si ferma. Nuovi ruoli, stessi obiettivi: è stato dirigente responsabile della ricerca e sperimentazione del Coni, componente della Commissione di vigilanza sul doping, consulente del Ministero della Solidarietà Sociale e consulente della Wada (agenzia mondiale antidoping). Un estenuante percorso a ostacoli all’interno di un sistema disposto a tutto in nome del risultato: atleti, allenatori e medici corrotti, istituzioni sportive nazionali e internazionali, pubblico, media, perfino Stati sono spesso colpevoli o ciechi.

 

La radice della questione è etica: non è solo il risultato che conta, ma come ci si arriva.  

 

La sua ultima battaglia è al fianco del marciatore Alex Schwazer. Una coppia di protagonisti degna di uno sceneggiatore di Hollywood: l’atleta dannato e dopato e il paladino dello sport pulito. Dove tanti hanno visto una contraddizione, Donati, con la sua umanità, ha visto riscatto. Era l’occasione di tendere la mano all’uomo fragile, che ha sbagliato, pagato, che voleva rialzarsi e ricominciare. Com’è finita? Una nuova squalifica che Sandro considera un gigantesco complotto: dopo anni di processo, la perizia dei Ris comincia a dargli ragione. C’è qualche nota di stanchezza nella sua voce. Ma quando la conversazione si sposta sui giovani e sul futuro è l’entusiasmo a risuonare forte e chiaro. È anche per loro che non si ferma. 

 

Intervista Sandro Donati

Sandro Donati © Alberto Conti / LUZ

 

Quando ha capito che avrebbe voluto fare l’allenatore nella vita?
È successo quasi per necessità. Gareggiavo con una piccola società che aveva reclutato dei giovani atleti, ma non c’era nessuno che se ne occupasse. Ero poco più grande di loro, così iniziai ad allenarli. Mi affascinava il processo di curare e far crescere gli altri. Per farlo devi cercare di capirli: focalizzarne le caratteristiche, riflettere per trovare la strada più adatta per migliorarli. Non è un dialogo con sé stessi, ma un dialogo con gli altri; è questo la cosa più interessante.

L’aspetto umano per lei è prioritario insomma
L’allenatore si accorge continuamente dei propri difetti e delle proprie carenze. Per capire gli atleti, i loro timori, le crisi, le cose non dette, ci vuole grande attenzione e sensibilità. È una spinta forte a saper ascoltare. Allenare è formativo per sé stessi.

Come è cominciata la sua battaglia contro il doping e le istituzioni che lo favoriscono?
Per caso. All’inizio, negli anni ‘60, il doping non era neanche un tema. Esistevano gli stimolanti, ma solo negli anni ‘70 si cominciò a parlare di anabolizzanti; si usavano nell’est Europa e iniziarono a diffondersi nell’Europa occidentale, Italia compresa. Un giorno lessi su Tuttosport un’intervista al commissario tecnico della Nazionale di atletica e all’allora responsabile sportivo delle Fiamme Gialle. Entrambi commentavano la bella prestazione di un lanciatore di martello. ‘E’ figlio di un farmacista, sa usare bene gli anabolizzanti. Noi auspichiamo che tutti in Italia imparino a farlo’, questo era il tenore delle loro parole. Erano dichiarazioni pubbliche, potete quindi immaginare quale fosse il grado di disinformazione. Si cercavano i risultati, senza porsi grandi domande. Ero giovane, avevo 27 anni e scrissi una lettera al giornale: ‘Gli anabolizzanti sono vietati, com’è possibile se ne parli così a cuor leggero?’. Tuttosport organizzò una tavola rotonda e pubblicò una pagina intera. Fu il primo passo della mia lotta, quasi per caso. Quando poi divenni responsabile del mezzofondo veloce della Nazionale, era il 1981, mi chiesero in maniera esplicita di sottoporre gli atleti a emotrasfusione e altri trattamenti. Mi rifiutai e da lì iniziò tutto. Mi sono occupato del doping perché mi ci sono trovato dentro: ero sconcertato che fosse la stessa federazione a spingermi in quella direzione.

 

Intervista Sandro Donati

Sandro Donati © Alberto Conti / LUZ

 

Come mai lei era sbigottito ma un intero sistema no?
Era un’epoca in cui neanche ci si rendeva bene conto di quali fossero le conseguenze del doping e se ne parlava ancora apertamente. Fu solo combattendolo che i responsabili hanno cominciato a inabissarlo: è diventato un fiume carsico nascosto.

Da dove nasce il suo senso di lealtà verso uno sport giusto e pulito?
Iniziai presto a capire che la radice del problema era la corruzione delle istituzioni. Forse all’inizio era un misto tra corruzione e scarsa consapevolezza. Ma negli anni successivi no. Gli effetti nocivi degli anabolizzanti e delle emotrasfusioni furono presto noti, ma non ci si fermò. Si trattava di istituzioni consapevoli e deliberatamente orientate alla ricerca del risultato ad ogni costo. Quello è stato un passaggio sconcertante, ho iniziato a dubitare delle mie scelte di vita. Ero dipendente del Coni e della federazione di atletica, come potevo andare avanti con questa gente? Presi subito posizione, forse anche con una certa ingenuità perché le mie sole forze non erano abbastanza. Mi resi presto conto dell’aggressività che le mie esternazioni suscitavano: ero quello che sputava nel piatto dove mangiava, che non si faceva gli affari propri. Tutti traevano vantaggio dal doping: le gare bisognava vincerle. Cresceva così la diffidenza nei miei confronti che diventò tendenza a isolarmi, fino a togliermi gli incarichi e poi a cancellarmi. Feci le mie prime denunce nel 1981, il culmine fu nel 1987 con la vicenda del salto di Evangelisti truccato.

 

Il sistema sportivo è vendicativo: il mio episodio era un errore da non ripetere.

 

Intervista Sandro Donati

Sandro Donati © Alberto Conti / LUZ

 

Nella sua lotta lei ha trovato anche importanti compagni di strada più o meno occasionali, per esempio alcuni media: com’è stato il suo rapporto con l’informazione?
All’inizio difficile. Ero un giovane allenatore, la federazione era presieduta da Primo Nebbiolo, un uomo potentissimo. Aveva un controllo forte sui media ed era difficile comunicare qualcosa di diverso. Con pochi giornalisti si iniziò a creare un’asse, anche se loro stessi avevano dei disagi all’interno delle redazioni dove prevalevano i legami con il potere sportivo e la tendenza a celebrare i grandi risultati, ridimensionando o nascondendo gli aspetti più problematici, come il doping. Col tempo psicologi, medici, endocrinologi, farmacologi hanno iniziato a scendere in campo e a farsi sentire, si è creato un movimento forte e siamo in una situazione meno grave di un tempo. 

Lei come persona è stato messo a durissima prova da questi decenni di scontri: come ha fatto a non crollare?
Mi sono trovato oggetto di un odio che avvelena l’esistenza, che fa male. Era brutto e lo è ancora adesso: non avevo fatto niente se non lottare per estirpare questa deriva pericolosa. Non voglio esagerare, la stragrande maggioranza delle persone mi ha sostenuto. Ma avevo incarichi importanti quando poi mi hanno esautorato, nonostante ottenessi risultati di rilievo, per loro non contava niente. È stato più comodo cacciarmi e preferire allenatori meno ingombranti e più controllabili dal sistema.

Ma perfino la Wada, l’agenzia internazionale antidoping, di cui lei è stato per anni consulente, s’è messa contro di lei: perché?
Questa storia è sconcertante e la racconterò nel dettaglio. Dovranno spiegare perché questo incredibile voltafaccia si è verificato temporalmente proprio all’interno della vicenda Schwazer. Una sovrapposizione quantomeno sospetta. Tutti sanno che sono in grado di documentare perfettamente 12 anni di collaborazione intensissima con loro. Perché si sono comportati così? Nella vicenda di Schwazer è evidente che la Wada non ha un ruolo neutrale, ma è intervenuta nel procedimento giudiziario in maniera pesante. È la Wada che ha prodotto una prova che il perito del tribunale ha massacrato, definendola non credibile, insussistente. Sono incapaci di essere parte di un confronto giudiziario, abituati come sono ad essere i padroni, arroganti nei loro procedimenti, dove le regole le hanno scritte loro. Chi ha la sfortuna di averci a che fare è sconfitto in partenza. Questo mi ha fatto pensare molto. Come si arriva al punto di sostenere delle tesi assurde davanti ad un magistrato? Ma chi dirige queste organizzazioni e a che punto sono arrivate? Ma come è possibile che io, dopo aver viaggiato al loro fianco per 12 anni, sia diventato un nemico? Ma quali sono i veri nemici, i centri di organizzazione del doping o altro?.

 

Intervista Sandro Donati

Alex Schwazer © Efrem Raimondi / LUZ

 

Si è già dato una risposta a queste domande?
Me la do ma non è esauriente, non so tutto. Osservo i procedimenti, per esempio quello in Francia. Un’indagine penale che ha portato alla condanna dell’ex presidente della IAAF Lamine Diack, legata scandalo del doping russo. In quella federazione c’era una corruzione totale, è inquietante. Al processo francese è successo quello che è successo, a Bolzano sta accadendo quello che tutti i media ora stanno documentando, allora io mi chiedo: ‘solo quando queste istituzioni vanno davanti ad un magistrato la verità inizia a saltare fuori?’.

 

La giustizia sportiva è un’emanazione della dirigenza sportiva: un circolo chiuso, un sistema autoreferenziale. Questo circolo vizioso si interrompe solo se per caso, qualche volta, come è successo nel caso di Armstrong, interviene la giustizia ordinaria.

 

C’è stato un momento dove si è detto ‘sì, tutto quello che ho fatto è servito a qualcosa’?
Sì, in parte. La vastità del fenomeno rende l’impegno di singole persone se non delle gocce nel deserto, diciamo qualche secchio di acqua.

 

Quello che conta per me è divulgare e informare. Ho partecipato a tantissimi progetti di prevenzione e sensibilizzazione. Questo funziona: riduce il numero dei giovani propensi ad assumere sostanze dopanti.

 

Cosa si può fare per migliorare un sistema che si dimostra fallace nelle sue espressioni?
Io cerco di essere pratico. I controlli antidoping sono uno strumento inadeguato, manca la terzietà. Vedo più utile un monitoraggio continuo dei parametri ematici: ogni volta che sorge qualche anomalia si ferma l’atleta fino a che i valori non tornano normali, semplicemente. In questa maniera non si creano drammi e con la prevenzione si ottiene lo stesso risultato. Non mi piacciono queste squalifiche terrificanti, questa gente buttata nella disperazione. Quella è una extrema ratio, ma altrettanto indispensabili sono le campagne di prevenzione come fece il Coni con ‘Io non rischio la salute’.

 

La salute è il bene primario dell’essere umano. Non mi convincono questi professionisti dell’antidoping che vivono di squalifiche di grandi nomi: il rischio è strumentalizzare solo per far vedere quanto il sistema sia implacabile e deciso.

 

Intervista Sandro Donati

Sandro Donati © Alberto Conti / LUZ

 

Ha ripetuto spesso che il sistema antidoping tende a puntare il dito contro l’atleta che si dopa, piuttosto che allargare il discorso anche ai co responsabili. Come mai succede questo?
Ma certo. A novembre del 2015, poche settimane prima del famoso controllo a Schwazer, quello da cui poi nacque il procedimento giudiziario, ho partecipato ad un convegno internazionale in Danimarca e nella mia relazione dissi che per contrastare il doping bisognava combatterlo alla radice. Nelle oltre 400 pagine del codice mondiale antidoping ci si rivolge solo alla fattispecie della colpa di un singolo, sia esso un atleta, un medico, un allenatore, e mai alle eventuali responsabilità di intere organizzazioni. Come, per esempio, una federazione nazionale o internazionale, un’agenzia nazionale antidoping. Questo significa fare i forti con i deboli e i deboli con i forti. Che lotta è questa al doping?

 

Intervista Sandro Donati

Alex Schwazer © Efrem Raimondi / LUZ

 

Nel caso specifico, si è mai pentito di aver iniziato ad allenare Alex con tutto quello che ha comportato?
No. Nel momento in cui ho verificato, prendendomi tutte le precauzioni del mondo, che questo ragazzo aveva l’intenzione di cambiare totalmente, di riaffrontare l’attività sportiva con le sue forze, che peraltro sono di un potenziale enorme, a quel punto lui poteva contare su di me.

 

Anche nel momento in cui gli hanno teso un agguato non l’avrei mai abbandonato al suo destino, era come se l’avessero fatto a me. Quindi no: non mi tiro indietro difronte a lotte tremende, impari, che rappresentano un simbolo.

 

Significa che stavo dalla parte giusta. Vuol dire che il sistema… dovrei dire troppe cose. Lo spiegherò quando sarà il momento.

Ma Schwazer è veramente, come ha affermato in più interviste, un campione incredibile a livello atletico?
Sì. È un campione fuori dal comune. Ho invitato università e istituti di ricerca a farsi avanti per esaminarlo come vogliono: lui è la verifica vivente del suo stesso talento. Ma già la cosiddetta giustizia sportiva se avesse voluto verificare la montagna di dati che ho io su questo ragazzo… Non li hanno degnati di uno sguardo, perché sono autoreferenziali, supponenti e interessati solo ad una tesi prestabilita. Avrei mostrati i risultati di 40 controlli a sorpresa fatti liberamente dall’Ospedale pubblico San Giovanni. Inoltre lo portavo in un laboratorio di fisiologia ogni 15 giorni, ho una quantità di dati impressionante che dimostrano la costanza dei suoi valori. Ma niente, non li hanno voluti prendere in considerazione e ora capisco perché.

Ha ancora fiducia nel futuro?
Questo sempre. È doveroso nei confronti dei giovani, perché i pasticci li ha creati chi in nome della carriera e del denaro si è fatto corrompere: abbiamo il dovere di correggere il più possibile queste storture.

 

I giovani hanno diritto a uno sport sano con progetti di prevenzione, di educazione.

 

Bisogna mettere a nudo quelli che sono i sistemi di persuasione del doping e mostrare la debolezza, la fragilità, l’illogicità, la mancanza di rispetto per la salute e il danno alla persona che creano questi sistemi. Fargli perdere forza.

Nella sua carriera di allenatore, qual è stato il momento più felice?
La Coppa Europa di atletica del 1981. L’Italia era all’ultimo posto e sarebbe retrocessa. Proprio io mi assunsi la responsabilità di schierare una squadra nella 400×400 (era l’ultima gara) con determinati uomini e con una determinata strategia, aspramente criticata; però vincemmo, dominammo, battemmo i campioni olimpici e così passammo dall’ultimo posto al quinto e l’Italia si salvò.

La sua disciplina preferita qual è?
Il calcio, ma in generale gli sport di squadra: c’è una bella dinamica di comunicazione interpersonale, di interazione, di aiuto reciproco. C’è il riconoscimento dei meriti dei compagni, la condivisione delle vittorie e delle sconfitte, si cresce e ci si rialza tutti insieme. Così si supera quell’individualismo che quando va oltre diventa egoismo.

 

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