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Nel mondo dei robot

Andrea Daniele Signorelli e gli scenari presenti e futuri dell’intelligenza artificiale: tra diritti delle macchine, disoccupazione di massa e reddito di cittadinanza

di Gabriele Ferraresi

Andrea Daniele Signorelli racconta gli scenari presenti e futuri dell’intelligenza artificiale: tra diritti delle macchine, disoccupazione di massa e reddito di cittadinanza

Le macchine possono pensare?” era la domanda che si poneva negli anni ’50 il padre dell’informatica Alan Turing; ed è la domanda da cui è partito oggi, quasi 70 anni dopo, Andrea Daniele Signorelli – giornalista e collaboratore de La Stampa, Wired e Il Tascabile – autore per Informant del saggio Rivoluzione artificiale. L’uomo nell’epoca delle macchine intelligenti.

La risposta al quesito di Turing però in fondo è già sotto i nostri occhi: le macchine non sanno ancora pensare come l’uomo, ma manca sempre meno perché ci riescano.

Tra assistenti virtuali – Siri e tutti gli altri – vetture a guida autonoma e infinite altre applicazioni meno visibili ma altrettanto rivoluzionarie, le macchine imparano sempre più in fretta.

Anzi: stanno imparando a imparare da sole.

Spesso senza neanche più il bisogno di un intervento umano.

Andrea, dove affonda le radici la rivoluzione delle macchine intelligenti?
La rivoluzione attuale nasce perché i reietti dell’intelligenza artificiale negli anni ’80, quelli che si occupavano di machine learning, hanno avuto la loro rivincita. Nell’ultimo anno di intelligenza artificiale si è parlato tantissimo, ogni giorno è uscita una nuova notizia: dall’intelligenza artificiale per individuare il cancro e per guidare le auto autonome, all’intelligenza artificiale che ci sostituirà tutti al lavoro, e così via. L’elenco è potenzialmente infinito.

 

Ciò che conta è che oggi le macchine sono veramente in grado di imparare e trarre conclusioni con una rapidità che per l’uomo è impossibile da raggiungere, e con una precisione superiore.

 

Watson, l’intelligenza artificiale di IBM, ha individuato i tumori della pelle con una precisione superiore a quella dei medici umani ed è uno dei casi più emblematici. Anche perché quello della salute è uno dei campi più importanti, anche dal punto di vista economico.

Accennavi ai “reietti dell’intelligenza artificiale”
Sì, perché negli anni ’80 chi voleva progettare intelligenza artificiale voleva farlo “dall’alto”, inserendo tutto lo scibile umano all’interno di un software. Per esempio: se volevo insegnare a una macchina come tradurre dall’italiano al francese, le davo tutte le regole dell’italiano e tutte le regole del francese. Un metodo che però dava risultati pessimi, infatti fino a poco tempo fa i traduttori automatici erano disastrosi, proprio perché strutturati cin questa maniera. Coloro i quali negli anni ’80 erano considerati dei reietti invece dicevano che bisognava partire “dal basso” e non “dall’alto”, e che le macchine in sostanza dovevano imparare a imparare da sole. Noi oggi infatti riempiamo le macchine di dati, loro li assorbono, e poi con vari tentativi in cui noi indichiamo loro se hanno preso la strada giusta o sbagliata dopo un po’ sono in grado di capire. Si chiama machine learning – nella versione più complessa deep learning – e si tratta di dare dati a queste macchine e lasciare che siano loro a fare il lavoro. Perché adesso questo metodo funziona e negli anni ’80 no? Perché le macchine sono molto più potenti e perché i dati sono diventati tantissimi.

 

intervista signorelli macchine intelligenti

© Tomas van Houtryve/VII/LUZ

 

Un esempio di questo metodo è il riconoscimento facciale quando carichiamo una foto su Facebook
È un buon esempio: facciamo una foto noi due, la carichiamo e Facebook dice  “Questo è il tuo amico Gabriele Ferraresi”. Ma come fa a saperlo? Perché lui continua a vedere che magari sei stato taggato in altre foto e ogni volta che vede che sei stato taggato in altre foto diciamo che mette da parte – per usare un termine improprio – quelle che sono le tue fattezze e in questo modo riesce a fare una previsione statistica. Facebook non sa che sei tu, ma statisticamente ritiene che la cosa più probabile è che quello sia tu. In questo modo impara. Facebook dice “Sono 100 volte che vedo Gabriele Ferraresi taggato in una foto, questo statisticamente è Gabriele Ferraresi al 99%” e al 99% ci prende. Google adesso sta applicando l’AI per la traduzione, infatti Google Translate è molto migliorato: tradurre da lingua a lingua è una delle cose più complicate da fare, ci sono sfumature, differenze, sinonimi, modi di dire. Ma se la macchina impara da te… succede la stessa cosa ogni volta che hai davanti un captcha: ti viene chiesto “Cosa sono questi numeri?” e l’intelligenza artificiale è felice che tu li inserisca, la stai aiutando a riconoscere quei numeri scritti a mano.

Le applicazioni dell’intelligenza artificiale sono infinite: queste macchine ci ruberanno davvero il lavoro?
Ci sono due correnti di pensiero: gli ottimisti, che risiedono dalle parti della Silicon Valley – e hanno quindi miliardi di dollari di motivi per essere ottimisti – e ci sono i pessimisti, che sono tanti. La premessa da fare è sempre questa: ogni volta che è comparsa un’automazione nel mondo del lavoro si è scatenata l’ira di Dio. La versione del 2030, magari del 2020 dei luddisti potrebbe essere la Camusso che prende un bastone e va a picchiare il robot barista del suo bar sotto casa perché ha portato via il lavoro al barista umano. Del resto quando abbiamo inventato l’elettricità sono scomparsi gli accendi-lampioni, ma l’elettricità ha portato un sacco di altri lavori. Quando è arrivata l’automazione del lavoro sono scomparsi posti di lavoro per gli operai, ma è cresciuto il terziario. Andrà così anche questa volta? Probabile: magari nel campo dell’informatica, o dei servizi, ma è una rivoluzione che rischia di portarci davanti a un’apocalisse del lavoro.

 

Pensa ai tassisti, agli autisti di Uber, ai camionisti, ai guidatori di tram, di metropolitana, di bus. Sono numeri importanti, ma sono lavori che in un paio di decenni rischiano di sparire.

 

Il camionista è il lavoro più svolto negli Stati Uniti, i truck driver sono circa 3.5 milioni e rischiano veramente di scomparire; e se scompaiono i camionisti umani sparisce tutto un indotto. Le trattorie che vivono lungo le highway, i distributori di benzina, quelli che si occupano di manutenzione, cambia proprio tutta la filiera. Si creeranno nuovi lavori, certo: ma al momento è impossibile sapere se copriranno i posti di lavoro spariti.

L’alba del futuro senza lavoro, per noi umani
Va detto che secondo molti queste macchine ci assisteranno, ma non sostituiranno del tutto il nostro lavoro: pensa ai medici, agli avvocati, potranno lavorare meglio e di più. È anche vero che il medico avrà però bisogno di meno assistenti e l’avvocato idem. Mettiamo conto che come molti teorizzano però il lavoro veramente diventi un problema. A questo punto la soluzione di cui parla anche Martin Ford – l’autore del saggio Futuro senza lavoro appena uscito per il Saggiatore – e a cui dovremmo pensare tutti è il reddito di cittadinanza. Un’idea tra l’altro l’altro viene fortemente promossa dai colossi dalla Silicon Valley, che così evitano di passare per i cattivi della situazione: con il reddito di cittadinanza la nostra retribuzione diventerebbe slegata dal lavoro. Insomma, se vorrai campare con 800 euro al mese potrai farlo per tutta la vita.

Lo stesso Mark Zuckerberg ha di recente aperto sul tema, il reddito di cittadinanza sembra più un problema di “quando” che di “come”
Anche secondo me, però avventurarsi nelle previsioni è difficilissimo. Ci sono tante resistenze: basti pensare in Italia a Matteo Renzi, dal quale ci si potrebbe aspettare che sia a favore, mentre in sostanza è contrario, e parla di “lavoro di cittadinanza”, non di reddito di cittadinanza. Una cosa più da DDR che da Silicon Valley. Purtroppo in Italia il reddito di cittadinanza come tema politico se lo è preso il M5S, probabilmente Renzi anche fosse a favore non può politicamente ancora dirsi d’accordo.

Pensi che la politica sia pronta alla “rivoluzione artificiale”?
No, è come se avessero uno tsunami davanti e fossero girati dall’altra parte. Si parla di altre cose. Ma la politica è mai stata pronta di fronte all’innovazione? Non credo.

Al di là della preparazione o meno però le resistenze sono normali, sarebbe – e sarà – una rivoluzione culturale enorme
Viviamo in un’epoca in cui per i nostri genitori il lavoro è quello che ti dà la tua identità. “Sei il lavoro che fai“, ma nel futuro magari sarai il tuo hobby. Esempio: mettiamo che ti piaccia dipingere, con 800 euro potresti farlo tranquillamente, vendere le tue tele e viverci. A me sembra una soluzione convincente. Poi certo, ci sono quelli che pensano che staremmo sul divano a guardare la tv, ma non è affatto detto che vada in questa maniera, anzi. Altri dicono: “Con il reddito di cittadinanza nessuno accetterà più lavoretti”, ma sarebbe davvero un male? Evitare di essere sfruttati per consegnare pizze o cibo a domicilio, tanto lo faranno dei robottini autonomi? A me pare un’ottima cosa.

Dobbiamo avere paura delle macchine intelligenti?
Si può avere paura di qualcosa che costruiamo noi?

La fantascienza ci ha insegnato di sì
E la fantascienza su questi temi ci ha preso in tante occasioni. Se la macchina diventa veramente intelligente, a quel punto la domanda da farci è: “Come facciamo a essere sicuri che non sia al punto intelligente da superare i limiti che le abbiamo dato?“. Se le macchine diventano davvero intelligenti e prendono coscienza di loro stesse, buona fortuna.

A riguardo ricordo gli “avvertimenti” sulle incognite dell’intelligenza artificiale di Stephen Hawking, Elon Musk e Bill Gates
Dobbiamo fare attenzione, certo, ma se le macchine prendono coscienza però non è detto che diventino cattive. Il problema a quel punto è: se sono intelligenti e prendono coscienza noi cosa facciamo? Continuiamo a schiavizzarle? Ad arrogarci il diritto di spegnerle, che significa ucciderle? Se ti trovi davanti una macchina davvero intelligente, cosciente, o che si comporta in modo tale da rendere impossibile distinguerla da un umano? A quel punto dovremmo pensare a dare loro dei diritti. “Sei una macchina intelligente allora hai diritto alla vita, io non ti posso spegnere“.

 

Se le macchine diventassero davvero intelligenti forse dovremmo liberarle dalla schiavitù per la quale le avevamo costruite.

 

Sempre che non tocchi a noi umani trasformarci in ibridi, fondendoci con le macchine: che idea ti sei fatto del transumanesimo di Kurzweil?
Raymond Kurzweil – pioniere dell’intelligenza artificiale e tra i maggiori teorici della singolarità tecnologica – dice che non ha senso avere paura dell’AI perché noi ci fonderemo con le macchine: la prossima evoluzione dell’uomo consiste nell’aumentare l’uomo, siamo destinati a divenire un’umanità aumentata ed è un processo già iniziato. Esempio: se un alieno ci guardasse dall’alto penserebbe che lo smartphone è una parte del nostro corpo. Lo smartphone è il primo passo di qualcosa che sarà sempre più integrato, magari sarà uno smartwatch, magari un visore – i Google Glass sono arrivati troppo presto – ma l’idea di occhiali dove riceviamo notifiche, mail, informazioni, o consultiamo Google Maps, è realistica e soprattutto pratica. Da lì si passa al chip sottocutaneo, poi a Neuralink – la startup di Elon Musk che vuole collegare computer e cervello umano – e a quel punto per espandere la nostra intelligenza il passo sarà breve.

Il 2050 è dietro l’angolo, e così la singolarità profetizzata da Kurzweil
È il tema principale da affrontare adesso. Le previsioni variano: per creare un’AI di livello quasi umano che chi dice saremo pronti nel 2030/2040, perché questa AI superi l’umano 2050/2070, ma c’è anche chi dice che una volta che l’AI avrà raggiunto un livello umano un secondo dopo sarà superintelligente e prenderà il controllo. Le teorie sono tante, sempre al confine tra realtà e fantascienza.

Sempre che si prosegua con il progresso tecnologico al ritmo attuale, sempre che la Legge di Moore sia ancora valida
Già, la Legge di Moore è viva o morta? La Legge di Moore dice che ogni due anni il numero di transistor che possono stare su un chip raddoppia. E quindi raddoppia la velocità. E quindi cresce in maniera esponenziale, il problema è che questi transistor ormai sono nell’ordine di una decina di atomi, un livello sotto il quale non si può scendere ancora molto. E quindi la Legge di Moore è morta? Chissà: Intel pensa di no, altri stanno già sperimentando nuovi materiali.

 

© Tomas van Houtryve/VII/LUZ

 

È un punto interrogativo di cui parla anche il filosofo di Oxford Luciano Floridi, una delle voci più ascoltate sul tema dell’AI
Floridi è ottimista, nel senso che è pessimista: diamo per scontato che la curva dello sviluppo dell’AI e della tecnologia sia in salita, ma dare per scontato che continui a crescere e fare tutte queste previsioni in questa cornice logica potrebbe essere una sciocchezza. Non è affatto detto che tutto prosegua come sta andando ora all’infinito. La curva di crescita potrebbe cambiare, o normalizzarsi, chi lo sa? Quindi da quel punto di vista è anche tranquillizzante. Magari ci sono dei limiti tecnologici che non abbiamo ancora raggiunto e che tocchiamo tra vent’anni.

Macchine contro cervello umano: chi vince oggi?
Il cervello umano è ancora una macchina miliardi di volte più efficiente. Le intelligenze artificiali per quanto evolute sanno fare solo una cosa, magari meglio di noi, ma una sola cosa.

In che modo è più efficiente il cervello umano?
Il cervello umano consuma 20 watt, come una lampadina, un supercomputer credo consumi 100 megawatt, il cervello umano sta all’interno del cranio, il più potente supercomputer del mondo, cinese, occupa una stanza. Nel 2013 è stato fatto un esperimento per replicare 1” di attività del cervello umano: è stato necessario uno dei computer più potenti del mondo, giapponese, e di 40 minuti per replicare 1” di attività del cervello umano.

C’è poi il tema morale
Già, il tema morale. Facendo l’esempio più classico. Le vetture a guida autonoma dovranno decidere come comportarsi nei momenti di difficoltà: se si trovassero in una situazione in cui devono uccidere il passeggero per salvare altre vite? O al contrario, se uccidessero altre vite umane per salvare il proprio passeggero? Al MIT stanno facendo questo esperimento, a cui al momento hanno partecipato circa 2 milioni di persone, dove gli esseri umani “educano” le macchine a come comportarsi in situazioni di emergenza. Speriamo imparino bene, ma ovviamente non è possibile trovare una soluzione definitiva: se decidiamo che magari è meglio la macchina in determinate occasioni vada a schiantarsi, saremmo a bordo di un’auto che in determinate situazioni può volerci o doverci uccidere.

Omicidio stradale commesso da vettura a guida autonoma: chi è il responsabile?
Non chi è a bordo. Si pensa che il responsabile sarà il programmatore. Quindi in quel caso il colpevole sarà Google o chi altro ha sviluppato il software che guida le auto. Anche qui è un tema sul quale si sta ragionando. Inevitabilmente la colpa pare debba essere di chi ha programmato il software. Sempre che si possa parlare di colpa.

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