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Contro le mostre

La retorica della bellezza, i capolavori feticcio, il patrimonio stabile ignorato: Tomaso Montanari racconta tutto quello che non va nel mondo dell’arte in Italia 

di Gabriele Ferraresi

La retorica della bellezza, le opere feticcio, il patrimonio stabile ignorato: Tomaso Montanari racconta tutto quello che c’è di sbagliato nel mondo dell’arte in Italia 

Milano, tardo pomeriggio d’inverno, bar in zona Brera: un’elegante signora sulla sessantina si avvicina cauta, sussurra: “Scusi, è il Professor Montanari? Posso chiederle un autografo?”. Tomaso Montanari firma la copia di un suo libro e saluta, poi, quasi a scusarsi dell’interruzione, aggiunge: “È la televisione. Per queste cose i miei figli mi sfottono molto”.

Sarà anche la televisione, ma più probabilmente sono il talento e il gusto della polemica intelligente a rendere Montanari una voce molto ascoltata del sistema artistico italiano. Nato nel 1971, in gioventù compagno di liceo di Matteo Renzi – entrambi frequentarono il Dante, a Firenze – normalista, storico dell’arte e professore universitario, tra le altre cose dal marzo scorso è anche presidente di Libertà e Giustizia.

Proprio per gusto della polemica una delle sue ultime imprese – non in solitaria, ma insieme a Vincenzo Trione – si intitola Contro le mostre, una “vela” Einaudi che ha toccato più di qualche nervo scoperto nell’ipersensibile milieu dell’arte italiana.

Com’è andata con Contro le mostre? Il mondo dell’arte è permalosissimo
Un mondo pieno di isterici dell’arte.

Spieghiamo bene: tu e Trione non vi schierate contro le mostre tout court, ma contro certe mostre. Quali?
Innanzitutto ci schieriamo contro un fenomeno che è solo italiano, ed è una cosa che in Italia non si capisce abbastanza. In Francia, in Germania, in Inghilterra, negli Stati Uniti, non esiste l’idea che ci siano delle società che vivono facendo mostre. Da noi ce ne sono moltissime e per vivere devono produrre mostre a getto continuo.

 

Le mostre in Italia non sono decise in base a un progetto culturale, ma in base a un progetto di business.

 

Mentre dall’altra parte c’è la volontà degli assessori alla cultura e degli amministratori locali di fare cartellone. L’unico cartellone è: “le mostre”. Qualcuno scherzando ha detto che “Il sonno delle regioni genera mostre”; è possibile che sia vero, io credo che sia vero.

Che problema c’è con questo tipo di mostre?
Siamo il Paese che ne avrebbe meno bisogno. Avremmo il patrimonio stabile culturale più importante e accessibile al mondo e ci siamo inventati questa economia tutta italiana. Ora si potrà dire: “È un’economia che tira, la vuoi smontare?”. Bisogna però analizzare questa economia, che socializza le perdite, perché usa un patrimonio di tutti, usa luoghi di tutti, e spesso usa soldi di tutti, e privatizza gli utili, perché poi gli incassi sono solo dei privati.

Nel libro scrivi anche dei rischi che corrono le opere
Ci sono dei rischi materiali per il patrimonio: quando un Caravaggio va a tre mostre l’anno si moltiplica il rischio. Francis Haskell, uno dei maestri con cui ho studiato, diceva: “Quando cadrà un aereo carico di Caravaggio, ci porremo il problema”.

Speriamo di no
Anch’io spero che non succeda, ma se i Caravaggio sono costantemente in aereo, prima o poi succederà. A Milano è stata bucata con una penna la Madonna dei Pellegrini di Caravaggio, sarebbe potuto succedere anche sull’altare della chiesa romana dove si trova? Forse sì. Però è successo in una mostra a Milano, e non c’era motivo di strappare l’opera dalla sua cappella per portarla qua.

Dici del rischio materiale; poi ti sposti sul rischio culturale
C’è un rischio anche intellettuale, perché queste mostre non producono conoscenza, sono soltanto una slot machine per chi le organizza.

 

Federico Zeri in modo molto tranchant diceva che “Le mostre sono come la merda: fanno bene a chi le fa, non a chi le guarda”. Temo avesse ragione.

 

A cosa dovrebbero servire le mostre fatte bene?
Una mostra è vera, necessaria, quando se io non metto accanto fisicamente delle opere in una stanza non capisco una cosa, e se le metto accanto capisco una cosa; è necessaria quando spostare, fare dialogare davvero le opere, genera un valore di conoscenza che non è raggiungibile altrimenti, con un libro, con le foto, con un film.

In alcuni casi le mostre sono insostituibili
Quelle mostre dobbiamo continuare a farle, dando però delle regole. Regole deontologiche innanzitutto, che non esistono, non esiste la deontologia del curatore. Chi ha letto, chi sa citare una stroncatura di una mostra su un giornale? Le mostre non godono di libera critica.

Accade lo stesso coi libri, col cinema, con la musica: io la chiamo pausinizzazione. Trovami una firma musicale sui quotidiani che ti parli male della Pausini
In questi giorni notavo che Repubblica sparava a zero su Sanremo. Un’eccezione forse. Però tornando all’arte, ti giuro che non riesco a citare una critica su una mostra. Pensa che sono stato querelato – e l’ha scritto anche Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera – perché ho scritto che dei busti di Bernini non dovevamo spostarsi.

 

Mi hanno chiesto un milione di euro di danni, ma sono comunque tranquillo: perché un milione di euro non ce l’ho. Però ti dà l’idea che se critichi una mostra finisci querelato.

 

Parli di mostre blockbuster. È bene ricordare che Blockbuster è fallito
Guarda, ora dico una cosa un po’ hard: speravo che la crisi si portasse via le mostre, un po’ lo ha fatto, in realtà grazie alla scarsissima fantasia che c’è nell’economia della cultura, continuano a prosperare. Ci sono singole imprese che falliscono, storie di organizzatori finiti in galera – in galera fisicamente – c’è la mostra di Modigliani che si scopre essere piena di falsi. Quando ne fai diecimila l’anno di mostre, c’è di tutto.

Permettimi di fare l’avvocato del diavolo; ma non è meglio se invece di niente uno va a vedersi quelle robe assurde, che so, invento Da Caravaggio a Warhol?
Ehhh… sì, però con questo ragionamento non so dove finiamo. È meglio l’abulia totale o farsi una canna? Forse è meglio farsi la canna, è anche più divertente: ma non so se è un ragionamento che ha senso fare con l’arte.

 

intervista tomaso montanari, sapiens, luz, isabella de maddalena intervista tomaso montanari

Venezia, 12 maggio 2017, 57° Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, Viva Arte Viva. Il Padiglione degli Stati Uniti a cura dell’artista Americano Mark Bradford. © Isabella De Maddalena / LUZ

 

È una china pericolosa?
Si può guardare quello che c’è, però si può anche guardare il tantissimo che non c’è: e che si potrebbe fare con gli stessi soldi. Se gli enti locali usassero lo stesso denaro che usano per fare il marketing delle mostre – denaro pubblico, tra l’altro – per fare il marketing del patrimonio stabile, forse la gente alzerebbe il culo dal divano per andare a vedere una chiesa, un palazzo o un monumento, e non una mostra.

Il problema è che del patrimonio stabile molti ignorano l’esistenza
È così. È un problema di scuola, l’insegnamento della storia dell’arte non funziona, non funzionano i manuali scolastici, non funziona quel momento in cui dovremmo essere abilitati, dovremmo ricevere “le chiavi di casa”, perché è la nostra casa. Senza “chiavi di casa” non ci viene la voglia. Se ereditiamo una biblioteca stampata in cirillico o in greco, che ne facciamo? O la vendiamo o la lasciamo andare in malora. Certamente non ci viene voglia di sfogliare quei libri se non sappiamo quell’alfabeto.

 

Come si fa una mostra fatta bene?
Le mostre che funzionano sono quelle che hanno qualcosa da dire. Non quelle che si arrampicano sugli specchi per avere qualcosa da dire, non avendolo. Una mostra seria, fatta bene, nasce da chi ha studiato realmente.

 

Un esempio?
La mostra di Ambrogio Lorenzetti che c’è adesso a Siena è bellissima e riuscitissima, ed è una mostra che nasce perché ci sono l’università, la sovrintendenza e un istituto di ricerca straniero che da anni studiano insieme Lorenzetti, ne recuperano gli affreschi, ne cambiano il corpus, la cronologia, l’interpretazione. E a un certo punto hanno l’urgenza che tutto questo venga raccontato a tutti.

Altri esempi di mostre per te riuscite?
La mostra di Pietro Bembo a Padova, che in pochi avranno visto. A Roma adesso c’è una mostra della Madonna di Tarquinia, una piccolissima mostra costruita su una singola opera, dove si racconta una storia, c’è un pensiero, c’è un’organizzazione. Mostre come queste hanno un senso.

Invece quali per te non hanno senso?
Non hanno nessun senso le mostre che fa il Comune di Milano per Natale, chiamando un singolo feticcio, una singola opera, e mettendola nella Sala Alessi, o a Palazzo Marino, così la gente sfila in processione. Questa cosa ha a che fare con l’esposizione delle reliquie, l’ambito è quello del sacro, del magico.

Con tutta quella retorica stucchevole sulla bellezza…
È una cosa intollerabile per uno storico dell’arte. Quando sento parlare di bellezza… e del resto quello che ha parlato più di bellezza – politicamente – negli ultimi anni è stato Matteo Renzi. Ha usato la retorica della bellezza per smontare il patrimonio culturale italiano e distruggere le sovrintendenze. “La bellezza” in sé non vuol dire assolutamente nulla.

 

intervista tomaso montanari, sapiens, luz, isabella de maddalena intervista tomaso montanari

Venezia, 12 maggio 2017, 57° Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, Viva Arte Viva. Il Padiglione degli Stati Uniti a cura dell’artista Americano Mark Bradford. © Isabella De Maddalena / LUZ

 

La bellezza salverà il mondo
Altra frase senza senso, tirata fuori dal suo contesto.

Ti hanno dato dell’elitista
Non riesco a capire l’obiezione: a me sembra elitaria la posizione di chi dà per scontato che il prodotto di massa debba essere di pessima qualità, quello è elitismo, quello di Franceschini, delle mostre blockbuster. Una mostra riuscita è quella che riesce ad appassionare i venti specialisti, ma anche migliaia di persone.

All’estero invece come funzionano le cose?
Nel resto del pianeta innanzitutto le mostre le fanno i grandi musei, perché c’è un corpo di ricercatori che ci lavora. Da noi i musei della Riforma Franceschini non hanno più ricercatori, e quindi non fanno mostre, quasi per nulla, e le mostre le fanno i servizi esterni. Se vai a Parigi le mostre importanti le fa il Louvre, che ha 200 ricercatori a tempo indeterminato dentro. A Madrid le fa il Prado, a Berlino la Gemäldegalerie, a Londra la National Gallery, così via. Se guardi il loro calendario, hanno programmato mostre per 10, 20 anni, e fanno progetti di ricerca. Da noi ti arrivano proposte per un saggio da scrivere in 2 mesi, perché ci sarà una mostra.

 

E i curatori si adeguano
I curatori non se ne curano.

 

Come e quando è cominciato tutto questo?
C’è una stagione di uso politico dell’arte attraverso le mostre, che è quello del fascismo: che fa le grandi mostre sull’italianità all’estero, che spedisce carrettate di capolavori nel mondo, l’esplosione è durante un regime. Poi dagli anni ’60, dopo un periodo di calma nell’immediato dopoguerra, c’è un lento risalire. L’esplosione vera è stata a fine anni ’80 con De Michelis, con questa idea di dittatura, di totalitarismo del mercato.

Oltre che di mercato, nel libro parli di biennalizzazione
Vincenzo Trione ha avuto molto a che fare con la Biennale, ha curato anche il Padiglione Italia, parla di Biennale con amore, ma anche vedendone tutti i limiti gravi. Ovvero la qualità, il conformismo, lo svuotamento del significato artistico per tutt’altri fenomeni.

Qual è il problema della Biennale?
Il fatto è che la Biennale è una grande macchina, ma è una grande macchina di quattrini e di poteri, più che una grande macchina culturale.

Non ti chiedo neanche di Damien Hirst a Venezia quindi…
Ma figurati. Diciamo che è curioso come la retorica del contemporaneo – avere il coraggio di mostrare nei centri storici il moderno e il contemporaneo – non sia affatto un atto di coraggio, ma di codardia. Perché tutta questa roba viene legittimata sulle spalle del passato, e non il contrario.

C’è un po’ di coda di paglia dici?
C’è, sotto sotto, la consapevolezza della poca qualità dell’arte di oggi, della sua poca comprensibilità, del suo poco spessore, così tutto viene legittimato come nani sulle spalle dei giganti. Venezia, Firenze, Roma, sono dei grandi luoghi: se si avesse fiducia nella forza vera dell’arte di oggi, la porteremmo a redimere le nostre periferie, che ne avrebbero bisogno. Invece di mettere delle cose informi in piazza della Signoria a Firenze.

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