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Febbre è l’esordio dirompente di Jonathan Bazzi: finalista al Premio Strega e vincitore di ambiti premi letterari, è la stella nascente della scrittura italiana.

di Chiara Monateri

Finalista al Premio Strega 2020, Jonathan Bazzi quest’anno ha sbancato col suo romanzo d’esordio Febbre: ha vinto il premio Bagutta opera prima, il suo è stato il libro dell’anno per Fahrenheit Radio Tre, ed è stato proclamato vincitore del Premio POP in ex aequo con Giovanni Bitetto. E le premiazioni del 2020 non sono ancora concluse.

Denso di temi che in Italia vengono ancora sistematicamente arginati, come l’HIV, l’omosessualità, la violenza domestica e il crescere in quartieri marginali e marginalizzanti, Febbre è diventato quasi uno spartiacque per lo scenario letterario italiano: il primo libro che tocca argomenti che il nostro paese non sa ancora come gestire è arrivato diretto in finale al Premio Strega, e continua a ricevere riconoscimenti e successo di vendite a più di un anno dalla prima pubblicazione.

Abbiamo incontrato Jonathan che ci ha raccontato cosa succede a creare un romanzo che nel tempo acquista vita propria, e dell’importanza del coraggio di una riscrittura del presente, perché tutti possano aver voce.

Come va?
Abbastanza indaffarato: collaboro con diverse pubblicazioni e ho tre racconti da consegnare per tre diverse antologie in uscita: una per Harper & Collins sul Decameron, una per Fandango che si chiamerà Manifesto e raccoglierà tutti autori under 35, e una per il primo numero della rivista illustrata de Linkiesta… e sono in ritardo. Poi oltre a tutti questi impegni hai una vita, la spesa da fare e comprare il cibo per i gatti.

La continua mancanza di tempo, dal punto di vista creativo, mette in difficoltà?
C’è sempre la paura di non stare dietro alle cose, e di fare tutto diversamente da come t’immaginavi. Questa mia fase dall’esterno viene concepita come meravigliosa, e lo è: ma tutto porta sempre i suoi molteplici risvolti.

 

 

© Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

 

Rozzano, in Febbre, è il posto da cui ha sempre voluto fuggire. Ci hai fatto pace?
Di base sì, perché sono libero ora. Non ci vivo più e ora ci torno volentieri, perché il mio rapporto col luogo è cambiato.

Ti è capitato di tornare, e incontrare qualcuno che ha saputo del tuo successo come scrittore?
Quando torno non vado in giro, scendo dal 15 e vado dritto a trovare mia madre. Però ad esempio, ricordo che in vista dello Strega, con un regista Rai siamo andati a filmare sotto una casa dove ha visssuto a lungo mia madre, e dopo dieci minuti lei mi ha scritto chiedendomi se ero a Rozzano, perché la gente dalle finestre mi aveva visto e l’aveva subito avvisata. Lì c’è questa idea di essere sempre sotto un grande occhio collettivo.

Quindi è un posto che continua a “seguirti”
Sì, nel senso che come dicevo ho fatto pace con lo spirito del luogo, ma in molti ad esempio non hanno apprezzato le mie parole, pensando volessi strumentalizzare Rozzano: sia per le cose che ho scritto nel romanzo, sia per altre di un recente articolo che ho scritto per Domani a proposito della ripresa della scuola. 

Forse, all’italiana, pensano sia meglio stare zitti
Credo che ci sia la tendenza a minimizzare o a negare da parte dell’amministrazione ma anche da parte della popolazione, che rifuta certe descrizioni tendenzialmente vere, perché scatta un fenomeno di autostima e rappresentazione, per cui non ci si vuole sentire parte di un posto che non è del tutto positivo.

 

Questo è problematico, perché se non ammetti quello che non funziona, non puoi cambiare le cose.

 

A stare tra “i pazzi di Rozzano” hai mai pensato che lo spirito del luogo fosse entrato anche nel tuo dna in qualche modo?
Non la chiamerei “pazzia”, ma sì, una specie di selvatichézza ce l’ho: una mancanza di recinzione, una scarsa confidenza con tutta una serie di regole e maniere, che a volte viene fuori. Anche se di fatto ho un carattere alquanto mite, quella componente di irrequietezza atipica rispetto alla società, fa parte di me.

Rozzano è diversa da Milano?
Sì: c’è proprio un’atmosfera, una qualità emotiva che la caratterizza e che la rende del tutto diversa.

Perché tra i toni tenui del romanzo hai voluto mostrare senza censure tutta la violenza di Rozzano?
Credo di provare comunque un certo gusto nel raccontare certi picchi di esperienza, queste esondazioni caratterizzate dal modo di parlare e di pensare meridionale, che crea una trama ricca di micro-aggressioni. Tutto questo ha avuto degli effetti negativi e traumatici su di me, ma è anche molto attivante, perché una caratteristica di Rozzano è quella che ci sono dei livelli di manifestazione della vitalità ben più alti rispetto a Milano: è quel sud in cattività, che conserva il suo modo di comunicare e che crea una combinazione fortemente ambivalente, in un senso che non è da considerare né positivo, né negativo.

 

© Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

“Ho abbracciato mia madre e, con lei, la nostra storia”. Tua madre è un personaggio-chiave di Febbre: ha poi letto il libro, ne avete parlato?
L’ha letto, però non ne abbiamo parlato in maniera diretta: l’ho saputo da mia sorella, che ha 14 anni meno di me. Mi ha detto che anche lei l’ha letto, prendendosi il suo tempo per farlo, perché è stato ovviamente impegnativo dal punto di vista emotivo. Il fatto che con mia madre non ne abbiamo mai parlato può sembrare strano, ma è del tutto coerente con la nostra storia: la nostra non è una famiglia in cui la comunicazione e la condivisione delle emozioni hanno molto spazio. Il rapporto con mia madre è stato un rapporto sicuramente segnato dalla distanza, da cose che sono successe tra di noi nel silenzio e nella mancanza di comunicazione, e soprattutto dagli scontri durante l’adolescenza.

Sia nel romanzo sia come figura pubblica ti schieri dalla parte delle donne
Sono cresciuto in una famiglia e in generale in un posto dove le figure maschili erano autoritarie o totalmente irresponsabili, incapaci di presa in carico e di qualsiasi cura durevole e di supporto agli altri. Avendo subito tutto questo sono cresciuto un po’ all’opposto. Patisco moltissimo l’abuso di potere: questo mi provoca reazioni veramente accese, aggressive, mentre ho grande cura delle mie relazioni affettive, che, all’opposto, sono stabilissime. Col mio ragazzo sto da otto anni e abbiamo due gatti che sono stati oltre che una presenza responsabilizzante, una specie di riscatto: attraverso di loro ho portato alla luce quella serietà nei confronti di una relazione che non c’è stata nei miei confronti in passato.

In Febbre racconti della tua balbuzie: scrivere è diventato quindi la tua via di fuga?
Ho avuto sin da piccolo la passione per i libri e la scrittura: già a undici anni avevo dei quadernoni dove scrivevo delle storie illustrandole, anche. Ho sempre avuto moltissimi interessi, e ho sempre diviso le mie energie a volte anche in maniera disfuzionale, disperdendole. È rimasta la scrittura perché in qualche modo è lo strumento più leggero e universale: mi sono trovato tra le mani una certa familiarità con lo scrivere un po’ come risultato anche di una serie di altre esperienze, come la passione per la lettura e lo studio della filosofia.

Immaginavi la carriera che stai avendo?
Ho impiegato un po’ di tempo a vedermi come possibile scrittore: mi sono fermato sulla scrittura dopo un viaggio fatto anche con altri mezzi espressivi, dal disegno alla musica, che poi non ho coltivato in maniera durevole. In tutte queste peregrinazioni l’amore per le parole c’è sempre stato, cambiando forma: ho iniziato a usare Facebook come una piattaforma editoriale, raccontando delle scene tratte dalle mie giornate, e questo ha cominciato ad attirare l’attenzione di appassionati e di addetti al settore. Così ho iniziato a credere io stesso che potevo concentrarmi sulla scrittura, dopo tutte le mie varie reincarnazioni in diverse forme.

 

© Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

“I malati di aids muoiono a causa dei farmaci, dell’emarginazione e del terrore”, dici in Febbre. Perché secondo te stiamo ancora facendo questo discorso nel 2020, in Italia?
La nostra è una società che più di altre ha difficoltà con certi temi, come la sessualità e la salute sessuale.

 

L’HIV ha avuto questa evoluzione da noi su un duplice binario: da una parte ci sono stati meravigliosi progressi dal punto di vista medico, ma dall’altro non si può dire lo stesso a livello di sensibilità e dello sguardo prevalente su quest’infezione.

 

Lo stigma, la discriminazione, la paura e il rifiuto sono alimentati ancora oggi da una “cappa” di silenzio che in certo qual modo viene “onorata” dalle stesse persone sieropositive, in una specie di circolo vizioso. Le persone che scoprono di essere sieropositive oggi, percependo di essere ancora oggetto di giudizi depositati, tendono a guardarsi bene dal condividere apertamente la loro condizione.

Qual è il risultato di questo comportamento?
Questo fa sì che la vita reale delle persone sieropositive rimanga ancora adesso nascosta, senza accedere a una visione pubblica.

 

Così quello che rimane in vigore sono le vecchie narrazioni legate agli anni ’80 e ’90, segnate da una visione oscura, mortifera e inquietante dell’HIV.

 

Quando ho scoperto di essere sieropositivo, dopo i primi mesi difficili che ti mettono a contatto coi limiti della condizione umana, ho capito che per me esserlo era qualcosa di più sottile, anonimo e trasparente rispetto a ciò che comunemente si dice della sieropositività. Da qui è nata la volontà di approriarmi di questa condizione e di farne qualcosa di diverso, di darle dei significati più veri e vicini alla mia esperienza, relativi anche a quello che significa nella contemporaneità.

Racconti del riappropriarsi di quello che è successo grazie alle parole. Secondo te perché dobbiamo trovare il coraggio di una riscrittura?
Perché credo che la maggior parte dei limiti siano illusori, infondati. Ci sono molte restrizioni che diventano anche poi motivo di sofferenza, che sono frutto di convinzioni tramandate, ma a cui non corrispondono dei reali impedimenti. Penso anche solo a certe idee sul “maschile”, che ho conosciuto e in cui sono cresciuto, il fatto che “gli uomini sono fatti così”: nella mia famiglia molte cose erano permesse, scusate, minimizzate, nascoste, nella convinzione che quello fosse lo “stato di natura”.

… Invece?
Invece quella che si ottiene ad essere la natura, è poi il frutto di consuetudini, di un’educazione, di pratiche protratte messe in atto sia in senso individuale sia in senso familiare, generazionale. Quando ho cominciato ad accorgermi di questo, per sopravvivere ho dovuto prendere un distacco dalle opinioni condivise e prevalenti, e ho dovuto coltivare questa distanza, che era una condizione per la mia sopravvivenza: poi questa caratteristica è diventata una specie di abilità, frutto di un training originario che ho attivato nei confronti dell’HIV. Ho messo in campo il fatto di scegliere io, i termini con cui parlarne.

In Febbre racconti la realtà molto comune di “fare coming out senza dire la parola gay”, e così di iniziare di nascosto a incontrare le persone. Pensi che il coming out vada fatto, anche di fronte a chi non capirebbe?
Credo di sì, ma ognuno deve anche fare i conti con la propria sicurezza: ci sono quindi dei contesti dove forse fare coming out non è la cosa più sicura e immediata da fare, soprattutto se si vive ancora in casa. Credo nel valore politico e rivoluzionario della visibilità: e gli appelli alla difesa dell privacy, da parte loro, a volte sono un po’ ipocriti. La privacy è una scelta sensata all’interno di un sistema corretto e giusto, ma se c’è l’impossibilità di muoversi sulla scena pubblica con alcune caratteristiche, c’è una confusione di fondo. Soprattutto quando si parla di personaggi pubblici, si crea sempre un “vuoto” che non è comunicato, riguardo a chi è gay o bisessuale.

 

Le coppie eterosessuali fanno le copertine, condividendo il loro amore, mentre le coppie di diverso orientamento, restano comunque ammantate da un’assenza di rappresentazione.

 

© Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Nel romanzo parli dello yoga – Jonathan Bazzi è maestro, nda-  come percorso che ti ha dato una consapevolezza per stabilire dei boundaries a livello relazionale: pratichi ancora?
Sono fermo da un po’: questa fase del libro, per cui ho viaggiato molto, mi ha risucchiato completamente. Voglio riprendere al più presto perché credo molto agli effetti fisici che la pratica dona, ma anche nelle aperture mentali, alla qualità dei pensieri e della vita mentale diversa che si genera grazie allo yoga. Devo dire che però sono un po’ perplesso sullo stato dello yoga a Milano, in questa sua diffusione mainstream ho anche visto una sua degenerazione, un crollo del livello con insegnanti improvvisati, perché quello dei teacher training è diventato ormai un po’ un business… anche da quel punto di vista il nostro paese è un po’ indietro rispetto ad altri contesti.

Il lockdown è stato triggering per molti, portando in superficie traumi o difficoltà passate. Per te come è stato dal punto di vista umano e creativo?
L’ho patito abbastanza per il senso di staticità forzata. Sono uno abbastanza casalingo, ma esco tutti i giorni e ho bisogno di muovermi. Dal punto di vista creativo l’ho sentito per la sovrapposizione tra i miei impegni e quelli del mio ragazzo: viviamo insieme in una casa molto piccola, e tra videochiamate e varie e il non uscire era pesante. Ancora adesso il non poter andare liberamente a scrivere in biblioteca, cosa che ho sempre fatto, mi pesa.

 

Ho riflettuto su quanto potesse pesare il non poter andarci ai ragazzi che hanno situazioni familiari affollate o difficili, e a quanto può essere difficile rimanere centrati sui propri obiettivi quando le situazioni esterne sono sfavorevoli.

 

Questo mi ha fatto riflettere molto sul nostro rapporto con le circostanze in cui viviamo: nonostante i nostri desideri siamo condizionati dagli aspetti materiali, che possono sembrare piccoli dettagli, invece non lo sono.

Questo è stato un po’ il tuo anno: come ti sei sentito tra l’incetta di premi e la finale dello Strega?
Con la casa editrice abbiamo capito da subito che il libro stava piacendo, perché siamo andati in ristampa dopo 12 giorni. Però i riconoscimenti da parte dell’ambiente editoriale mi hanno stupito, e mi stupiscono tutt’ora. Anche ieri, sono andato alla finale del Premio POP senza aspettative – Jonathan ha vinto il premio ex aequo assieme a Giovanni Bitetto, nda -, e a vincere mi stupisco sempre. Ho sempre un grande slancio verso il nuovo e le cose che non conosco, mentre mi scatta un senso di autocritica verso le cose che ho già fatto: perdo facilmente interesse per quello che mi accende, quindi il fatto che Febbre continui a generare risposte positive è qualcosa che va oltre la mia natura.

 

Questo libro manifesta una durata e un’insistenza che non mi appartengono e che non ho mai avuto, e lo considero un po’ una presenza con una sua vita mentale: quindi un po’ sono io a seguirlo, e lo devo onorare e ringraziare per le cose che fa succedere.

 

Sei al lavoro sul tuo secondo romanzo?
Ho cominciato a scrivere alla fine dell’anno scorso, poi quando è arrivata la notizia del Premio Strega a tarda primavera ho cominciato a faticare di più nella stesura. Poi mi sono arrivate molte altre richieste di interviste e di collaborazioni, quindi sono ancora molto preso: Febbre è ancora molto vivo e candidato a vari premi, quindi la prospettiva tende sempre a riaggiornarsi.

 

© Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Che effetto fa sapere che la tua storia diventerà un film prodotto da Cross Productions, la stessa di SKAM Italia? Ti incuriosisce l’effetto di un prodotto scritto da altri o parteciperai alla stesura?
Credo che appunto per come sono fatto, potrebbe pesarmi scrivere la sceneggiatura di qualcosa che ho già scritto, rivisto, riletto e di cui ho parlato tantissimo. M’incuriosisce forse di più vedere cosa possono farci altri con questo libro, delle persone che stimo e che sono dei veri professionisti. Poi sì, ci potrebbe essere una mia partecipazione, ma mi incuriosisce molto incrociare il mio sguardo con quello degli altri. Credo che chi sa fare cinema possa dare una forma giusta dal punto di vista visivo, a quello che io ho scritto e immaginato.

Febbre tocca temi importanti per tanti ragazzi e ragazze che la società tende ancora a nascondere. Che consiglio daresti a tutti i “bambini invisibili” a cui hai dedicato il libro?
Di credere alle cose che amano.

 

Sono davvero convinto che nel mio caso delle nuove possibilità siano arrivate: nonostante gli alti e bassi, ed i vari ostacoli ed incidenti di percorso, la cosa che mi ha portato ad avere una vita piuttosto somigliante a quella che vorrei, è proprio l’essere riuscito sempre a risintonizzarmi coi miei desideri.

 

Questo mi ha aiutato, assieme ad una forma di fiducia che nutro nei confronti della relazione tra sé ed il mondo: anche quando le cose non stavano andando come volevo, ho trovato comunque il mio modo di continuare a coltivare le mie passioni, e in questo i social hanno avuto un peso. Ci sono stati moltissimi momenti durante gli ultimi dieci anni in cui ho sperimentato una profonda frustrazione per il fatto che mi sentivo come “sprecato”, in quanto le cose che amavo e che avrei potuto fare non riuscivano a vivere, non trovavano degli spazi in cui manifestarsi. Però, anche all’interno di quella frustrazione, non ho mai smesso di amare le cose che amavo, e di cercare comunque di portarle avanti in qualche modo. Questa in parte forse è un po’ un’indole, non so se possa andare bene per tutti, però credo che la fiducia nei confronti del mondo e del fatto che può succedere qualsiasi cosa in qualsiasi momento, mi abbia protetto.

 

Foto di copertina © Vito Maria Grattacaso / LUZ

Jonathan Bazzi total look Maison Valentino

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