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Fantasmi per legge

Sono italiani, ma la legge li vede come fantasmi: figli e figlie di stranieri cresciuti in Italia ma senza passaporto italiano. Abbiamo intervistato Jovana Kuzman, giovane attivista di Italiani senza cittadinanza.

di Tommaso Meo

«Laurearsi facendo l’attivista non è semplicissimo», mi dice Jovana Kuzman, mentre attraversiamo piazza San Giovanni, a Roma. Jovana è membro del movimento degli Italiani senza cittadinanza, che comprende figli e figlie di stranieri cresciuti in Italia ma senza passaporto italiano, oltre che laureanda in Scienze politiche all’Università di Roma Tre. Dal palco degli Stati Popolari a luglio, proprio in questa piazza, Jovana è tornata a chiedere alla politica nostrana la modifica della legge sulla cittadinanza, che lascia ancora troppo tempo nel limbo burocratico chi italiano si sente già. Anche Jovana, nata in Serbia, ma romana dall’età di due anni non è ancora italiana, ora che di anni ne ha 23. Nel nostro Paese, infatti, la cittadinanza si ottiene automaticamente solo tramite lo ius sanguinis, se cioè si ha almeno un genitore italiano. La proposta di uno ius soli temperato è naufragata alla fine della scorsa legislatura, mentre diversi disegni di legge che prevedono una modifica alla legge sulla cittadinanza del 1992, introducendo lo ius culturae – l’ottenimento della cittadinanza dopo aver completato un ciclo di studi – giacciono ancora in parlamento.

Ufficialmente non sei ancora italiana. Come ti identifichi quando parli di te con altre persone anche fuori dall’Italia?
Fuori dall’Italia sono italiana. Gli italiani autoctoni invece tendono a identificarmi o come italiana o come serba, quando io in realtà mi vedo in modo più fluido. Fino a qualche anno fa mi identificavo solo come italiana perché pensavo fosse un modo per essere accettata di più. Negli ultimi anni ho iniziato a pensarmi anche come serba e bosniaca – mio padre è dell’Erzegovina – perché ho capito che sono esistenze che possono coesistere dentro di me. 

Vieni da una regione di forte emigrazione negli anni ‘90, hai mai subito discriminazioni per le tue origini?
Io sono fortunata perché non appartengo a una minoranza visibile. Ma nei primi anni duemila c’è stata effettivamente una caccia alle streghe agli slavi. I miei genitori che hanno i tratti somatici dell’est Europa hanno subito diverse discriminazioni. Io sono stata più fortunata. Anche se a scuola è capitato che una bambina non venisse al mio compleanno perché il padre non voleva, sapendo che i miei genitori erano serbi.

 

Jovana Kuzman © Lisa Herpin

 

Tu hai detto che sei cresciuta cercando di sembrare più italiana possibile. Cosa vuol dire? Hai cambiato prospettiva ora?
Secondo me essere stranieri in un Paese come l’Italia implica il fatto che ti devi guadagnare il diritto a rimanere: devi essere più bravo degli altri e rispettoso di tutte le regole perché altrimenti sarai additato come un delinquente o uno che non ha voglia di fare niente. In un certo senso io cercavo di essere il più italiana possibile anche per questo. Mi dicevo: se mi comporto bene, se non mi faccio vedere diversa, nessuno mi dirà niente di brutto.

 

Però questo non è vero, anche la perfezione non basta a far cambiare idea a razzisti e xenofobi.

 

A scuola ricordo che le maestre spingevano sul fatto che siamo tutti uguali, anche se così non era e non c’era nulla di male a parlare di differenze. Ma forse non si era ancora pronti ad accoglierle. Dalle medie invece ho iniziato a farmi chiamare Jovana, insistendo sulla pronuncia corretta, perché era segno della mia identità.

Che valore ha la cittadinanza oltre a quello simbolico? Che ostacoli incontra chi non può accedervi e che ostacoli hai incontrato tu?
Gli italiani che hanno la cittadinanza non capiscono cosa significa non averla, semplicemente perché è un diritto che hanno dalla nascita e che danno per scontato. Io sono sempre stata italiana nella mia testa, qui ho i primi ricordi, e ho fatto lo stesso identico percorso di un mio coetaneo ma ho visto, crescendo, che alcune cose potevo farle e altre non potevo farle. Ora non posso fare tutti i lavori che vorrei poter fare. Quando scelgo il mio futuro devo mettere in conto cosa posso e non posso fare. Adesso, anche se studio Scienze politiche, non posso partecipare a tantissimi concorsi perché non sono neanche cittadina dell’Unione Europea. Questo mi crea tantissimi problemi. 

Da piccola non potevo fare alcune gite scolastiche o scambi linguistici se non avevo il visto. La mia famiglia faceva degli sforzi per potermi mandare in viaggio d’istruzione, però fare il visto era un ulteriore peso economico. Ora ho il permesso di soggiorno a lungo termine che si rinnova una volta ogni cinque anni, ma prima si rinnovava ogni uno o due e bisognava perdere giorni di scuola per andare in questura, facendo lunghe file. Non avere la cittadinanza è una perdita di tempo e di opportunità: ad esempio se avessi una proposta di lavoro in Germania dovrei fare un permesso di lavoro in Germania e quindi perderei la residenza qui e perderei il permesso di soggiorno italiano. Secondo la legge italiana se tu perdi il permesso di soggiorno e hai una pratica di cittadinanza in corso questa si perde perché devi dimostrare di risiedere continuativamente qui. Io quindi non posso spostarmi liberamente come i miei coetanei.

 

Jovana Kuzman © Lisa Herpin

 

Alla luce di questo cosa pensi quando qualcuno dice che la cittadinanza bisogna meritarsela?
Secondo me è assurdo, sentivo che c’è chi diceva che anche nell’eventuale riforma bisogna tenere in conto il merito scolastico. Tutta questa storia del doversi meritare la cittadinanza non tiene conto poi dell’effettiva identità di una persona. Come non è giusto dire che la meritano tutti gli atleti eccellenti, e tutti gli altri non sono comunque ragazzi che hanno fatto il loro percorso qui?

Perché la legge che regola la cittadinanza in Italia, che risale al 1992 e che regola il diritto alla cittadinanza in Italia, è da modificare?
Perché non tiene più conto della società che c’è adesso, negli anni ’90 i flussi erano diversi, erano persone diverse, erano comunità più piccole rispetto ad adesso. Anche la quantità di bambini di origine straniera che cresce oggi nelle nostre scuole e nelle nostre associazioni sportive è molto maggiore. Sembra assurdo che dal 1992 al 2020 abbiamo addirittura allungato la pratica, prima ci volevano 2 anni, ora 4. Io ho aspettato i 20, ho fatto domanda nel febbraio 2018 ma ad ottobre 2018 sono stati approvati i decreti Salvini che hanno prolungato la durata della pratica da 2 a 4 anni. 

 

A 18 anni chi nasce in Italia da genitori stranieri può richiedere l’apertura della pratica per la cittadinanza, ma se ci cresci e basta sei equiparato a una persona che ci arriva a 50 anni. Non è in alcun modo calcolato il nostro percorso qui, non conta niente.

 

È un grandissimo buco burocratico. È assurdo che non ci sia una visione dell’immigrazione, come incredibile considerare immigrati persone come me.

Quanto influisce la questione economica nella richiesta della cittadinanza?
Molto. Io per esempio ho dovuto aspettare i 18 anni per fare la domanda di cittadinanza, ma compiuti i 18 anni i miei genitori non avevano i soldi, perché solo la pratica costa 200 euro. In più ci sono i documenti che bisogna reperire, o in ambasciata o nel proprio paese d’origine, e quindi sono altre spese di viaggio o per estrarre questi documenti e poi farli validare e tradurre. A noi viene chiesto un minimo di reddito, solo che io peso sul reddito dei miei genitori. Molte famiglie quest’anno, a causa della pandemia, non è detto che raggiungano questo reddito minimo. 

 

Jovana Kuzman © Lisa Herpin

 

Quando e perché hai iniziato a interessarti del tema della cittadinanza e delle seconde generazioni?
Faccio parte di Italiani senza cittadinanza dal 2019, anche se ho iniziato ad avvicinarmi a questi temi nel 2016, più o meno quando ho iniziato a studiare all’università e a pormi dei problemi che prima non avevo affrontato. È stato importante anche conoscere gli altri ragazzi di Italiani senza cittadinanza perché anche loro hanno dovuto fare i conti con identità diverse. Prima dell’università non mi ponevo troppo il problema di chi ero e di chi volevo essere. Poi ho scoperto che il detto «se non sai chi sei non sai dove vuoi andare» è vero. Per esempio non sapere molte cose sulla Serbia creava dei vuoti in me.

Cosa chiedete voi di Italiani senza cittadinanza alla politica?
Noi chiediamo un percorso ad hoc per chi cresce in Italia, la cittadinanza concessa anticipatamente per chi ci nasce e la riduzione dei tempi della domanda per tutti. È assurdo che negli altri Paesi europei ci voglia un anno, un anno e mezzo, e da noi quattro. Che immagine diamo come Paese anche all’estero?

Nel nostro sistema attuale se il genitore ottiene la cittadinanza quando il ragazzo è ancora minorenne anche il ragazzo diventa cittadino italiano, mentre se il ragazzo diventa maggiorenne nel mentre non ha più il diritto di prenderla tramite i genitori. Abbiamo dei casi in cui una pratica dei genitori iniziata quando i figli avevano 12 anni sono arrivate a conclusione quando ne avevano 18. Sono delle storture assurde, che fanno allontanare le persone da tantissime cose. 

Abbiamo attuato diverse campagne di sensibilizzazione sul tema della cittadinanza. A Reggio Emilia ne abbiamo fatta una chiamata “Fantasmi per legge”. Abbiamo messo dei fantasmini per le varie strade della città a indicare che esistono persone che sono tra di noi ma non sono riconosciute – e oggi stiamo parlando di più o meno un milione di ragazzi e ragazze. Un’altra delle più riuscite è stata la campagna “Cartoline cittadine” con le nostre foto di quando eravamo bambini nelle scuole delle nostre città unite al nostro appello ai senatori a votare la riforma della cittadinanza della scorsa legislatura. A dicembre 2016 il movimento aveva fatto una fiaccolata di speranza davanti a Montecitorio per chiedere di non chiudere le Camere e approvare lo ius soli. Nel 2018 per le elezioni politiche invitavamo anche chi aveva la cittadinanza italiana a mettersi a disposizione degli Italiani senza voto e decidere insieme cosa votare. Sempre nel 2018 abbiamo usato sui social l’hashtag #vorreimanonvoto. Nel frattempo siamo diventati un movimento a cui le istituzioni fanno riferimento, ci hanno anche chiamati in audizione in parlamento.

Ha senso parlare di integrazione per gli italiani di seconda generazione?
No, non ha senso per chi è sempre vissuto qui. Per queste persone non bisogna parlare di integrazione, non c’è da fare chissà quale patto, sono già qui. 

Senti il peso della responsabilità di portare avanti questo tema?
Io non sento il peso verso di me perché quando faccio queste battaglie lo faccio non tanto per me stessa ma soprattutto per gli altri. Dico sempre che noi nuove generazioni – e io sono tra i più piccoli del nostro movimento – siamo il frutto del lavoro che hanno fatto le persone più grandi che hanno iniziato queste lotte anni fa. Io ora so che devo aspettare e che prima o poi la cittadinanza la otterrò, ma penso a chi ha 15 anni oggi e non vogliamo che debbano affrontare le stesse difficoltà che stiamo affrontando noi.

 

Jovana Kuzman © Lisa Herpin

 

Un altro tema che tu hai sollevato è la mancanza di figli di immigrati nelle istituzioni e negli uffici pubblici. È un caso?
No, prima di tutto perché se non otteniamo la cittadinanza non possiamo entrarci. Io ne ho bisogno anche per fare la postina. Come vogliamo creare così una società di cui poterci poi vantare? Che inclusività c’è se tu mi precludi in questo modo molti posti di lavoro?

 

Non è possibile che quando vado al comune non ci lavori nessuna persona appartenente a una minoranza visibile. Io non ho mai visto una persona con il velo in un ufficio pubblico, anche se a Roma per strada ce ne sono molte.

 

Questo vuol dire che alcuni luoghi sono ancora off limits per alcuni. Su quella famosa scala sociale che dicono sia rotta, noi neanche ci possiamo salire. In un certo senso trovo che tutto questo sistema provochi ancora più un allontanamento dalla vita pubblica per molta gente.

Secondo alcuni attivisti questo è il primo momento in cui prime e seconde generazioni si uniscono. I tuoi genitori cosa ne pensano di tutto questo?
I miei genitori per primi hanno scelto di vivere e farmi vivere in Italia ma vedono che a moltissime cose ancora non posso accedere. Rimangono anche loro disillusi del fatto che dopo tutta questa fatica ancora continui a sentirti straniero. Però sono ovviamente orgogliosi di quello che faccio e del mio attivismo. Io comunque mi sento privilegiata perché i miei genitori hanno investito su di me per farmi diventare quello che sono oggi.

Il clima nella società italiana è cambiato e i tempi sembrano maturi per approvare almeno lo ius culturae, pensi si arriverà a un cambiamento della norma nei prossimi mesi?
Se la volontà politica ci fosse si sarebbe già fatto. Il problema ora sono gli equilibri di governo che vedo molto fragili. Nei prossimi mesi ci sarà da approvare anche la legge di bilancio e non vedo molto spazio. Anche se non poter pensare a due cose contemporaneamente è una cosa molto italiana, con cui si giustifica la mancanza di riforme da anni. Per cui non so se avverrà in tempi brevi ma avverrà per forza perché la storia è dalla nostra parte. 

Più lentamente di altri paesi ci stiamo risvegliando anche noi. Le seconde generazioni stanno scendendo in piazza perché a noi non va più bene fare i camerieri o i lavapiatti. Noi vogliamo un lavoro adatto alle nostre competenze e se non riusciamo ad averlo non deve essere perché non ci possiamo entrare a prescindere. 

A noi interessa che la politica recepisca il nostro messaggio e le nostre linee guida, poi come vogliono chiamare questa riforma lo decidano loro, basta che la facciano.

Cosa ne pensi del caso Suarez e quanto ha influito nel dibattito pubblico?
Io sono sempre sorpresa di quanto il calcio sia influente in questo Paese. Per noi è stato ottimo in un certo senso perché ha rilanciato il tema e sembra che tutti si siano svegliati adesso, quando quello della cittadinanza è un tema che noi denunciamo da anni. Questa è però anche la dimostrazione di quanto i soldi abbiano un potere in Italia, perché crei in questo caso un’ulteriore discriminazione. Non è stato né il primo né l’unico secondo me. Ci sarebbero molte riflessioni da trarre ma dovrebbe farle la classe politica.

Non pensi però che questa apertura quasi bipartisan allo ius culturae precluda la battaglia per lo ius soli?
Non lo so, ogni gruppo ha le sue priorità. Nella mia opinione personale il rischio è perdere la visione generale. È una cosa che comunque, e comunque la si vuole chiamare, deve concentrarsi in due direzioni: su chi nasce e su chi cresce. 

 

Jovana Kuzman © Lisa Herpin

 

Torniamo a te. Sei delusa dall’Italia o pensi ci sia speranza?
Secondo me ci può essere speranza quando i partiti abbandoneranno l’approccio paternalista che hanno verso i ragazzi di origine straniera ma non solo. Devono smettere i dire “non sono pronti, non sono capaci, sono troppo giovani”. I partiti devono capire che bisogna dare spazio anche a persone appartenenti a una minoranza, ma non perché serve la minoranza per forza, ma perché ci sono persone effettivamente capaci. Io sono delusa, ma anche gli italiani dovrebbero esserlo. Senza contare che quelli usati per formarci sono soldi pubblici sprecati se poi non ci viene garantito un uguale accesso alla vita pubblica e lavorativa.

Serba e italiana, si spera presto anche ufficialmente. Cosa vorresti fare dopo e dove?
Vorrei lavorare nella cooperazione europea, concentrandomi in particolare sui Balcani e i negoziati di accesso all’Unione Europea di questi Paesi. Vorrei essere una sorta di ponte tra questi mondi.

Hai mai pensato alla prima cosa che farai appena otterrai la cittadinanza italiana?
Farò una festa grandissima, con un vestito verde, bianco e rosso, ma con i suonatori di tromba serbi. E poi andrò a votare appena potrò perché secondo me non è solo un diritto ma anche un dovere se vuoi vedere cambiare le cose. Io ho 23 anni e non ho mai votato né in Italia, non potendo, né in Serbia, non vivendoci e non essendo dentro alle dinamiche politiche e sociali.

Chi sono i nuovi italiani secondo te?
I nuovi italiani non sono solo ragazzi che nascono e crescono qui, ma lo sono anche i miei genitori, per esempio. Le comunità di origine straniera possono dare tanto all’Italia. Noi siamo venuti qui, abbiamo scelto l’Italia, siamo stati cambiati dall’Italia e la stiamo cambiando.

 

Foto di copertina © Lisa Herpin

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