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Un’infanzia col botto

Dalla Fondazione Renzo Piano all’autobiografismo magico. Lia Piano ci ha raccontato l’unica regola della felicità: “vietato vietare”.

di Valentina Ecca

Una scrittrice esordiente con un cognome già celebre. Lia Piano è al suo primo romanzo, Planimetria di una famiglia felice (Bompiani): la storia di un mondo ordinario raccontato da una fantasiosa bambina di sette anni. Ci tiene a sottolineare che la scrittura umoristica non è appannaggio dei comici e che all’estero – e lei è una che gira parecchio – ha la stessa dignità di un qualsiasi romanzo “serio”.

Abbiamo incontrato Lia Piano e parlato del suo nomadismo, di come le è venuto in mente di raccontare una famiglia che costruisce una barca a vela in cantina e del perché ha trasformato una casa in un personaggio. D’altronde dalla figlia di uno degli architetti più innovativi del nostro secolo non ci si poteva aspettare altro.

“Planimetria di una famiglia felice” è un romanzo che mette buonumore. Ti sei divertita a scriverlo?
Ci ho messo buonumore. Questo libro ha una storia che parte da lontano, ci siamo aspettati a lungo.

 

Pur non essendo autobiografico, è un modo per ringraziare la grande palestra di gioia e di libertà che è stata la mia infanzia.


Che è diversa da quella che racconto nel romanzo ma che ha in comune questo dato. Probabilmente volendo ritornare a quella prima luce e raccontandola dal punto di vista di una bambina mi sono messa in questa onda di buonumore che mi ha accompagnata fino alla fine.

Com’è stato tornare a raccontare con gli occhi di una bambina?
Era una scelta voluta dall’inizio. È un libro felice ma fino a un certo punto, perché comunque il tentativo di diventare normali di questa famiglia è destinato al fallimento. Si capisce abbastanza rapidamente e poi nel finale – di cui non parleremo – arriva in modo molto chiaro. Ma io volevo raccontare l’esperienza del fallimento visto dagli occhi di una bambina. Un bambino che assiste a un fallimento si rende conto di cos’è? 

 

Tolto il giudizio da adulto – quello sull’infanzia, sulla famiglia, sul comportamento – per un bambino un fallimento è solamente un tentativo. 

 

Può essere un’esperienza felice. Se tu senti raccontare dai bambini anche momenti difficili che stanno vivendo – o complessi emotivamente – raramente li raccontano come esperienze tristi, vivono in questo assoluto presente. Il mio modo è stato volontario, è stato quello di dire: 

 

“Azzera le distanze fra la donna che sei diventata e la bambina che sei stata. Cerca di ritornare indietro e raccontalo in qualche modo in presa diretta”. 

 

Posizione che ho mantenuto, è veramente tutto raccontato a un metro di altezza. Anche la casa è vista a un metro di altezza. È stato divertente ma difficile, quando l’ho finito ricordo benissimo che ho avuto un momento di smarrimento anche fisico. Ho avuto due giorni di malessere che io – essendo un’esordiente – non ho minimamente collegato al fatto che avessi finito il libro. Ho scritto questo finale e ho avuto come il febbrone che hanno i bambini quando sfogano qualcosa in ventiquattro ore. Io ho fatto la stessa cosa. È stato abbastanza traumatico ma catartico. 

 

Lia Piano intervista

Lia Piano © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

L’hai scritto per risolvere o raccontare un conflitto?
Un libro così proprio perché c’è anche l’esperienza dolorosa di questa famiglia – di questa bambina che racconta attraverso la gioia – secondo me lo scrivi quando il conflitto è risolto.

 

Quindi è un libro che vuol celebrare un’epoca della vita e salvarla. Nel senso che raccontare un’infanzia significa salvarla per sempre.

 

Là dove li ho lasciati i miei personaggi, là rimaranno per un pezzo.

 

Di biografico c’è solo il ricordo della casa di Genova dove hai abitato da bambina, però ci sono molti riferimenti anche alla tua famiglia
Sì, sarebbe grave per la mia famiglia se questo libro fosse biografico – ride, ndr -. 

 

Ho inserito questi elementi perché volevo giocare su una cosa che è stata definita non da me, una sorta di “autobiografismo magico”. 

 

Per cui ci sono degli elementi che sono assolutamente veri: la planimetria per esempio non è un caso che sia nel titolo, perché la casa è uno dei personaggi del libro, è trattata come tale. È l’unico realmente esistito così com’era. 

 

Una volta presi alcuni punti saldi come la casa, la voce narrante che sono io – la bambina che sono stata – ho voluto giocare su altri piani che fossero la finzione totale. A volte per dire delle cose vere devi passare attraverso una bugia evidente.

 

Chiaro che in un romanzo che porta il mio cognome alcune cose sono molto verosimili ma sono anche un gioco. La mia vera famiglia è anche piuttosto gagliarda. Mi sono divertita nei loro confronti a fare un romanzo in cui ognuno potesse riconoscere delle scintille e mai il quadro nell’insieme. Mi sono divertita da morire. Il cane Pippo – al quale è dedicato il libro – è vero.

Hai avuto la fortuna di crescere in un ambiente molto creativo e libero. Quando ti sei scontrata col mondo là fuori com’è stato?
Questa è una delle cose vere del romanzo: il sentimento alla base che muove questa bambina a uscire e a rendersi conto che il mondo fuori ha una densità diversa e che la rispedisce dentro. È anche un desiderio un po’ ambiguo, il desiderio di essere come tutti. Tipo il desiderio di andare in chiesa come fanno tutti perché Dio smetta di essere un intercalare – e in questa famiglia Dio viene citato così – perché siamo in una famiglia profondamente laica. Quindi questo vivere con meno regole o con regole diverse da quelle riconosciute all’esterno può anche essere un’esperienza di grande solitudine per un bambino. Si riconosce poi che grande occasione è stata quando si è più grandi.

 

Quando si vede che cosa ha prodotto e cosa produce l’omologazione si finisce per ringraziare l’eccentricità che si è riusciti a coltivare da bambini. È difficile dopo un’infanzia così omologarsi. Si riesce a mediare.

 

Tu sei scesa a compromessi?
Mica tanto.

 

Lia Piano intervista

Lia Piano © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Nel romanzo la casa è un personaggio. Per te “casa” che cos’è?
In questi quattro anni non ho mai avuto una casa fissa. Ho un posto in cui tornare ogni tanto – altrimenti sarei oggetto di assistenti sociali – però la felicità di questo libro è anche il fatto che ho vissuto nomade in questi anni non solo per motivi lavorativi ma anche perché ne avevo bisogno. Il posto in cui tornare era il libro. Per finirlo ho affittato una casa vera e per qualche mese mi ci sono chiusa. Adesso c’è questa fase in cui sei tu che accompagni lui e all’idea di mettermi a scrivere un nuovo libro mi nasce immediatamente il desiderio di farlo di nuovo completamente nomade. La fase di quiete è agli sgoccioli. 

Che rapporto hai con Genova: la città dove è ambientato?
È una città, dalla quale me ne sono andata con poca riconoscenza. Capita spesso rispetto ai luoghi dell’infanzia, c’è un’età in cui li abbandoni senza voltarti indietro. In questo libro l’unico spazio esterno che è veramente descritto è Parigi che è citata a togliere per quello che non c’era: non c’erano i colori. La bambina dice che ci sono undici toni di grigio. Immagina quindi – questo è stato autobiografico – per una bambina nata a Parigi dove nel mio ricordo gli inverni duravano nove mesi, cosa voleva dire vedere quei colori.

 

Sbarcare in un posto come Genova d’estate è stato l’omaggio a una città che non mi sono accorta di aver profondamente amato.

 

Quando me ne sono andata, mi sono guardata indietro e – a questa città che mi ha dato tanto – ho detto grazie. 

 

Lia Piano intervista

Lia Piano © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Com’è stato mescolare realtà e finzione?

 

Io ho voluto fare un omaggio alla mia infanzia vera ma ho sempre avuto in mente che si trattava di un romanzo.

 

Mi servivano gli ingredienti che si mettono nei romanzi e che fanno sì che la temperatura del racconto si alzi. Quando entra l’assistente sociale entra il virus della normalità in questa famiglia: dal punto di vista della bambina viene a rovinare tutto. Il mondo fa breccia nel muraglione di questa famiglia, quello è un espediente narrativo perché per forza siano costretti a abbandonare questo paradiso. Dall’inizio sapevo che avrei raccontato un paradiso perduto, forse perché la mia infanzia è un’esperienza piuttosto lontana.

 

Lia Piano intervista

Lia Piano © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Pregi e difetti dell’essere figlia di un personaggio celebre.
È difficile rispondere perché bisognerebbe avere un termine di paragone. Io sono venuta su così. È un po’ appiattente rispetto al percorso che un adulto fa. È anche vero però che mio padre è diventato famoso in un’epoca in cui io ero già adulta. La grande fama è venuta negli ultimi anni, sicuramente con il fatto che è diventato senatore per cui in Italia questo ha acceso molto i riflettori su di lui.

 

Io sono nata durante il cantiere del Centre Pompidou, ancora per moltissimi anni soprattutto in Italia era considerato un architetto mezzo pazzo. Oggi si pensa che l’Accademia l’abbia riconosciuto e amato da sempre, ma non è assolutamente vero. Mio padre era considerato un incidente di percorso.

 

Però è vero che questo aiuta, perché per tutti gli anni in cui si è formata la mia personalità mio padre era mio padre e basta. Una volta formati, qualsiasi cosa venga detta sposta di poco la percezione che si ha di un padre.

 

Come architetto ci litighiamo ancora le misure, anche sul libro.

 

Ha riconosciuto dopo due pagine che non si trattava di un’autobiografia e che non poteva mettere becco sul personaggio e sulla storia. Ha anche capito alla prima pagina che la casa era quella vera. C’è stato un bel tira e molla e dibattito sulle misure: “quel muro era alto così, era profondo così”. È un punto di riferimento forse più da adulta che le contraddizioni si appianano: per me lo è più adesso.

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