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Rinascimento napoletano

Ok, Livio Cori probabilmente non è Liberato: da Ghemon a Sanremo con Nino D’Angelo, storia di un cantautore urban rubato all’NBA

di Egle Damini

Se gli chiedi chi è ti risponde con una precisazione: “Posso dirti chi è Livio Cori adesso: un cantautore urban che viene dall’hip hop, napoletano, al suo primo disco ufficiale, che sta cercando di capire qualcosa della sua vita dopo Sanremo”. 

In effetti dal singolo con Ghemon è passata parecchia acqua sotto i ponti: il ritorno a Napoli un po’ per caso sul set della terza stagione di Gomorra, il suo pezzo inserito nella colonna sonora della serie, il primo album, l’incontro con Nino D’Angelo e la sfida del Festival di Sanremo.

Livio Cori oggi ci dice chi è (e chi non è).

Sei cresciuto a Napoli, nei quartieri spagnoli, in un periodo complesso come gli anni ’90. Che ti ricordi?
Periodo buio. Si stavano assestando alcune tra le più note bande criminali, c’era il coprifuoco e ho visto delle scene che non sarebbe il caso che dei bambini vedessero. Anzi, non sarebbe il caso che nessuno vedesse. Esperienze del genere ti segnano, cresci in fretta. La mia più grande fortuna è stata avere la mia famiglia, perché quando nasci in un posto del genere il rischio di finire male è altissimo. Tra i miei amici io sono stato quello più fortunato, ma il merito è dei miei genitori che mi hanno saputo guidare. 

Quando hai capito che volevi fare musica? 
A 14 anni ero ancora convinto che avrei fatto basket per sempre, a quel tempo giocavo a livello agonistico in una squadra di Napoli e volevo arrivare all’NBA.

 

Ero fissato con gli Stati Uniti e mio padre mi regalò un album di Jay-Z. O meglio se lo regalò da solo e poi lo fece ascoltare anche a me. Da lì è nata la mia passione per l’hip hop.

 

Poi ho scoperto la cultura hip hop napoletana sviluppatasi soprattutto negli anni ’90, quando ero ancora un po’ troppo piccolo. Mi sono avvicinato a questo mondo nei primi anni 2000 in un periodo in cui non era ancora così mainstream, quando dovevi andartele a cercare le cose, è stato un periodo di continua ricerca e scoperta. Alla fine ho cominciato anche io a scrivere delle cose un po’ per ridere, un po’ per scherzare con degli amici e poi piano piano mi sono reso conto che mi piaceva e ho cominciato a farlo seriamente. Da lì mille cose…

Ora che cosa ascolti?
Passo il 90% della mia giornata con le cuffie nelle orecchie, se ti aprissi la mia playlist di Spotify troveresti da Nino D’Angelo a Čajkovskij e in mezzo il mondo. Io vengo dall’hip hop, dalla musica urban e da tutte le sue diramazioni ma poi spazio dai Pink Floyd ai Beatles. Sono molto legato al passato di tutti i generi, amo il blues e mi piace moltissimo il jazz. Per tre anni ho studiato armonia e canto in una scuola jazz e lì ho imparato tanto. Penso che se fai musica ne devi anche ascoltare tanta e lasciarti influenzare, poi tra tutto riconosci quello che più ti appartiene e lo fai tuo. 

 

Livio Cori intervista

Livio Cori © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Parliamo allora di quello che hai fatto tuo: Montecalvario è il tuo primo album
Montecalvario è il nome del mio quartiere, dove sono cresciuto. L’ho chiamato così perché per me si è trattato di un ritorno a casa. Dopo una vita lì sono stato per un anno a Milano, era il 2016 e per la prima volta mi sono allontanato da casa per un periodo di tempo piuttosto lungo. Mentre ero qui a Milano ricevetti la chiamata per un provino. Era la produzione di Gomorra. Mi contattarono per un ruolo nella terza stagione della serie, accettai subito perché amo buttarmi e sperimentare nonostante non avessi mai recitato in vita mia. Così tornai a casa per 6 mesi, il tempo delle riprese.

 

In quell’occasione ho rivisto la mia città in un’ottica completamente diversa perché solo quando ti allontani riesci a vedere determinate cose, un po’ di distacco ci vuole.

 

Questa esperienza ha innescato in me varie sensazioni che mi hanno prima portato a comporre il singolo Surdat e da lì, piano piano, tutto l’album. Era il 2017 e non avevo un progetto specifico, poi ho firmato con l’etichetta Sugar che mi ha supportato in questo progetto, spingendomi proprio a scrivere in napoletano, volevano che fosse il più genuino possibile. La genesi poi è stata un po’ lunga. Quando nel 2018 ho voluto Nino a duettare con me e ho deciso di partecipare al Festival, la canzone che abbiamo portato (Un’ altra luce, ndr) non poteva essere inserita nell’album perché a Sanremo devono essere presentati solo inediti, quindi ho posticipato l’uscita a febbraio 2019. 

 

Ma quindi sei tu che hai contattato Nino D’Angelo?
Certo. Per noi napoletani è un’icona, lo vedi come una cosa inarrivabile. Un’altra luce lo avevo scritto per me, ma con la discografica pensavamo a come poterlo arricchire, magari con un featuring, così sono partiti un po’ di nomi e mentre facevamo il brainstorming, quasi per scherzare, ho detto: “Lo vorrei fare con Nino D’Angelo”. 

 

Lui ti conosceva?
Assolutamente no e solitamente non si presta a fare le cose con nessuno. Abbiamo contattato prima Caterina Caselli, che è la discografica, che mi fa: “Io ti posso mettere davanti a lui, ma poi devi giocartela tu”. Così siamo andati a cena solo noi due, è stata una nottata lunghissima, ma ci siamo trovati subito. L’ho convinto con la musica, ha notato una somiglianza tra noi, da lì siamo diventati amici e a Sanremo eravamo come Totò e Peppino. Adesso è un anno di fidanzamento (ride).

 

Livio Cori intervista

Livio Cori © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Qual è il tuo posto del cuore a Napoli?
A parte casa mia… oddio non lo so, mi piace tutto.

Provaci, dai
No, impossibile sceglierne uno. Te ne posso dire tre: Lungomare Mergellina, la Gaiola – dove vado sempre in kayak – ma quello a cui sono più affezionato è via dei Tribunali, dove c’è Sorbillo per intenderci. Ecco, quando cammino lì mi rendo conto che è un posto magico, c’è nato pure Pino Daniele. 

Napoli non ti è mai stata stretta?
Sì, certo. Spesso nei momenti di devasto mi sono detto: “Adesso scappo, me ne vado”. Ma io venivo dal niente. Non è che si può facilmente prendere e andare, o meglio lo puoi fare però devi considerare anche chi lasci a casa… avrei dovuto tenere conto di tante situazioni che mi sarei lasciato alle spalle. Poi di base c’è l’amore enorme che provo per Napoli. Restare significava non lasciare sola né mia madre, né la mia città, che poi è un po’ la stessa cosa.

 

Per me Napoli è come una mamma. Certo, arrivi a un punto in cui ti rendi conto che devi per forza mollare un attimo, andare a prenderti qualcosa e riportarlo a casa.

 

Io l’ho fatto solo nel 2016, quando Tutta la notte il singolo con Ghemon era andato bene mi sono detto: “Dai ci provo” e dopo anni che dicevo: “Lo faccio, lo faccio, lo faccio…” l’ho fatto davvero. Per un anno ho dormito sui divani, ho fatto couchsurfing un po’ ovunque ed è stata un’esperienza che mi ha traumatizzato. Sono arrivato qui senza niente, senza certezze affettive, ma mi sono lanciato. 

 

Livio Cori intervista

Livio Cori © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Il napoletano non è un dialetto, è una lingua e tu hai deciso di parlarla nelle tue canzoni: perché?
È stata proprio una necessità. Montecalvario è un album che racconta del mio ritorno a casa, per forza dovevo parlare come si parla nei vicoli di casa mia. Poi il napoletano ha una poetica particolare, una melodia che musicalmente agevola molto la composizione. La musica nasce per suscitare qualcosa e per comunicare. Ti deve prima prendere, indipendentemente da quello che capisci. L’approfondimento è importante, ma viene dopo. Ecco perché nel disco fisico ho inserito tutte le traduzioni italiane dei testi in napoletano, ci tengo molto che vengano recepiti e così ho facilitato la ricerca. Una cosa che ha sempre penalizzato Nino è proprio questa: non è mai stato capito a pieno proprio perché c’era il limite della lingua. 

E non temevi che anche per te potesse andare così?
Certo. Quando ho cominciato la musica napoletana non era vista benissimo, in pratica c’era solo il neomelodico ma io volevo arrivare a più gente possibile e allora ho scelto l’italiano.

 

Quando poi sono diventato più sicuro di me e quando comporre testi è diventato qualcosa che riguardava solo me la musica, ho abbandonato tutti i ragionamenti di mercato concentrandomi su quello che io volevo fare.

 

Quindi quando ho ripreso il napoletano non mi preoccupava il fatto di avere una cerchia limitata di ascoltatori, anche perché di fatto è così. Se avessi voluto vincere Sanremo avrei portato un altro pezzo.

 

Ma a me non interessa il Disco di Platino, a me interessa fare un disco che arrivi alle persone. Se una cosa emoziona si espande, magari non subito, ma si espande.  

 

E tu ce l’hai fatta
L’altro giorno ero in uno store a Roma e la gente mi faceva domande sui testi: “Cosa dici in questo punto”, “Dov’è questo posto a Napoli”, Non capisco il senso ma mi piace tantissimo…”. È ancora surreale per me che la gente in altre parti d’Italia si interessi e si appassioni alla mia lingua, anche senza capire una sola parola, ma mi fa un immenso piacere. Anche se poi sento delle cose assurde.

Espressioni napoletane dette in romano o milanese?
Esattamente, a volte non capisco, hanno un accento incredibile e io rido tantissimo. Ma mi fa piacere! L’altro giorno ho visto una ragazza romana che si è tatuata una mia frase in napoletano sul costato. Assurdo per me. Sto cercando ancora di realizzare questa cosa, ma mi fa piacere che arrivi quello che sono e quello che voglio dire. 

 

Livio Cori intervista

Livio Cori © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

E Napoli ne giova di questa generale riscoperta?
Molto. Napoli, come poi l’Italia, nel tempo ha perso il posto che merita. È sempre stato un polo fondamentale per la cultura ed è un peccato che nel tempo questa cosa si sia dimenticata. Sono molto legato alla tradizione che ha reso possibile quello che ascoltiamo adesso. Oggi Napoli sta vivendo un “nuovo rinascimento” che potrebbe evolversi ancora di più. Poi bisogna stare attenti, perché quando le cose diventano di moda rischiano di passare. Io però sto cercando di fare qualcosa che resti, che permetta di dire: “Napoli esiste“. Come Milano e Roma anche Napoli si deve sedere a tavola quando si parla di musica e di cultura. 

 

Tornando a Gomorra, com’è stato recitare su un set che però è casa tua?
Non stavo recitando.

 

Molti di noi sono stati scelti proprio per la provenienza e perché, di fatto, non dovevano recitare. Per rendere le scene davvero realistiche noi affiancavamo dei professionisti, i veri attori, che hanno davvero fatto un ottimo lavoro.

Cosa ne pensi delle polemiche che spesso suscitano i film sulla mafia o la camorra perché visti come diseducativi?
Il tutto sta nell’educazione secondo me. Si tratta di racconti inventati di qualcosa che esiste, che è lì, la trama funziona e piace proprio per questo. Se la polemica è rivolta al fatto che sia un programma diseducativo quello è un problema dei genitori: Gomorra è vietato ai minori. Quindi dipende da cosa gli adulti permettono ai figli di guardare, e questo discorso è lo stesso che si può fare con i porno, con gli horror e con i film crime.

 

Insomma Gomorra è, a livello cinematografico, un’eccellenza che ci stanno riconoscendo in tutto il mondo e che riporta noi italiani in una posizione di che non vedevamo da anni, perché frenarci da soli con polemiche inutili?  

 

A questo punto vorrei farti una domanda, ma non te la farò perché tanto mi diresti la verità: cosa ne pensi del progetto di Liberato?
Mi collego a quello che ti dicevo prima. Fa parte di quei progetti che fanno bene a Napoli. Poi l’anonimato ha creato una forte attenzione verso di lui e verso la città, quindi è positivo. Io supporto il progetto, mi piace quello che fa e… non so più che dirti.

Lo so che era inutile fartela…
No, non  ho problemi a rispondere a questa domanda, ma sono due anni che va avanti. Hanno tirato in ballo addirittura studi di foniatri che hanno confrontato le nostre voci. Poi con Sanremo figurati… la cosa si è ampliata ed è normale che si riporti alla luce questo gossip, fa notizia. Guarda ti rispondo io anche se non me lo hai chiesto: non sono Liberato. 

Cosa ne pensi della proposta di legge della Lega di trasmettere alla radio una canzone italiana ogni tre?
Premetto di non aver alcuna simpatia per la Lega, come si potrà immaginare, nonostante voglia supportare la musica italiana. Tra tutte le cose dette da Salvini e dagli altri questa ci potrebbe anche stare, ma il punto è un altro. Io penso che i problemi che si deve porre la Lega siano ben diversi da quello che passa alla radio.

 

Livio Cori intervista

Livio Cori © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Siamo in un periodo storico delicato, si spara a zero, si dicono un sacco di cazzate senza il minimo di filtro e diventa tutto possibile e tutto legale. Nel complesso stiamo andando verso un orizzonte che non è certo roseo e quindi credo che sarebbe il caso che si concentrassero più sugli argomenti davvero scottanti. 

È un tema che ti tocca molto?
Assolutamente sì, sono uno che si espone e non ha paura di dire la sua. Forse a Sanremo mi sono trattenuto un po’ perché Nino stesso mi diceva: “Tu pensa alla musica, penso io alla politica”, ma io ho detto subito: “Ragazzi, quando finisce non è che posso stare zitto”.

 

Se mi chiedono un’opinione io la dico e cerco di far valere quello che per me è giusto. Lo faccio sia rispondendo alle domande che con i miei testi.

 

Nell’album, ad esempio, c’è un pezzo che si intitola A casa mia. Nel brano spiego a una ragazza, che non c’è mai stata, com’è Napoli e parlo del fatto che noi in Italia facciamo tanto i razzisti, ci lamentiamo di quelli che vengono qui e ci rubano i posti di lavoro ma ci dimentichiamo che anche noi siamo stati così. Noi napoletani, ma gli italiani in generale, in un certo periodo storico abbiamo dovuto emigrare per cercare fortuna, esattamente come stanno facendo adesso alcuni popoli: non siamo poi così diversi. Smettiamola di essere ipocriti.

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