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Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso raccontano la “pacchia” dei migranti con il graphic journalism. Li abbiamo incontrati.

di Valentina Ecca

Raccontare il dramma dell’immigrazione clandestina, delle baraccopoli abusive e del modello Riace con il graphic journalism. È la specialità di Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso: dalla vita sulla motonave Aquarius, raccontata in Salvezza (2017) a oggi, con Cronaca da Riace, sempre per Feltrinelli Comics. 

Nelle mani di Rizzo e Bonaccorso il fumetto diventa uno strumento di racconto e di inchiesta che avvicina e rende leggibile a un pubblico nuovo fenomeni complessi: i due si infilano nella matassa giudiziaria di Mimmo Lucano, si fanno strada nel girone dantesco della baraccopoli abusiva di San Ferdinando, poco distante Rosarno, e si indignano quando Matteo Salvini definisce l’Italia un villaggio vacanze per i migranti.

Il tutto per raccontare – si augurano soprattutto ai più giovani – la storia di uomini, donne e bambini costretti nel limbo di un futuro incerto. Li abbiamo incontrati per farci raccontare cosa hanno visto nella regione col più alto tasso di disoccupazione in Europa: la Calabria.

Avete incontrato Mimmo Lucano prima che potesse tornare a Riace: com’è andata?
M:
Ci sono state delle cose strane, così come era strano il fatto che lui avesse il divieto di dimora a Riace. È una misura un po’ esagerata che sembra quasi medievale, una forma di esilio. Considerato pure che non essendo lui più sindaco non poteva reiterare il fatto quindi non si capisce perché. Noi lo abbiamo incontrato nella casa che degli amici gli avevano messo a disposizione, abbiamo fatto un’intervista in cucina, in una casa spoglia dove lui non sapeva quanti mesi sarebbe stato. Alla fine è stato lì più o meno un anno. Era visibilmente depresso e afflitto, era anche stanco di mettersi a nudo continuamente.

 

L: È una situazione abbastanza triste, la tristezza soprattutto di uno che sa di aver fatto quello che gli dettava la sua coscienza.

 

Io ho visto un paese che era morto, che si era ripopolato e questa esperienza è stata interrotta. Invece la baraccopoli abusiva di San Ferdinando, che è un inferno, veniva mantenuta.

 

marco rizzo lelio bonaccorso migranti casa nostra

Marco Rizzo © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Ecco, parliamo di San Ferdinando, come la descrivereste?
L: Noi abbiamo avuto difficoltà a entrarci, abbiamo trovato un clima di disperazione e di rabbia. Pensavano che fossimo gli ennesimi andati lì a fare una passerella. Ci hanno detto di essere stati presi in giro. Si vive in una condizione dove non c’è acqua, non c’è luce, non ci sono servizi igienici, la gente vive nelle baracche di plastica e di lamiera, muoiono bruciati solo per potersi riscaldare.

 

C’è il racket della prostituzione, dell’acqua calda addirittura. Nella tendopoli del Ministero che è accanto, non c’è neanche quella. Farsi una doccia con l’acqua fredda a gennaio e vivere lì da anni non è un “luna park” o un “villaggio turistico”.

 

M: Rientra nel solito discorso della narrazione dei tempi. Si possono chiamare le navi di soccorso, “navi da crociera”. Puoi chiamare le baraccopoli “villaggio turistico”, puoi chiamare la vita in un centro d’accoglienza “pacchia” e a mano a mano che ripeti degli slogan semplici insinui anche nel più diffidente il dubbio che stai dicendo sul serio. Però è un dato di fatto che là la gente vive in mezzo al fango per raccogliere le arance che noi mettiamo sulla nostra tavola. Come ci ha detto un ragazzo ivoriano che lì stato la nostra guida, gli italiani non sono razzisti quando devono mangiare la frutta. Non gli fa schifo la pelle di chi ha toccato quelle arance. Il paradosso è che pure se l’hanno smantellata, San Ferdinando, sanno tutti che verrà rimontata appena ricomincia la raccolta delle arance.

I calabresi che vivono vicino alla baraccopoli che ne pensano, come se la vivono?
M: Quella baraccopoli è un po’ isolata perché sta nella zona industriale. Molti si lamentano perché li incrociano nelle biciclette al buio quando la mattina vanno a lavorare o tornano la sera dai campi.

 

A Riace abbiamo incontrato gente che non era contenta che diceva: “Non servono i negri. Per fare i soldi ci vuole il turismo”. 

 

I migranti sono l’alibi perfetto per chi fa politica oggi. Non si possono difendere, non hanno voce nei talk show dove si parla di loro, non votano, quindi la loro opinione non interessa ai fini della propaganda elettorale.

Nel 1979 il transatlantico Andrea Doria andò a salvare i profughi in fuga dal Vietnam. Oggi su Facebook Matteo Salvini, dove vengono ha quasi quattro milioni di seguaci. Siamo diventati un popolo cattivo?
L: Ho letto un articolo in cui si parlava dell’incontro fra Marine Le Pen e Salvini, loro dissero apertamente: “abbiamo preso i temi che la sinistra non usa più e li stiamo riutilizzando noi”.

 

La sinistra ha lasciato campo libero se vogliamo dirla tutta, a quelle tematiche che appartenevano alla classe operaia. Infatti oggi chi vota Lega è quel tipo di elettore. È facilissimo plasmare quell’elettorato che è in cerca di un riferimento, dirgli che se stanno male è colpa della globalizzazione selvaggia.

 

Cambia completamente la percezione, quello che era una vittima diventa un mostro, uno che ti porta malattie. Siamo stati a Lecce in un liceo dove una professoressa di scienze ci disse che i migranti portavano la meningite nelle magliette. Siamo arrivati a questo.

 

Dobbiamo ragionare rispetto al futuro, si prevedono duecento milioni di persone che entro il 2050 saranno in giro.

 

Una volta la gente l’aiutavi, oggi vedi un bambino morto in una fotografia e dici: “uno in meno”. Non è che siamo più cattivi, tra l’altro c’è una grossa fetta di pubblico che è rimasta a guardare perché si è persa quella che è l’azione sociale. Oggi credo che la gente voglia riscattarsi da tutto questo. Questo momento oscuro che stiamo vivendo potrebbe essere propulsore di una reazione civilizzatrice, anche perché sennò ci autodistruggeremo.

 

marco rizzo lelio bonaccorso migranti casa nostra

Lelio Bonaccorso © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

M: Non siamo diventati più cattivi, c’è più libertà nel dire certe cose. Da un lato c’è un indirizzamento organizzato verso la barbarie che è alimentato con dei bot e coi profili falsi. Dall’altro c’è un inasprimento dei toni che non ha inventato Salvini, l’ha inventato Berlusconi quando diceva che i magistrati andavano ricoverati, l’ha esasperato Grillo quando andava in piazza a gridare vaffanculo contro la casta. Salvini l’ha ereditato e l’ha amplificato sui nuovi media. Sempre meno gente legge i giornali e guarda la tv. Il principale organo d’informazione ce l’abbiamo nella tasca, lo guardiamo più o meno ogni tre minuti. Siamo tartassati da notizie e slogan.

 

Chi diventa organo d’informazione come la pagina Facebook di Salvini che ha molti più like di un giornale di medie dimensioni, fa informazione. Non si attiene alle regole giornalistiche e non pubblica le smentite, ma detta l’agenda politica del giorno. Chi magari un tempo aveva paura di dire: “dovrebbero affondarli tutti”. Avendolo sentito dire perfino da un ministro della Repubblica non si fa scrupoli.

 

Chi è che dovrebbe rispondere?
L: Dal mio punto di vista dovrebbero essere gli intellettuali, ma non siamo coesi. Tutta quella parte che è la sinistra italiana invece che perdersi in chiacchiere e in diatribe interne perché non si organizza seriamente? D’altronde la Lega ha speso 25 mila euro di promozione, non milioni di euro. A volte ho l’impressione che si voglia lasciar fare.

 

M: Quello che facciamo coi fumetti è una buona risposta a questo. Nel nostro piccolo facciamo qualcosa che è il contrario del canale all news che bombarda di notizie senza verificare. Ci prendiamo del tempo a costo di uscire quando cade il governo (ride, NdR). Ragioniamo e disegniamo, che è una cosa che richiede tempo.

 

Offriamo uno strumento di contro informazione. Lo abbiamo fatto con Salvezza, lo stiamo facendo con …A casa nostra. Cronaca da Riace. Proviamo a fare la nostra parte con lo strumento che c’è più affine, sfruttando il luogo comune che i fumetti sono roba per bambini veniamo invitati nelle scuole a palla. 

 

marco rizzo lelio bonaccorso migranti casa nostra

Lelio Bonaccorso © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Chi sperate che legga il vostro fumetto?
M: Io spero che lo legga qualcuno che su Riace pensa l’opposto, perché lì può trovare delle testimonianze. Con Salvezza molta gente mi ha detto che l’ha regalato a persone che poi hanno cambiato opinione. Spero che lo stesso accada con questo. È più complicato perché con Salvezza il dilemma era: “Soccorreresti qualcuno che sta affogando?”, anche il più cattivo ti direbbe di sì.

 

Qua la cosa è: “Ti metteresti dietro casa tua un centro accoglienza?”. È chiaro che è più complicato da accettare, noi offriamo dei dati e degli strumenti per capire. Ognuno ne fa quello che vuole. 

 

marco rizzo lelio bonaccorso migranti casa nostra

Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Il vostro libro lo leggerà chi già la pensa come voi: come si fa ad arrivare agli altri?
M: Nelle scuole, lì becchi tutti. Magari il ragazzino lo porta in una casa dove un libro non è mai entrato, men che meno un libro sui migranti a fumetti. Noi sfruttiamo molto le scuole come cavallo di Troia. Dobbiamo uscire dalle nostre librerie.
L: C’è una zona grigia di gente che non ha idea, che vuole capire. Non è gente di destra o di sinistra, è gente che non sa.
M: A Lecce c’era questa ragazza in una scuola che ci guardava strano e a un certo punto ci fa: “Ma se sul barcone ci sono degli stupratori e degli assassini perché li devo soccorrere?”. Io sono rimasto scioccato. 

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