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Indisciplinata, sempre

I modelli femminili, la sincerità nello scrivere e la mancanza di disciplina: raccontati da Letizia Cesarini, in arte Maria Antonietta

di Chiara Monateri

Cosa vuol dire diventare adulti, i modelli femminili, la sincerità nello scrivere e la mancanza di disciplina: raccontati da Maria Antonietta

Piccola e leggera, ma con una personalità importante. Letizia Cesarini, in arte Maria Antonietta, in giorni gelidi a Milano è venuta a discutere della sua vita e delle sue canzoni, che nell’arco di soli tre album l’hanno portata sul palco del Primo Maggio.

Impegnata nel tour invernale che a gennaio arriverà prima di concludersi anche a Milano e a Roma, focalizzata, decisa, lontana dalla bambina timida che dice di essere stata, racconta dell’amore per le poetesse come Emily Dickinson e Marina Tsvetaeva, di cui recita i versi durante i live della band.

Abbiamo discusso del ruolo delle autrici nella musica italiana, dell’importanza della sincerità nella scrittura e di come, dopo l’ultimo album Deluderti, che segna un rinnovamento nella sua composizione, lei si senta ancora indisciplinata.

Il tuo ultimo album Deluderti è impreziosito dalle suggestioni poetiche di Emily Dickinson e Alda Merini: ci sono altri personaggi femminili che ti hanno ispirato?
Una figura che mi ha ispirato molto anche per la parte compositiva è Lana Del Rey: è un’artista molto curiosa perché riesce ad unire una parte più pop con tutta una serie di livelli, incluso quello testuale, molto più profondi rispetto a quello che appare al primo sguardo.

 

La vera sfida del fare pop è quella di riuscire a essere semplice e al tempo stesso di non tradire la profondità di ciò che t’ispira.

 

Non tradire te stesso, non tradire le tue letture, ciò che ami, anche se è complesso o difficile o magari poco conosciuto. L’obiettivo è di fare qualcosa di semplice, e difficile al tempo stesso.

Lana Del Rey ha anche un immaginario fortissimo
Il suo immaginario infatti mi piace molto, da un certo punto di vista può sembrare artificioso, però penso che sia anche al tempo stesso naturale, non lo si percepisce mai come una forzatura. L’intelligenza sta anche lì: nel cercare nel far fiorire, nell’esplicitare, quello che sei.

 

maria antonietta intervista

Maria Antonietta © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

E lo puoi fare in tanti modi: la tua forza sta nel trovare quello giusto. Quello che mi ha colpito di Lana Del Rey è che sotto una superficie che arriva a tutti in realtà ci sono una profondità e una scrittura notevoli.

Guardi a molti modelli al femminile, da Maria Antonietta a Giovanna d’Arco e alle sante, a poetesse leggendarie come Sylvia Plath
Sono sempre stata molto curiosa riguardo a tutte queste figure femminili dotate di una volontà di ferro: mi affascinava perché io ero una ragazzina timidissima, e vedere delle ragazze che non si fermavano davanti a niente mi attraeva profondamente. Forse la prima tra tutte è Giovanna d’Arco: quando avevo 15 anni mio padre mi regalò un libro con tutta la sua storia.

A partire dal titolo dell’album parli spesso di “delusione”
Ho scelto Deluderti come titolo per il disco perché il concetto è un po’ il fulcro attorno al quale ruotano tutte le canzoni: ci si sente “adulti” quando ci si permette il lusso di deludere le aspettative degli altri, anche le proprie, che molto spesso sono poco realistiche e la loro realizzazione non coincide quasi mai con la vera felicità. Quindi volevo rivalutare l’idea di delusione come un momento estrememente costruttivo, di libertà, perché quando io non sento di doverti compiacere, allora forse riesco a rendere più facilmente giustizia a me stessa.

 

maria antonietta intervista

Maria Antonietta © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Ovviamente non è cosa semplice, è una tensione, perché tutti siamo condizionati dalle aspettative degli altri e vogliosi di soddisfarle per essere amati. Mi sono resa conto però di come poi nelle relazioni io sia sempre dovuta passare attraverso delle piccole, medie o grandi delusioni, ed è solo se riesci a superare quel momento che in qualche modo fai diventare quella relazione più vera e più forte, perché è riuscita a superare indenne un momento di frizione. Ma se non ci passi attraverso resta tutto più in superficie, e a me non piace restare in superficie.

Un anno fa ti eri imposta di scrivere una poesia al giorno. Lo fai ancora?
Per ora ho smesso perché ho accumulato un monte di cose su cui lavorare e se poi sono troppe perdi il focus, però ho cercato di tenere fede alla promessa per un po’ di mesi ed è stato un esperimento molto interessante, perché ricollegandomi a quello che ti dicevo prima sulla disciplina, molto spesso si ha l’idea che l’artista lavori sempre sulla scia di una spinta emotiva, di un’ispirazione improvvisa, che sono componenti fondamentali ma non uniche. Ci si dimentica che l’arte si basa su un lavoro, su una disciplina, su una dedizione e su del tempo dedicato. 

 

maria antonietta intervista

Maria Antonietta © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Ti sei chiamata Maria Antonietta, una che era al momento sbagliato nel posto sbagliato: ti senti ancora così?
Questa è una domanda molto difficile a cui rispondere perché dipende molto dai giorni [ride]. Diciamo che da un po’ di tempo a questa parte mi sento in modo abbastanza opposto a questo stato: mi sento molto bene e quindi mi sento, nel complesso, nel posto giusto nel mondo, e soprattutto con le persone giuste vicino, che è la cosa più importante.

 

D’altro canto, quel mio sentirmi un po’ disadattata, aliena, che è la cosa che mi ha fatto muovere per trovare un senso, resta: magari non mi appartiene più così quotidianamente però rimane.

 

In Stomaco dici “meglio essere fraintesi”. Su cosa invece tu non vuoi essere fraintesa?
Sicuramente un aspetto sul quale non vorrei essere fraintesa è la ragione per la quale scrivo canzoni, la cui priorità è una ricerca: interiore, spirituale in senso lato, artistica. In questa non c’è strategia, se non quella di arrivare ad una soluzione artistica, personale ed esistenziale. È solo questo il movente della mia ricerca, il perché faccio tutto questo: lo faccio perché voglio ricercare, e voglio essere felice facendolo.

Il tuo primo album era vicino al suono delle Hole e PJ Harvey mentre l’ultimo è più pop, tra cantautorato italiano e girlband anni ‘60: mi racconti cosa è successo in questi quattro anni?
Mi piace pensare come dici tu a questo disco come un disco aperto, perché effettivamente descrive bene anche come io sia cambiata negli anni. All’inizio, soprattutto quando non ti senti del tutto a tuo agio con te stesso e hai delle difficoltà, effettivamente tendi a chiuderti. Quando stai male esiste solo il tuo male e basta e tutto il resto è sullo sfondo, mentre in realtà quando riesci ad emanciparti da questo tipo di chiusura ti rendi conto di molte cose.

 

maria antonietta intervista

Maria Antonietta © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Ad ascoltarlo sembra che tu voglia muoverti più liberamente
Sì, c’è un’urgenza che magari è declinata in un’altra maniera, con più distacco, e devo dirti che io lo vivo come un grandissimo traguardo appunto, proprio a livello umano [ride]: poi ovviamente le difficoltà continuano a esserci per tutti, ma alla fine sta a te cercare di gestirle in maniera meno distruttiva possibile.

Questo è stato l’anno del boom dell’indie italiano, che ormai è pop. Perché secondo te non ci sono cantautrici femminili nel panorama contemporaneo?
In Italia c’è una tradizione molto debole di autrici, c’è più una tradizione di interpreti al femminile. Ovviamente ci sono state delle grandi autrici e cantautrici, però sono sempre state abbastanza nell’ombra.

 

Penso che in questo lavoro un punto d’inizio possa essere che tu vedi un’altra donna che lo fa: banalmente ti serve un modello, una guida anche distante.

 

Io ho cominciato a scrivere le canzoni perché ho conosciuto tutto quel movimento delle Riot grrrls americane: Courtney Love, Kathleen Hanna, figure femminili forti che si esprimevano attraverso la loro musica senza filtri, senza censura, con un approccio che a me ispirava molto. In quel momento in Italia amavo molto Carmen Consoli, però c’erano meno modelli a cui potevo attingere per farli miei ed iniziare questo percorso. Quindi c’è anche un po’ di carenza di riferimenti forti del passato e di una tradizione solida. Questo sicuramente non rende le cose facili.

Cosa deve fare una donna che fa musica nel 2018 in Italia per non essere ridotta a “una linea di contorno”?
Penso che occorra mantenersi curiose, aperte e occorra cercare di non tradire sé stesse in quello che si fa per compiacere a tutti i costi l’aspettativa di qualcun altro. Consiglierei di pensare meno alle aspettative degli altri e cercare di realizzare appieno il proprio desiderio.

 

maria antonietta intervista

Maria Antonietta © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Ho notato che ci sono tante donne scomode a cui ti rivolgi in Deluderti: chi sono?
… Questo è un segreto professionale! [ride]. 

È interessante sentire una voce di donna che discute con altre figure femminili e non si rivolge più come vuole la maggior parte della tradizione a figure maschili
Esattamente, questo è spesso un po’ il rischio del femminismo, per come a volte viene declinato: di finire sempre nei medesimi schemi. Per me il femminismo è uno slancio alla comprensione, e nella comprensione non ci deve essere giudizio, polarità, ma uno slancio, un andare incontro, non una tensione alla divisione.

 

Però spesso c’è questo super-stereotipo che se sei una femminista da un certo punto di vista odi gli uomini e comunque hai tu stessa un pregiudizio, e se non li odi spesso hai comunque un pregiudizio.

 

Però così alla fine diventi tu stessa schiava del pregiudizio di cui non vorresti essere oggetto. Quindi io cerco di essere equilibrata anche da questo punto di vista: le mie invettive sono sincere e sono riservate a uomini e donne, con quote paritarie! [ride].

Riguardo all’ascolto musicale, adesso si tende a restare in superficie: ad ascoltare singoli pezzi, a non entrare più nelle dinamiche del concept e dell’ascolto degli album. Ci sono invece dei dischi che tu hai ascoltato per intero in questo periodo?
È vero, ora i brani vengono concepiti come delle singole entità, è più comodo e immediato. Ovviamente da un altro punto di vista perdi un altro tipo di discorso, magari più complesso, che lega i brani di un disco tra loro. Una volta c’era un approccio diverso, anche se poi è sempre esistito il concetto molto forte di singolo.

Sembra che oggi tutto sia finalizzato solo al “prodotto” finale
Già: quando invece ascolti un vinile, non ti alzi a spostare la puntina al brano successivo, è rarissimo che tu lo faccia, e quindi quando hai dei dischi, anche complessi, loro vanno: e poi ti affezioni, e poi lo riascolti, perché hai avuto questa difficoltà di non poter skippare che poi in realtà ti premia.

 

È proprio un altro tipo di ascolto: maneggiare un oggetto fisico come un disco ti porta ad avere molto più chiara la dinamica.

 

Come vivi la dimensione dei live?
Mi piace moltissimo: relazionarti con le persone al di fuori della tua casa e del tuo studio è sempre molto liberatorio. Percepire che stai facendo una cosa che non è solo autoreferenziale ma che diventa un’esperienza condivisa è quello che mi piace davvero. 

Oltre a esibirti come Maria Antonietta stai anche portando avanti Le imperdonabili, il tuo progetto di poesia
L’esperienza del reading è individuale: leggo e musico queste poesie. È una dimensione che spezza quella più tradizionale del concerto, però anche questa mi piace molto. Racconto qualcosa sulle autrici e poi musico le poesie con un piccolo synth, ed è una dimensione molto intima ma anche un esperimento curioso: sono contenta di aver portato in giro tutta quella poesia che mi ha accompagnato per tutti questi anni e mi sdebito un po’ con queste grandi autrici anche perché alcune di loro sono poco note.

 

maria antonietta intervista

Maria Antonietta © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Ti rendi conto di come la poesia venga spessissimo considerata qualcosa di noioso, polveroso, lontanissimo: invece è super attuale e ti riguarda, ti parla tantissimo nel profondo.

Metti un po’ dello spettacolo di poesia nei tuoi live?
Sì, dentro al concerto ci sono tre poesie, due di Emily Dickinson e una di Marina Tsvetaeva che recito sopra delle parti strumentali che stanno tra i brani: ho voluto inserire a tutti i costi una piccola suggestione.

Ok, ora  basta con la cultura: hai dei guilty pleasure?
Amo tantissimo le Spice Girls… ma anche loro forse essendo passate alla storia sono ormai cultura!

Cosa c’è nel futuro?
Nel futuro c’è una nuova casa a Senigallia dove mi trasferirò il prossimo anno: cambio di scenario. È ancora in costruzione, ma la prenderò in affitto: non la comprerei comunque perché non mi piacciono le abitudini.

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