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Al tuo fianco

La transessualità vista con gli occhi di una mamma: l’intervista a Mariella Fanfarillo.

di Alessia Arcolaci

“Mamma, tu hai capito che io sono donna, vero?” Mariella Fanfarillo sì lo sapeva, anzi lo aveva sempre saputo. Ma quel giorno, quando ha sentito sua figlia pronunciare quelle parole ha capito che stava iniziando un nuovo corso di vita per entrambe. “La mia reazione è stata ambivalente” ci racconta al telefono, oggi che sono trascorsi quattro anni da quel pomeriggio in automobile e tutte le sue sensazioni Mariella le ha pubblicate nel libro Senza rosa né celeste. Diario di una madre sulla transessualità della figlia.

 

“Da una parte desideravo che lei mi dicesse quelle parole, uscisse allo scoperto e cominciasse a vivere, dall’altra parte sono parole che sono un po’ come un cazzotto allo stomaco. Mi spaventava l’approccio con questa società, mi sono fatta il film in un attimo di una vita in salita, perché soprattutto qui in Italia, non è facile”.

 

Ed è esattamente così, per rendersene conto basta sapere che in Italia non esiste una vera e propria stima che riguardi le persone transessuali. Per colmare questo vuoto, l’Azienda Ospedaliera Universitaria Careggi dell’Università di Firenze in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità e la fondazione The Bridge e con il supporto dell’Osservatorio Nazionale sull’identità di genere hanno lanciato un’indagine ad hoc. 

A questo si aggiunge la mancanza di informazioni certificate che possano sostenere le persone che vogliono avviare il percorso di affermazione di genere. “Circolano, sopratutto sui social network, informazioni che non sono scientificamente corrette”, spiega Marina Pierdominici, ricercatrice dell’Istituto Superiore di Sanità. “Insieme all’Unar (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni razziali) abbiamo creato il portale infotrans.it, che è un primo importante passo per fornire informazioni che siano certificate, riguardo l’iter che chi desidera intraprendere il percorso di affermazione di genere deve affrontare. A partire dal supporto psicologico e se necessario psichiatrico, al trattamento ormonale ed eventualmente chirurgico. Ma anche per quanto riguarda la parte giuridica, la tutela in generale di tutti i diritti: dal cambio di nome, all’ambito scolastico e lavorativo”.  

 

© Ben Roberts / Panos Pictures / LUZ

 

La storia di Esther – che chiameremo così per tutelarla da un’esposizione prolungata di cui è stanca – ha un lieto fine. Ed è quello che la vede sorridere insieme a sua madre, nel camerino di un negozio di abbigliamento, mentre le dice di sentirsi brutta e lei le risponde che è una “strafiga pazzesca”. È il lieto fine che ha stabilito un giudice quando ha deciso di accogliere la richiesta di Esther tre anni fa, quando era ancora minorenne, di cambiare i propri dati anagrafici, senza essere obbligata all’intervento chirurgico. “Quel giorno non lo dimenticherò mai” racconta Mariella mentre l’emozione tradisce la sua voce. “Sono andata a ritirare la sentenza in tribunale. L’ho arrotolata, infiocchettata, mi sono fatta fare un bouquet bellissimo dal fioraio, poi sono andata a scuola da lei. Ho chiesto di poter entrare e quando lei mi ha visto con i fiori in mano ci siamo abbracciate. Le sue compagne e le professoresse gioivano insieme a lei”.

 

“È stato un momento bellissimo: lì ho capito che mia figlia esisteva”. 

 

Prima di arrivare a quel giorno Mariella e sua figlia Esther sono state sempre complici. “Ho sempre raccolto i miei pensieri, spesso negativi perché la nostra società non è pronta ad accogliere persone con delle peculiarità, che non siano eteronormati”. Non sono mancati atti di bullismo, aggressioni, problemi a scuola, anche con il personale docente. “Il momento più difficile è arrivato alle scuole medie. Una professoressa la chiamava “signorina” in tempi non sospetti ed Esther ne soffriva. L’insegnante ha capitolato di fronte alla mia intenzione di denunciarla, le ha chiesto scusa davanti a tutta la classe. Io non ne ho mai fatta passare una, sono arrivata a bloccare i ragazzini contro un muro. Avere la mamma “mastino”, come mi definisco io, l’ha aiutata ad acquisire sicurezza”. Per riuscirci Esther si è ascoltata e osservata a lungo. “Non ricordo di aver avuto un figlio maschio se non all’anagrafe. Da quando era piccolina Esther ha sempre avuto gusti prettamente femminili, se vogliamo dire così. Giocava solo con le bambole, cartoni di principesse e fate, fino all’età dell’asilo lo ha vissuto tranquillamente. I problemi sono cominciati con l’asilo perché lei si vedeva bambina però con il pisellino”.

 

© Amélie Losier / Agency Focus / LUZ

 

Mariella non ha pensato nemmeno per un secondo di abbandonare sua figlia, di lasciarla sola nel momento di maggior bisogno. Tuttavia, sono numerose le famiglie che non accettano la transessualità o omosessualità dei propri figli e li rifiutano. Secondo i dati diffusi da Arcigay, solo nell’ultimo anno sono almeno 187 i casi di omofobia o transfobia che si sono verificati nel nostro Paese. Un numero enorme a cui si aggiunge quello delle violenze celate. 

 

“Dico sempre ai genitori fate in modo che non siano i vostri figli a sentirsi sbagliati, perché non sono loro ad esserlo, è la società che sbaglia nel giudicarli”.

 

“Diciassette anni fa, non c’era internet come oggi, non si parlava di varianza di genere. Quel poco che sapevo della transessualità mi riportava a quegli stereotipi per cui la transessuale era per me quella che stava per strada, quindi era un pensiero che io rifiutavo. È stato un momento di riflessione anche per me, mi sono resa conto che tutto ciò che non conosciamo ci spaventa, bisogna fare informazione e formare le persone in modo da non considerare una realtà che non è quella vera”, continua Mariella che ha fatto della serenità di sua figlia la sua battaglia personale. A cominciare dai due convegni che ha organizzato nel piccolo paese in cui vive. “C’è stata tantissima partecipazione. Sono andata nelle scuole per parlare con i ragazzi e fare capire loro quanto sia profonda la cicatrice che ti lascia addosso una parola, quanto sia importante il linguaggio”. Scrivere un libro è stato per Mariella il modo per parlare a più persone possibili, soprattutto alle famiglie. 

 

“Durante la transizione di mia figlia ho incontrato tanti ragazzi soli e questa cosa per me era dolorosissima. È un percorso già difficile per chi ha una famiglia alle spalle, dal punto di vista burocratico e medico. Per chi è solo è insostenibile. Quello che i nostro figli ci stanno facendo è un dono, si stanno mettendo nudi davanti a noi e ci stanno rivelando la loro più intima essenza, hanno necessità che noi li supportiamo”.

 

Prima dell’accettazione c’è spesso il terrore di deludere, di non essere abbastanza. “I coming out mancati molto spesso sono dovuti proprio alla paura di ferirci, di non corrispondere alle aspettative che normalmente i genitori si fanno. I figli li mettiamo al mondo, li cresciamo, dobbiamo dare loro l’abilità di poter volare da soli. Questo pensiero mi ha aiutata molto, per me la cosa importante è che Esther sia serena”. Quattro anni dopo l’inizio del suo percorso di affermazione di genere Esther riesce a ridere davvero. Non si nasconde più. Arrivare fino qui è significato affrontare un percorso psicologico e anche medico. “Più andavamo avanti nella pubertà e più era difficile per lei. Un pomeriggio, di ritorno dal mare dov’era sempre rimasta seduta, io in macchina le chiesi se sentisse maschio o femmina. Lei mi ha risposto io mi sento “Mattia”. Lì ho capito che aveva bisogno di tempo per elaborare e trovare il coraggio di esternarlo. Le ho proposto di incontrare una psicologa perché non riusciva a dormire da sola. Con il sostegno psicologico è iniziato ufficialmente il suo percorso. Le promisi subito che nel giro di un anno le avrei consentito il riconoscimento dallo Stato come donna e almeno di poter mettere il reggiseno del costume”. Non è stato facile per niente, essendo minorenne Esther si è dovuta sottoporre a diverse perizie psicologiche e anche il tribunale inizialmente aveva respinto la richiesta di Esther. “Poi il nostro avvocato è riuscito nell’impresa”. 

 

@ Mauricio Bustamante / VISUM / LUZ

 

In Italia l’accesso ai servizi per una persona transgender è difficile.

 

“Sul portale infotrans.it abbiamo disposto una mappa dettagliata dei servizi presenti in ogni regione”, spiega Marina Pierdominici. “Purtroppo ce ne sono almeno quattro che sono del tutto scoperte e non offrono nulla alle persone transessuali. Questo è molto grave per gli utenti soprattutto in un periodo come quello attuale dove spostarsi è complesso e viaggiare è dispendioso”. Esther ha terminato il suo percorso psicologico e medico. Dovrà continuare a vita, come tutte le persone transgender, la terapia ormonale. 

“Un altro ostacolo è rappresentato infine dal fatto che in Italia la chirurgia di affermazione di genere per quanto sia coperta dal sistema sanitario nazionale, dev’essere autorizzata dal tribunale, in base a quanto stabilito dalla legge 164 del 1982, che è una legge oggi vecchia. Questo chiaramente aumenta i tempi di attesa che sono già molto lunghi ed è una procedura dispendiosa per quanto riguarda l’utente”, conclude Pierdominici sottolineando quanto sia fondamentale, ancora una volta, ricevere informazioni corrette, nonostante spesso sia difficile reperirle anche dai medici stessi. “Consiglio sempre ai genitori di rivolgersi prima di tutto alle associazioni ma sopratutto a centri che sono dedicati alla salute delle persone transgender, senza affidarsi al passaparola. Questo è fondamentale”. È quello che ha fatto Mariella per sua figlia Esther, affidandosi al Servizio di adeguamento tra identità fisica e psichica di Roma.

 

“Non mi sento di giudicare i genitori che non riescono ad accogliere, perché non è facile. Dobbiamo però capire che siamo noi genitori e come società a fare la transizione. I nostri figli sanno chi sono da sempre. Nei momenti di crollo mi chiedevo cos’avrei voluto se mi fossi trovata io, da figlia, nella sua situazione. Una mamma preoccupata dei pregiudizi o una mamma al mio fianco?”.

 

La risposta sono gli occhi bellissimi e truccati di Elisa, il suo rossetto bordeaux e il suo caschetto scuro. Le sue gambe lunghe e definite che spiccano sotto la minigonna, la sua voglia di esserci davvero. “Come tutte le adolescenti oggi si sente sempre brutta ma è un atteggiamento tipico. È bella, assomiglia a me quando ero magra ma l’altezza l’ha presa dal padre. Adesso ha un rapporto tranquillo con sé stessa, adesso è lei finalmente. Ci abbiamo messo un pochino ma ce l’abbiamo fatta”. E grazie ad Esther e Mariella, oggi, anche tutti noi, siamo un pochino più ricchi. “Lo dico sempre: la diversità è ricchezza, non toglie niente a nessuno”. 

 

Foto di copertina @ Gabriella Corrado / LUZ

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