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Tutto il colore del caos

Dalla NABA (e da Tumblr) a progettare vestiti impossibili e musei nel deserto del Qatar: storia di Mathery, il duo artistico che sa fare tutto. E se non lo sa fare, impara

di Giulia Perovich

Di New York ti innamori oppure la odi con tutto il cuore. Tra l’amore e l’odio però resta comunque un concentrato di vite, colori, culture, esperienze, stimoli come nessun’altra città al mondo, ed Erika Zorzi e Matteo Sangalli – il duo artistico Mathery – ne sono un’ottimo esempio.

Si incontrano nel 2009 alla Nuova Accademia di Belle Arti dove insieme creano il blog che darà il via alla loro carriera. Terminati gli studi in Italia sentono il bisogno di nuove idee e si trasferiscono prima in Australia e poi nel 2016 arrivano a New York. Registi? Fotografi? Designer?

Sono tutto e hanno lavorato per chiunque, compresi colossi come Ikea o Google, portando la loro estetica e il loro spirito folle e colorato, espresso anche in progetti più personali, come una incredibile collezione di vestiti impossibili da indossare.

Li incontro in una una fredda mattina a Bushwick, il quartiere degli artisti a Brooklyn. La casa di Erika e Matteo? È esattamente come la immagino, è come loro: spiritosa, colorata e accogliente.

 

Mathery intervista

Erika Zorzi e Matteo Sangalli, il duo artistico Mathery © Aldo Soligno / LUZ

 

Tutto è cominciato con un blog
E: Esatto. Alla NABA (Nuova Accademia di Belle Arti, ndr) dove le classi sono di pochi studenti, io e Matteo ci siamo scelti subito, accomunati dalla ricerca di novità. Lui veniva da una scuola di meccanica e io ero un perito aziendale, per noi il mondo dei creativi era un ambiente nuovo a differenza degli altri compagni di corso, tutti uscito dal liceo artistico. Abbiamo iniziato con il blog “01 Mathery” , e l’idea era quella di costruire in 100 giorni 100 oggetti diversi, uno al giorno. Mi rendo conto che parlare adesso di blog è una banalità, ma nel 2010 non lo era affatto. Tumblr non si conosceva ancora molto e la community di creativi era super attiva all’interno della piattaforma. Avevamo migliaia di visite al giorno.

M: Quell’idea racchiudeva inventiva, progettazione e problem solving, era per noi la prima volta che facevamo qualcosa insieme fuori dall’ambito universitario, mettendoci quindi veramente alla prova in un ambiente “non protetto”, esponendoci al giudizio del pubblico. 

L’università vi ha “accolto” in modo differente dopo?
M: Dipende! Alcuni compagni di corso ci vedevano un po’ come quelli che volevano “strafare”, in realtà avevamo autenticamente voglia e bisogno di dare sfogo alla nostra creatività. I professori hanno fatto subito il tifo per noi. Il direttore Stefano Mirti ci ha spinto tantissimo e il progetto, da digitale, si è trasformato anche in qualcosa di fisico, come la mostra, oltre a essere declinato in molti altri modi.

 

Mathery intervista

Erika Zorzi e Matteo Sangalli, il duo artistico Mathery © Aldo Soligno / LUZ

 

Nelle interviste e negli articoli siete citati come designer, creativi, registi e fotografi. Cosa siete?
M: Ci piace l’idea di non essere incasellati in una sola categoria. Anche quando questo ci rende la vita un po’ più difficile.

E: Ci ha sempre messo ansia definirci. Sopratutto quando all’inizio dovevamo farlo per proporci e farci conoscere. Non ci sentivamo forti abbastanza in nessuna delle categorie, ma ci piaceva l’idea di attingere a tante discipline per creare il nostro linguaggio. Quando siamo arrivati a New York ci siamo posti questo problema mentre cercavamo un’agenzia che ci potesse rappresentare, ma in una società settoriale come quella americana non è stato semplice. 

 

M: Diciamo che non avere una “etichetta” è un problema soprattutto all’inizio della carriera, perché è il momento in cui devi spiegare chi sei e cosa fai al tuo potenziale pubblico. Passata quella fase diventa più semplice, inizi a sviluppare progetti che parlano di te rendendo più facile far capire agli altri chi sei e cosa vuoi fare. 

 

Avete un campo della creatività che preferite?
E: La fotografia. Perché lì abbiamo il controllo di tutto. Dall’idea, alla costruzione del set, alla produzione. Quando creiamo un progetto di Mathery senza un committente specifico, ma per dare sfogo alla nostra creatività, pensiamo proprio alla fotografia. Non sempre è facile lavorare senza committente, ma quando ci riusciamo e sviluppiamo concretamente dei progetti ci piace farlo perché non dobbiamo rendere conto a nessuno se non a noi stessi.

La sfida più grande che avete affrontato?
M: Non volendo mai utilizzare sempre solo un linguaggio o una sola disciplina è stato difficile vendere progetti che non avevamo mai fatto prima. Abbiamo iniziato a lavorare in Australia progettando lo spazio dedicato ai bambini alla National Gallery of Victoria a Melbourne e adesso, ovviamente, se ci arrivano proposte di lavori in ambito museale hanno un esempio di come lavoriamo. Ora per esempio, stiamo lavorando a un progetto bellissimo: il primo children space in Qatar, costruito nel deserto, sarà pronto nel 2022.

E: Alla fine però, riusciamo sempre a trovare una sorta di “prima volta” anche in questo tipo di progetto che, apparentemente, è simile agli altri che abbiamo realizzato. Noi solitamente pensiamo al concept, ma ci occupiamo anche della produzione e realizzazione.

 

Mathery intervista

Erika Zorzi e Matteo Sangalli, il duo artistico Mathery © Aldo Soligno / LUZ

 

C’è comunque un filo conduttore che scegliete di mantenere per essere riconosciuti e distinguervi?
E: Sì, è lo humor a fare da fil rouge a tutto… Anche se non è qualcosa di studiato a tavolino. Anzi, la maggior parte delle volte anche noi lo riconosciamo solo al compimento del progetto.

M: Vero. Cerchiamo sempre di includerlo in ogni lavoro. In passato ci hanno detto anche che l’utilizzo del colore è una nostra caratteristica. Noi però lo vediamo solo come un mezzo per esprimere qualcosa, non il fine del lavoro. Sicuramente però è un altro elemento che emerge.

E: Il terzo credo sia la plasticità delle composizioni. Quando lavoriamo con i modelli, che sia regia o fotografia, tendiamo a mettere in posa i nostri soggetti.

 

È come se fossimo dei pittori di una scena reale.

 

Pensate che in futuro ci sarà una evoluzione nel vostro stile?
E: Potrebbe essere. Per esempio tendiamo ad avere sotto controllo tutto, al 100%. L’idea di mettere in posa e limitare, se non azzerare, la spontaneità dei soggetti potrebbe cambiare un po’. Se continueremo a lavorare come registi è molto probabile che prenderemo in considerazione sempre di più la spontaneità di un attore e il suo contributo. L’imprevedibilità di un modello è qualcosa che stiamo imparando a gestire e a cui ci stiamo abituando poco a poco. 

 

Europa, Asia e Stati Uniti: c’è un continente in cui vi sentite più a casa?
E: A loro modo tutti ci hanno regalato qualcosa di importante. La cultura italiana ci ha dato sopratutto lo humor, che portiamo sempre con noi. Il luogo in cui ci sentiamo forse più motivati e rispettati, in un certo senso, è l’America.

 

M: Soprattutto New York. Quando arrivi in città capisci subito che se riesci a rimanere, a lavorare e a “farcela” qui sei rispettato anche nel  resto del mondo. New York è una città difficile, competitiva e questo viene riconosciuto, per fortuna, a livello globale.  

Ritornereste in Italia?
E: Forse tra una decina di anni. 

M: Sì, vero. Difficile dirlo. Siamo molto grati a questa città, è stato il luogo in cui abbiamo potuto sperimentare e metterci in gioco diventando anche registi. In Italia non saremmo riusciti a farlo perché qui ci hanno dato fiducia senza voler vedere dei lavori fatti in precedenza nello stesso ambito, è stata una grandissima opportunità. Al tempo stesso, però, se dovessi pensare di avere un bambino lo vorrei far crescere in Italia.

Com’è stato lo “sbarco in America”?
M: Il primo anno molto difficile, i primi sei mesi sopratutto. Eravamo spaesati, non riusciamo a capire come muoverci.

Però avete tenuto duro….
E: Sì, non siamo mai restati fermi. I primi segni che qualcosa sarebbe successo prima o poi li abbiamo avuti quando siamo andati a conoscere 1St Ave, la casa di produzione. Ci eravamo trasferiti da poco e quando siamo arrivati nel loro studio non sapevamo bene perché ci trovassimo lì. Ci piacevano le cose che facevano, ma ci siamo presentati come production designer, non come registi. Dopo qualche settimana hanno iniziato a coinvolgerci su piccoli progetti ma, a sorpresa, facendoci lavorare alla regia. Questo ci ha stupiti e resi felici, ma abbiamo iniziato anche a metterci totalmente in discussione.

 

Mathery intervista

Erika Zorzi e Matteo Sangalli, il duo artistico Mathery © Aldo Soligno / LUZ

 

Hanno riconosciuto in voi competenze che nemmeno credevate di avere e vi siete lasciati “leggere” dall’esterno
E: È sempre stato il nostro approccio. Sia a Melbourne che a New York.

 

M: Quando ci vogliono affidare un progetto, la nostra formula ormai è diventata: 70% di padronanza della materia, 30% di nuove competenze che dobbiamo apprendere per realizzare il progetto. È la nostra formula vincente. 

 

Che consiglio dareste a un giovane che vuole intraprendere il vostro percorso?
M: La cosa più importante che abbiamo fatto noi e da cui tutto è partito è stato uscire dalla comfort zone. Fai quello in cui credi mettendoti in una posizione scomoda, seguendo schemi a cui non sei abituato, costringendoti a reinventarti in un altro ambiente. Non rimanere mai fermo, fatti contaminare. Ciò detto ogni storia è diversa, per noi ha funzionato questo ma anche restare in Italia può avere un senso… a un patto però: continuare a seguire il proprio istinto. Non avere paura di buttarsi e rischiare, ovunque si decida di vivere, anche quando si resta “a casa”.

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