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Scrivere è una malattia

Dalla letteratura per ragazzi a temi come l’Aids e la depressione: Nadia Terranova racconta la sua scrittura spudorata

di Paolo Armelli

Finalista al premio Strega 2019 con Addio fantasmi (Einaudi), racconto di una donna che torna nella casa di famiglia nella natale Messina per affrontare definitivamente l’assenza del padre scomparso nel nulla decenni prima.

Nadia Terranova è una delle voci più apprezzate della letteratura italiana di oggi. Dopo una serie di libri definiti per ragazzi, l’autrice si è imposta al grande pubblico nel 2015 con Gli anni al contrario (Einaudi), una storia d’amore asciutta e lancinante su una coppia che negli anni ’70 affronta la politica extraparlamentare, la droga, la malattia. 

Voce ormai centrale nel dibattito editoriale italiano, anche grazie a numerose recensioni e articoli di vario genere, e molto tradotta all’estero. È considerata una delle esponenti di spicco di questa nuova ondata di scrittrici italiane, immortalate da una recente e molto chiacchierata copertina di D di Repubblica – con lei Teresa Ciabatti, Claudia Durastanti, Rosella Postorino, Veronica Raimo.

Incontrarla è immergersi in una sensibilità letteraria, culturale ed emotiva nitida e consapevole, che rivendica le fragilità come insostituibili armi espressive. 

Hai detto che “scrivere è come andare in guerra”: cosa intendi?
È la mia risposta all’affermazione secondo la quale scrivere è terapeutico, una forma di guarigione. Secondo me invece è una forma di malattia, perché scrivere fa emergere i conflitti e non è vero e nemmeno auspicabile che alla fine del libro li risolvi. Però li vedi in maniera più chiara, come quando fai una buona psicanalisi. Non puoi cancellare quel trauma ma hai soltanto le parole per dirlo: è solo una correzione della miopia.

Nei tuoi romanzi si parla di diversi traumi, spesso però con parole tabù. “Aids” ne Gli anni al contrario, citata solo nelle ultime pagine, o “depressione” in Addio fantasmi, pronunciata forse solo una volta: le parole fanno paura?
A tal punto che Addio fantasmi nasce proprio da una riflessione dalla paura di una parola: lì il padre è scomparso; nella mia vita personale, più vicina invece a Gli anni al contrario, mio padre è morto. Ho giocato proprio sull’espressione “una persona è scomparsa”, oppure “è venuta a mancare”, “si è spenta”: la parola “morto” fa paura. Se dici che una persona è scomparsa ti proteggi, dai al tuo cervello l’illusione, magica come direbbe Joan Didion, che potrebbe ritornare.

 

Ho scelto di esprimere per bocca delle due narratrici il tabù col quale si racconta una malattia. La depressione è oggi quello che l’Aids era all’epoca de Gli anni al contrario, una malattia di cui si dà colpa a chi ce l’ha.

 

nadia terranova finalista premio strega 2019

Nadia Terranova © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Lavori sulla memoria, come nel racconto ME 619753 dove tutto parte da una vecchia Panda. La memoria è “il gioco più puro”, ma non è anche un inganno?
Sulla memoria non si finisce mai di leggere. Mi viene in mente Geologia di un padre di Magrelli, sono tentativi di fare una mappa di ciò che è sotterraneo, creare dei percorsi su qualcosa che non possiamo cambiare. Sui ricordi non abbiamo oggettivamente nessun potere anche se la memoria manda in scena qualcosa su cui puoi ogni volta sistemare un dettaglio, rileggerlo. È un’illusione da cui non ci possiamo liberare. D’altra parte c’è una specie di dipendenza dai ricordi, fanno parte di noi, ci costituiscono almeno quanto ci scavano e ci distruggono.

Hai scritto che dai libri di Natalia Ginzburg e Annie Ernaux hai capito che tutte le storie che potevi raccontare stavano nella tua infanzia o nella tua famiglia. C’è un limite a quello che l’io può raccontare?

 

Ci sono diverse forme di contaminazioni dell’io, che è inesauribile proprio perché si mescola con il mondo: può assumere a volte la forma di un racconto in cui apparentemente tu non ci sei.

 

Come quando ho scritto il libro su Bruno Schulz o Casca il mondo, in cui il protagonista è un bimbo di otto anni che ha paura di perdere la casa e i genitori per il terremoto: dov’è Nadia lì? Non è una storia autobiografica ma se io parlo di paura ho bisogno di sentirla, anche se la attribuiscono a un personaggio diversissimo da me. Credo dunque che l’io sia illimitato e che si può scegliere se raccontare sempre vicende autobiografiche come fa Ernaux o impastare l’io di volta in volta con il mondo, scelta che sento più congeniale.

 

Nella scrittura comunque bisogna essere spudorati, seguire quello che brucia e quello di cui ti vergogni.

 

Hai dichiarato che Gli anni al contrario non voleva essere un libro sugli anni ’70 eppure ci hai lavorato per anni. Hai fatto molte ricerche: come mai proprio quell’epoca?
Io volevo sostanzialmente parlare di Giovanni, l’unico personaggio il cui nome coincide con quello della persona che l’ha ispirato (il padre morto a 37 anni di Aids, ndr). Anche se ci sono alcune differenze, la storia del Giovanni vero era profondamente radicata negli anni ’70. L’ho guardata da tutti i punti di vista possibili ma non funzionava da nessun’altra parte se non in quel decennio. L’unica altra cosa che potevo fare era raccontarla come un mito greco. In realtà poteva essere solo un extraparlamentare in una città di provincia, in cui i partiti cui si rifaceva erano fatti di tre persone, mi tornava tutto solo così. 

 

nadia terranova finalista premio strega 2019

Nadia Terranova © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

L’assenza della figura paterna è fondamentale nei tuoi ultimi romanzi: è fastidioso che questa scelta sia sempre associata alla tua stessa vita personale?
Non mi danno fastidio le domande personali perché poi è legittimo rispondere ciò che si vuole.

 

Mi dà fastidio se il discorso sull’autobiografico riduce troppo quello letterario, io ho scritto due romanzi non due autobiografie.

 

Vanno benissimo le sovrapposizioni, del resto tutti pensano di sapere che Philip Roth è i suoi personaggi, come se fossero degli alter ego e lui stesso ha sempre giocato su questo. Sono solo romanzi che hanno un cuore di verità biografica più evidente. Poi va bene parlare di me ma non vorrei che l’oggetto romanzo venisse eluso. Anche se a volte alcune interviste funzionano di più proprio perché si parla solo dell’autore, come quando sono andata da Marzullo.

Da una storia privata eppure riflesso del tempo come quella di Giovanni e Aurora a una più ancora personale e tragica come quella di Ida in Addio fantasmi: com’è stato ridurre di molto l’obiettivo?
Già ne Gli anni al contrario avevo puntato lo sguardo essenzialmente su tre persone, in questo caso è una sola, che è anche una prima persona dichiarata. Mi sono ritrovata dentro le prime pagine di questo romanzo in maniera ipnotizzata, per poi capire che ero completamente prigioniera lì dentro. Avevo pensato di far parlare la casa, gli oggetti, poi ho deciso di far esplodere questa prima persona in tutti i sensi. Mi sono sentita investita subito da un delirio di libertà assoluta, di lingua, di pensieri, di ossessività. Mi sembrava di confrontarmi con l’invisibile, anche se io sono assolutamente laica, come se avessi già chiarissimo quel mondo interiore.

Omero è stato qui (Bompiani), il tuo ultimo libro, è invece una raccolta di leggende sulla tua terra: a proposito di Messina, dai tuoi romanzi traspare un sentimento ambivalente. Tu che rapporto hai?
Forse la cosa che mi è rimasta più impressa di quando vivevo a Messina era il senso di claustrofobia, come se fossi destinata a stare lì e in nessun’altra parte, di dovermi sottrarre a un destino.

 

C’è un momento in cui pensi: se resto qui mi conosceranno solo per il mio cognome, per la storia della mia famiglia, m’identificheranno con il lavoro che sceglierò… Mentre se me ne vado posso reinventarmi, posso essere chi voglio.

 

Mi ricordo la sensazione liberatoria appena arrivata a Roma di camminare per strada e di pensare di poter fare quello che volevo tanto non mi conosceva nessuno. Ora torno in maniera naturale a Messina, ogni volta che posso. Potrei starci un paio di mesi, magari a scrivere.

Vivi da quasi vent’anni a Roma ma hai scritto: “Capire Roma è l’ultimo dei problemi, dopo che per abbatterli hai sparato a tutti gli altri”.
Ti dico solo che la settimana scorsa ho visto un serpente, dopo i cinghiali, i topi e i gabbiani abbiamo anche quelli. Per noi che siamo andati a viverci agli inizi degli anni duemila è una città che sostanzialmente ci ha tradito. Era l’Eldorado, piena di possibilità, ma ora ci ha tirato proprio un brutto scherzo, come quelli che si tirano a chi all’inizio si innamora follemente e poi scopri che l’altro è del tutto diverso da quello che immaginavi.

 

nadia terranova finalista premio strega 2019

Nadia Terranova © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Parliamo della cover di D di Repubblica: possibile che si siano state polemiche anche su quello?
Come sempre nella mia bolla ho cominciato a vedere una serie di post di difesa donchisciottesca dalle polemiche che però io non vedevo. Poi sì, me ne hanno indicate un paio, ma mi sembravano solo pretestuose, livorose. Non riesco neanche ad arrabbiarmi, come quando leggo certe stroncature veementi fatte per evidente rosicamento.

 

Non parliamo di tutto quello che si è detto dal punto di vista estetico: per la stessa cover fatta con cinque scrittrici inglesi si sarebbe urlato alla figaggine, siccome siamo italiane bisogna fare la battuta sul phon, le scarpe…

 

Vedere comunque delle scrittrici in copertina è stato quasi un choc culturale, e questo probabilmente la dice lunga sullo stato delle cose nell’editoria italiana.
In termini di visibilità le scrittrici stanno riconquistando qualcosa, non certo in termini di qualità perché ci sono sempre state scrittrici eccellenti. Forse però in questo preciso momento è vero che c’è un pochino più d’attenzione alla visibilità delle scrittrici, anche se bisogna lavorare ancora molto: per fortuna oggi è scandaloso se in una cinquina ci siano solo uomini o soltanto una donna.

 

Non sono per le quote rosa, sono convinta che il valore letterario non abbia sesso, ma sarebbe ipocrita non dire che per le donne è sempre stato più difficile venire riconosciute.

 

E se questo passa anche per la rivendicazione di una certa femminilità, se una scrittrice italiana vuole giocare a essere bella in copertina, vestita come le pare, oppure anche brutta in copertina, vestita come le pare, è tutto sacrosanto.

 

È come se ci fosse sempre la tendenza a ridicolizzare tutto ciò che è femminile, come il rosa, i sentimenti ecc. Scrive di sentimenti Roth ed è alta letteratura, ne scrive una donna e si dice che è un romanzetto.

 

Posso dire però che mi sono divertita tantissimo a fare quella copertina? Ciò che mi resta di questa polemica è mia madre che mi chiama dalla spiaggia dicendo che tutti, anche dagli altri ombrelloni, venivano a strapparle di mano il giornale: a volte è proprio solo bolla.

In quell’intervista dicevi che forse il problema è che gli uomini hanno sempre e solo letto gli uomini.
Non hanno letto Piccole donne, non hanno letto Jane Austen, arrivano tardi a Emily Dickinson, non hanno letto Jane Eyre. Cosa sanno del mondo se non hanno letto Jane Eyre? Come fanno a sopravvivere in un collegio terribile, cosa sanno dell’amore carnale se non si sono mai seduti sulle ginocchia di Rochester? Anche dell’economia si sa poco se non si sa come si muovono le doti nell’Ottocento inglese non avendo letto Austen.

 

Io leggevo anche Incompreso, L’isola del tesoro o Verne. Non avrei mai pensato di leggere Pollyanna ma non Il corsaro nero.

 

Questa cosa continua anche adesso: ti potrei fare tre o quattro nomi che per lo scrittore intellettuale maschio 40-50enne italiano sono tollerabili. Quando dicono “Non è vero, io leggo anche le donne” elencano sempre le stesse. Gli uomini fanno in generale molti meno complimenti sinceri alle donne, io invece se leggo qualsiasi cosa che mi piace mi lancio, recensisco, scrivo un post, anche se a volte mi pento. 

A proposito di scrittori italiani, hai partecipato all’ultimo premio Strega: hai sfatato dei preconcetti che magari avevi?
Uno l’abbiamo sfatato e cioè non si erano mai visti due libri Einaudi in cinquina. È vero che prima dell’annuncio ci possono essere state tensioni ma devo dire più alimentate dall’esterno che reali, ognuno pensava al proprio libro. A me Marco [Missiroli, autore di Fedeltà, edito da Einaudi e anche lui in cinquina, ndr] sta molto simpatico, è impossibile non volergli bene.

 

La cinquina invece è come fare il militare, stai veramente un mese con le stesse persone. A volte mi sembrava di prendermi cura di tutti, mi spiaceva se battibeccavano.

 

A un certo punto, ma più per la tensione, ho avuto un attacco di panico ed è stato proprio Marco a tranquillizzarmi: quello che doveva essere lo Strega del grande conflitto invece mi ha fatto trovare un grande amico.

 

nadia terranova finalista premio strega 2019

Nadia Terranova © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Parlando di amici, sei stata fra le persone più attive a ricordare Alessandro Leogrande, scrittore molto impegnato in difesa degli ultimi e scomparso all’improvviso a 40 anni nel 2017: cosa resta del suo impegno?
Sai che ho paura che si stia andando verso il dimenticare? All’inizio, a parte lo choc della sua morte, c’era anche questa tragicomica coincidenza con l’ascesa di Salvini e non c’erano strumenti letterari di conoscenza e di reazione. Ma c’erano i suoi La frontiera e Uomini e caporali che erano pronti all’uso. Poi sono arrivati giustamente nuovi titoli e nuove voci ma quelli che continuo a ritenere testi capitali sono passati in secondo piano. Mi piacerebbe che fosse più alto e ufficiale il riconoscimento di quei libri, che un giorno smetteranno di essere attuali per quanto riguarda i fatti, ma lo rimarranno come è attuale Sciascia. Secondo me sono dei classici.

Viviamo del resto in un momento di grande svilimento della cultura e dell’educazione.
Non c’è nessuna attenzione alla cultura, non interessa a nessuno. Se ne esce non avendo una concezione aristocratica della cultura e però senza abbassare il livello, non proponendo brutti libri ma rimboccandosi le maniche.

 

Se puoi parlare a dei ragazzi del tuo libro o di altro, fallo. C’è un festival in un posto piccolo e scomodo ma ti accorgi della determinazione con cui è fatto? Vacci. Bisognerebbe evitare la tendenza di andare solo nei posti big.

 

Parlavamo prima di successi editoriali: cosa ne pensi del libro di Giulia De Lellis?
Ovviamente non l’ho letto, ma mi piacerebbe tantissimo trollare Internet montando il titolo su una copertina della Piccola Biblioteca Adelphi sostenendo che Calasso ha detto che è la più grande scrittrice italiana, solo per leggere i commenti degli indignati sul degrado della cultura.

 

I libri così si sono sempre venduti. È brutto da dire ma il poema in versi di tuo cugino non prenderebbe mai il posto di Giulia De Lellis se lei non ci fosse: è una discussione oziosa e ogni volta che leggo le tirate sulla decadenza della cultura un po’ mi vergogno per loro. 

 

Cosa non va mai chiesto a uno scrittore in un’intervista?
Anche se è legittima non ne posso più della domanda “Che differenza c’è tra scrivere per ragazzi e scrivere per adulti?”: me la fanno sempre, come a tutti gli scrittori che hanno scritto anche per ragazzi, io però non so mai cosa dire e ogni volta mi devo inventare una cosa diversa. La verità è che non lo so, ogni tanto mi viene da scrivere per ragazzi altre volte no, dipende dal personaggio che ho in mente. Ogni volta mi devo inventare delle risposte sofisticatissime ma sono tutte riflessioni che faccio ex post.

 

nadia terranova finalista premio strega 2019

Nadia Terranova © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Cosa stai leggendo?
Ogni mese cerco di leggere un italiano contemporaneo, un classico, un libro di poesie e un libro per ragazzi. In questo momento il contemporaneo è Gelosia di Camilla Baresani, di recente ho letto le poesie di Giovanna Cristina Vivinetto che mi son piaciute molto. Da agosto poi sto recuperando Guerra e pace ma credo che finirò a Natale [ride, ndr], e poi c’è P. di Fumettibrutti che mi aspetta.

Stai scrivendo? Puoi dirci qualcosa?
Posso dire che sto scrivendo, che mi ci vorranno due o tre anni, due sicuro. È una storia diversa da quelle che ho scritto in precedenza ma sempre ambientata a Messina. Non posso dire altro.

Alla fine di Addio fantasmi la protagonista Ida si libera di una scatola rossa piena di ricordi e così si congeda anche dal dolore del suo passato. E nella tua scatola rossa cosa c’è?
Ci sono le lettere che da bambina mi scambiavo con mio padre, mi piace molto rileggere le sue e mi fanno molta tenerezza le mie. Di tutti gli oggetti che negli anni ho imparato a perdere sono quelle da cui mi dispiacerebbe staccarmi. In quel caso mi sentirei ancora un po’ più orfana.

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