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Il futuro è qui

La “semplificazione” come mantra e il sogno di una Silicon Valley italiana: parla Paolo Barberis uno dei primi imprenditori digitali d’Italia.

di Teresa Cardona e Federica Venni

Quando sono spuntati i primi computer era poco meno di un ragazzino. Ma quella passione un po’ nerd per i software prima e per le reti virtuali poi non lo ha mai abbandonato e il tempo gli ha dato ragione. Paolo Barberis, ligure di nascita ma fiorentino d’adozione, classe 1967, è uno che nella vita professionale ha osato parecchio: è stato – ed è tuttora – uno dei primi imprenditori digitali in Italia.

Un esperto del settore, per dirla nel lessico analogico. Fondatore di Dada, una delle principali internet company del nostro Paese, ora con il suo acceleratore Nana Bianca si occupa di start up digitali, lavorando per farle crescere. 

Tu sei un nativo digitale ante litteram. Sei cresciuto, cioè, mentre il mondo che conosciamo ora muoveva i suoi primi passi. Come è nata quella passione per computer e processori che poi è diventata la tua professione?
Erano i primi anni Ottanta, avevo dodici anni. A differenza della maggior parte dei miei coetanei che giocavano a pallone o andavano a pesca, io avevo questa attrazione: allora non c’erano ancora i pc, ma si usavano gli home computer. Leggevo le riviste specialistiche, ero travolto da questo interesse ma allo stesso tempo mi sentivo fuori luogo perché era difficilissimo trovare amici con cui condividerlo. Mi incuriosiva proprio il concetto di digitale e di ciò che ci stava dietro: ancora adesso non so spiegare come si sia scoccata la scintilla, non era certo un’eredità familiare, visto che mio padre si occupava di barche a vela.

 

Quello che ricordo è che in Italia era qualcosa di assolutamente nuovo, di inedito: non esisteva Internet, le connessioni appartenevano soltanto al mondo militare e a quello accademico ma c’era la possibilità di connettere ciò che avevi, cercando di associare il computer al telefono.

 

Al liceo, finalmente, ho trovato qualcuno che intraprendesse con me un percorso. Alcune di queste persone, negli anni, hanno lavorato con me. Scrivevamo qualche programma ma erano lavori fine a se stessi, avevano soltanto l’obiettivo di alimentare la nostra passione: era un’esperienza solipsistica.

 

Ora è molto diverso, a quattordici anni, se vuoi, accendi camera e microfono e ti racconti al mondo.

 

Poi è arrivata l’Università con una facoltà, Architettura, che era l’ambiente più analogico che si potesse immaginare. 

 

Paolo Barberis intervista

Paolo Barberis © Stefano Guindani

 

Che significa?
Sui tavoloni con grandi disegni su carta era difficile farsi strada, ma quando sono usciti i primi programmi di progettazione tridimensionale e di disegno tecnico vettoriale ho iniziato ad usarli. Per anni ho studiato in un ambiente di caccia alle streghe: tecnigrafo contro computer. Ma una tesi su video in 3D, molti innovativa in quel periodo, mi ha aiutato a farmi strada in un mondo nuovo. Era il 1991: poi sono arrivati un Erasmus in Germania e un master in Design delle Interfacce a Milano. Mentre studiavo, poi, per mantenermi ho lavorato con un designer, Massimo Iosa Ghini, che apparteneva al movimento del Bolidismo che rappresentò, in quel settore, la fine della civiltà meccanica in favore di quella elettronica. Poi, una volta laureato, ho aperto un mio studio che si chiamava Dada.

Che poi è diventata una delle principali Internet Company Italiane
Sì, eravamo cinque soci, all’inizio connettevamo i nostri computer per lavorare ai nostri progetti architettonici; poi verso il 1995, quando iniziò ad arrivare l’Internet Commerciale, lanciammo l’idea di dare connettività alla città di Firenze: partimmo con gli abbonamenti che costavano 240mila lire l’anno. La cosa andò molto bene e aprimmo in altre città: non dormivamo la notte per lavorare. Poi sono arrivate la quotazione in borsa e il crollo della New Economy nel 2001.

A proposito di New Economy. È proprio in quel periodo che si è formato un gap ad oggi incolmabile tra l’Italia e, ad esempio, gli Stati Uniti. Come mai?
L’Italia, in generale, ha sempre tirato i remi un po’ in barca.

 

La New Economy era vista nel nostro Paese come una parolaccia. Negli anni che noi abbiamo passato a respingere l’innovazione dicendo che era tutta una bufala gli Stati Uniti d’America hanno corso, dando i natali alle compagnie che ora dominano il mondo: Apple, Google e Microsoft per citarne solo alcune.

 

Certo, le buone intenzioni e la fiducia non sono gli unici ingredienti che sono mancati all’Italia: la lingua, i capitali, i potenziali utenti hanno fatto la differenza. 

 

Paolo Barberis intervista

Paolo Barberis © Stefano Guindani

 

Non si è spinto, insomma, sull’acceleratore. Cosa che invece stai cercando di fare con Nana Bianca, la tua attuale creatura.
Dopo aver venduto Dada, nel 2011, mi sono preso un anno di pausa e poi ho pensato: “Mettiamo insieme una realtà più piccolina e la chiamiamo con il nome di una stella”, così è nata Nana Bianca. È cresciuta anche lei e oggi è un ecosistema sia di start up firmate da noi, sia di nuove imprese su cui scommettiamo. Ad esempio accanto al magazine digitale Start Up Italia c’è 4books, il sistema di instant learning ideato da Marco Montemagno. Abbiamo un vero e proprio acceleratore di start up: dieci imprese all’anno ricevono un grant di 50mila euro per svilupparsi e a cui facciamo dieci mesi di formazione continua. Insegnamo loro, in sostanza, a fare gli imprenditori digitali, dalla costruzione di un modello di business alla caccia ai capitali per lanciarsi sul mercato. 

 

Paolo Barberis intervista

Paolo Barberis e Marco Montemagno © Stefano Guindani

 

Ecco, l’Italia è un campo fertile per chi vuole investire sul digitale o no?

 

L’Italia ha due punti forti che ben conosciamo: il Made in Italy e la ricerca.

 

Ma poiché il vero catalizzatore del cambiamento sono i capitali di rischio, siamo spesso più indietro rispetto ad altri Paesi. È un concetto difficilissimo da far capire.

 

Faccio un esempio banale: abbiamo la mozzarella migliore sul mercato? Ecco, investiamo un miliardo e mezzo di euro per pubblicizzarla ovunque, sovvenzionando tutti gli e-commerce di mozzarella nel mondo. Non si può fare diversamente, basta guardare cosa si fa negli Stati Uniti: gli americani mettono 50 miliardi all’anno da 25 anni ormai sulla piattaforma Facebook che, semplificando, è la loro mozzarella.

 

Da noi invece il capitale di rischio è sempre stato bassissimo, purtroppo. Eppure, ne sono convinto, non ci manca nulla. Certo, se proprio vogliamo vedere qualche svantaggio abbiamo un pubblico potenziale di mercato sotto i 60 milioni di persone e una lingua poco parlata al mondo. Ma sono convinto che se intorno alle nostre start up e alle potenziali imprese si creasse un ecosistema vero, il digitale potrebbe trovare la sua strada.

 

Servirebbe una “Silicon Valley” italiana che permetta agli imprenditori di incontrare chi ha il capitale per realizzare i progetti.

 

Manca questo match, le aziende italiane che sono cresciute a livello internazionale sono quelle che sono riuscite a reperire fondi, facendo rete anche con realtà all’estero.

 

Bisogna osare, in Italia il pudore verso il fallimento frena tutto: se una start up prende 10 milioni di euro di finanziamento e poi il progetto va male ci sarà sempre qualcuno che glielo rinfaccerà, mentre in altre culture semplicemente ti rialzi e ricominci.

 

Ho visto start up completamente campate in aria prendere milioni e chiudere dopo sei mesi senza che nessuno puntasse il dito contro. Non dico di arrivare a questi eccessi, ma sbagliare non è un reato, questo va capito. Siamo frenati da una bassa propensione al rischio e al cambiamento. Basta guardare cosa accade in politica. 

 

Paolo Barberis intervista

Paolo Barberis © Stefano Guindani

 

Anche qui hai fatto la tua esperienza, come consigliere per il digitale dell’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi. Come è andata?
È stata un’esperienza formativa, positiva ma frustrante. Nel privato hai ritmi di lavoro e velocità di decisione molto diversi rispetto al settore pubblico. Quando lavori nel governo o in qualsiasi altra pubblica amministrazione devi essere un profondo conoscitore della macchina dello Stato. Un ingranaggio complicatissimo che spesso viene volutamente conservato nella sua rigidità, quasi fosse una skill indispensabile.

 

Certe volte ti trovi intorno ad un tavolo, hai un progetto che vuoi implementare, ne parli, lo proponi e le altre persone passano tutto il tempo a spiegarti perché non si può fare anziché aiutarti a trovare una soluzione per realizzarlo. Un paradosso, no? Oppure quel meccanismo un po’ perverso per il quale alle gare pubbliche partecipano non i più competenti nel loro mestiere, ma i più bravi a fare le gare.

 

Ci sono tanti imprenditori di valore che non riescono ad accedere a finanziamenti e bandi perché non hanno un ufficio gare.

 

La parola “semplificazione” viene spesso recitata come un mantra e svuotata di senso, ma è proprio lì che bisogna andare a parare: le cose da fare sono poche e semplici, soprattutto nell’ambito del digitale. Va abbassato il livello del discorso perché il digitale è una cosa semplicissima.

 

Non è nulla di elevato ma soltanto qualcosa che va fatto e fatto bene, da persone che lo sanno fare: deve funzionare, essere efficace e deve costare il giusto.

 

Prendiamo ad esempio la scuola: il ministero dell’Istruzione in questi anni deve aver speso molto in digitalizzazione eppure ancora non abbiamo un registro elettronico unificato in cloud e non abbiamo una piattaforma unica di e-learning fatta bene. I nodi, soprattutto in questo periodo di insegnamento a distanza sono venuti al pettine, eppure non serve inventare nulla, basterebbe adottare piattaforme già esistenti e formare gli insegnanti ad utilizzarle.

 

Invece ad oggi ognuno si deve arrangiare con gli strumenti che sa usare, e l’effetto è a macchia di leopardo. 

Un tentativo omogeneo di digitalizzazione sta vedendo la luce con una app: Io, che promette un unico accesso a tutti i servizi pubblici. Non era una tua creatura?
È un progetto partito nel 2015 che ora si sta materializzando, ne sono felice. Dietro Io c’è un concetto preciso: la volontà di mettere ordine in tutti i livelli della pubblica amministrazione (Regioni, Comuni, Città Metropolitane, Ministeri, Agenzie…) nel suo rapporto con i cittadini creando un front end unico che non obblighi alla caccia al tesoro ogni volta che si deve accedere ad un servizio pubblico, pagare una multa e via dicendo. L’idea è quella di trovare in un unico luogo digitale tutto ciò che serve e che ci accompagna nelle fasi della vita: la scuola, la sanità, i trasporti, le tasse, la pensione. Oggi ancora bisogna navigare tra un numero infinito di siti complessi, domani si dovrà poter trovare tutto in un unico posto: con una password unica, un sistema di pagamento unico, un’anagrafica unica. So che sembra un sogno irraggiungibile per i cittadini, ma prima o poi ci si arriverà, ne sono convinto, anche perché la digitalizzazione è un processo irreversibile e inevitabile. 

 

Paolo Barberis intervista

Paolo Barberis © Stefano Guindani

 

E come la mettiamo con il digital divide?
Anche questo è un gap superabile: da una parte porti la connessione dove non c’è, progetti delle applicazioni più usabili, più facili per tutti e dall’altra chiedi al cittadino un piccolo sforzo.

 

È chiaro che chi sa postare i gattini su Facebook o di mandare la foto di famiglia ai nonni, cioè quasi tutti ormai, deve essere in grado anche di usare un servizio online.

 

Certo è che se il servizio online è una roba che arrivi lì e ti dà errore, non funziona, non gira, si impalla, non è ben configurato per lo smartphone…beh, a quel punto è normale che lo abbandoni. Ci vuole un lavoro da entrambe le parti. 

Questo periodo che stiamo vivendo farà un po’ da acceleratore?
Inevitabilmente sì. Anche se, lo abbiamo visto ad esempio sull’app di tracciamento Immuni, c’è la solita mentalità autolesionista: non che risolva tutto, ma sicuramente è uno strumento importante che andrebbe messo a disposizione di tutti un po’ in fretta. Invece, come sempre, ha incontrato molte resistenze. Spesso, poi non argomentate scientificamente: il dibattito è sceso ad un livello tale che ogni tanto penso che l’unico obiettivo, non solo della politica ma anche di molti di noi, sia trovare un alibi e buttarla in caciara. Credo invece che questo sia davvero il momento non di crogiolarci nello spettro di una crisi che inevitabilmente arriverà, soprattutto occupazionale, ma di fare scelte coraggiose, magari impopolari, ed essere incisivi. 

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