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La montagna non è la vetta

Paolo Cognetti, Premio Strega 2017 con il romanzo “Le otto montagne”, si racconta in occasione dell’uscita del memoir di viaggio “Senza mai arrivare in cima”

di Matilde Quarti

Paolo Cognetti, Premio Strega 2017 con il romanzo Le otto montagne, si racconta in occasione dell’uscita del memoir di viaggio Senza mai arrivare in cima.

Paolo Cognetti, milanese, classe 1978, ha lasciato la città per la montagna o, meglio, ha deciso di far convivere due diverse anime: quella più solitaria, che trova asilo in una vita frugale tra le Alpi della Valle d’Aosta, e quella cosmopolita, che ama gli incontri-scontri tra culture e persone.

Trascorre l’inverno in pianura, a Milano, e gli altri mesi dell’anno tra quelle cime che conosce bene e a cui ha dedicato il romanzo Le otto montagne. Il suo ultimo libro, Senza mai arrivare in cima, è un memoir di viaggio che racconta l’escursione di un mese tra le montagne del Dolpo, impervia regione del Nepal al confine con il Tibet.

Ha condiviso l’esperienza con l’illustratore Nicola Magrin e Remigio, un caro amico “montanaro”. Non si tratta di un saggio, ma di un taccuino corredato dai disegni dell’autore in cui Cognetti annota fatiche fisiche e mentali, stati di grazia, incontri con contadini, montanari e cani himalayani, e in cui riecheggiano le stesse tematiche che lo hanno portato alla vittoria dello Strega.

 

paolo cognetti intervista

Paolo Cognetti © Gabriele Ferraresi / LUZ

 

Nei tuoi scritti sulla montagna si percepisce sempre una sorta di nostalgia per un’antica purezza che sembra impossibile ritrovare
Vivendo in montagna, sulle Alpi, è fortissima la sensazione di trovarsi in un luogo dove c’era una civiltà che non esiste più. Non è una fantasia né un vezzo letterario, è come stare tra le rovine di un impero, di una civiltà. Quello che nel cinema viene raccontato dai film catastrofici, in montagna è reale: viviamo in mezzo ai ruderi, ai villaggi abbandonati, ai segni lasciati da lavori in campi che ormai sono inselvatichiti. Da una parte nell’abbandono c’è bellezza, c’è del romanticismo, dall’altra c’è anche una forte nostalgia. 

E la “gente di montagna”?
Penso spesso a come doveva essere quando i montanari erano una vera civiltà e vivevano in armonia con la natura. Oggi il rapporto tra uomo e natura non è per nulla armonioso, e quegli abitanti sono montanari per modo di dire perché in realtà sono cittadini che vivono sui monti. Il rapporto tra uomo e montagna, adesso, è conflittuale e violento.

Per esempio?
Sto costruendo un rifugio e mi sono reso conto che non si può più pensare di tirare su un edificio senza una ruspa, senza tirare su camion di terra, o senza una gettata di cemento armato. L’idea di mettersi lì, aiutato da un amico, a costruire muri a secco di pietra è una favola. Nella realtà quell’armonia è perduta per sempre. 

Quanto è cambiato il tuo rapporto con la scrittura dopo la “celebrità”?
Prima avevo tutto il tempo che volevo, mi ero costruito una vita abbastanza frugale, con una libertà pressoché assoluta. Non possedevo nemmeno un’agenda, avevo davanti giorni e giorni senza nessun impegno. Era la vita che mi ero scelto e a cui vorrei tornare.

 

Negli ultimi due anni la mia esistenza si è riempita di impegni, di incontri, di viaggi. Questa, però, non è la vita della scrittura, è la vita dello scrittore che va in giro a parlare. Non è così che nasce la scrittura.

 

Quindi sì, il mio rapporto con lo scrivere è cambiato e avrei assolutamente bisogno di tornare a quel rifugio che mi ero costruito.

E il rapporto con i lettori?
Ora è pressoché diventato impossibile. Prima il mio indirizzo email era pubblico e chiunque poteva scrivermi, con il lettore iniziava un dialogo. Invece adesso ho dovuto nasconderlo, perché erano iniziati ad arrivare trenta, anche cinquanta, messaggi al giorno, e gestire questo tipo di comunicazioni è impossibile. Sono diventato quasi inaccessibile, e questo mi dispiace. 

Sia nelle Otto montagne che in Senza mai arrivare in cima hai scelto di esplorare un tema inusuale: l’amicizia maschile 
Si tratta in realtà di un tema molto classico, nel senso che appartiene proprio ai classici, ai grandi racconti di guerra, per esempio. La guerra era una situazione in cui si creavano fortissimi legami tra gli uomini, penso per esempio all’Iliade, oppure alla nostra letteratura della Resistenza. Poi questa tipologia di racconto si è persa nella letteratura contemporanea, così come si è persa anche nella società contemporanea. Mi sembra che oggi le nostre relazioni – per gli uomini ancora più che per le donne – si siano ridotte alla coppia, alla famiglia, al rapporto padri-figli, e poco altro. 

 

paolo cognetti intervista

Paolo Cognetti © Gabriele Ferraresi / LUZ

 

E al di là della famiglia?
Fuori da lì non abbiamo più legami. Mancano, per esempio, i legami che avevano a che fare con il lavoro, con l’abitare, con tutta la dimensione politica che portava a stringere rapporti al di là del nucleo famigliare. Sento terribilmente la mancanza di tutto questo. Un rapporto che puoi instaurare con un altro uomo è diverso dal rapporto che puoi avere con la tua compagna, si crea un’intimità diversa. Sento nell’amicizia un forte sentimento di comprensione: la possibilità di confidarsi e di essere capiti senza essere giudicati, un luogo dove sentirsi al sicuro. Con Nicola e Remigio è così.

In Senza mai arrivare in cima avete scelto come meta il Dolpo, una regione particolarmente impervia. È stato difficile raggiungere la meta?
Per camminare in montagna bisogna essere allenati. Mi è capitato spesso di portare persone che dopo mezz’ora di passeggiata mi hanno detto: “Ma è una cosa impossibile, siete pazzi! Io muoio, mi scoppia il cuore!”. In realtà una volta che hai iniziato a camminare ti abitui in fretta e per fare un viaggio così non bisogna essere necessariamente dei grandi sportivi. Per esempio io non lo sono.

Oltre alla fatica fisica c’è anche una forte componente di fatica psicologica
Il rapporto con la fatica è costante. Soprattutto quello con il mal di montagna, che ti fa sentire sempre un po’ ammalato: hai la nausea, sei inappetente, ti senti debole, in alta quota come niente ti vengono mal di gola, tosse, febbre. Sei sempre un po’ malaticcio insomma, e quindi l’umore non è dei migliori.

 

Vengono pensieri cupi, ti chiedi: “Cosa ci faccio qui?” e si alternano momenti di grazia a momenti di sconforto. È in questo caso che l’amicizia ti salva.

 

Fare un viaggio impegnativo come quello a Dolpo da soli sarebbe stato veramente duro, invece, nello sconforto, avere accanto qualcuno è  importante.

Racconti anche di differenze territoriali molto forti e dell’ingombrante potenza cinese
Ho avuto la percezione di un mondo che sta per scomparire, anche per colpa della politica. Il Nepal è storicamente sempre stato un alleato dell’India, tanto che fino a pochi anni fa le frontiere erano aperte. Dopo la caduta della monarchia però è salito al potere un partito “maoista” filo-cinese. E il Nepal, che è un paese piccolissimo, grande come l’Italia del Nord, e confina solo con l’India a sud e la Cina a nord, è passato dall’essere alleato con uno all’essere alleato con l’altro. Ora la Cina se lo sta mangiando e tutto questo passerà completamente inosservato agli occhi del mondo, perché in Nepal non ci sono in ballo pozzi di petrolio.

E questo, in un luogo di montagna così isolato, cosa comporta?
Che arrivano strade in posti dove non si sono mai viste per far passare camion di merci da una parte all’altra. Adesso stanno costruendo la ferrovia tra Lhasa, in Tibet, e Katmandu, in Nepal: attraverserà l’Himalaya.

 

Tutti questi montanari che vivono di campi di orzo e formaggio di yak, si vedono arrivare i cellulari ancora prima dell’aspirina.

 

Pensa cosa può succedere a una cultura così fragile: viene spazzata via in pochissimo tempo.

Come si percepiscono le frontiere in montagna?
Dalle nostre cartine politiche siamo abituati a vedere le montagne come frontiere, in realtà, quando ci abiti, ti rendi conto che quello che sta sull’altro versante è uguale a te e che a essere diverso è quello che abita giù in città.

 

paolo cognetti intervista

Paolo Cognetti © Gabriele Ferraresi / LUZ

 

Anche in Himalaya?
Lì si mischia tutto: i nepalesi sono fisicamente molto simili agli indiani, un po’ scuri di pelle e con i lineamenti sottili; mentre più sali di quota più la fisionomia ricorda quella cinese o mongola. Inoltre più si sale più è frequente trovare segni devozionali, mentre nella pianura nepalese non si avverte particolarmente un senso religioso. Sembra quasi che la montagna spinga maggiormente l’umanità verso il senso del sacro. Questo però l’ho ritrovato dovunque. 

Nel tuo nuovo libro più che scalare le montagne le circumnavighi: cosa significa?
Ultimamente sento un grande bisogno di equilibrio, pace, e armonia. Forse anche perché esco da un periodo molto competitivo. Ho vinto un premio, sono andato in classifica, ho venduto un sacco di libri. Tutte cose che comportano una tensione verso la cima, sicuramente in parte desiderata da me, perché sono sempre stato ambizioso, ma in parte anche spinto dal mondo in cui mi trovo. Tutto questo mi ha affaticato moltissimo, e mi ha anche mostrato che sì, c’è una felicità nel raggiungere la vetta, ma c’è anche quella che gli alpinisti chiamano “delusione della cima”, cioè l’aver combattuto tanto per poi arrivare e dirsi: “Ne valeva davvero la pena?”. Perché in verità non c’è niente.

 

Un po’ di quella delusione l’ho sperimentata anche io, e ora è molto più forte in me il desiderio di trovare equilibrio. Questo per me corrisponde al girare intorno alla montagna. 

 

Che differenze hai trovato tra l’Himalaya e le tue montagne?
Moltissime. Dal punto di vista fisico-geografico è un deserto in alta quota, mentre noi siamo abituati a montagne boscose, piene d’acqua e di fauna. C’è solo roccia, sabbia, tanti volatili e rari torrenti ghiacciati. Sembra il regno del vento e del cielo, c’è sempre qualche rapace che ti vola sopra la testa. La gente ti dà l’illusione di poter tornare indietro nel tempo, di vedere come potevano essere le Alpi degli anni 50’/60′: una civiltà agricola  basata sulla sussistenza. Era così anche da noi, ma quando sono nato era già finito tutto, così in Himalaya ho avuto un po’ l’illusione di prendere la macchina del tempo e vedere il passato delle mie montagne.

E queste tue montagne, quando sei tornato, le hai percepite in modo diverso?
Sì, perché quando ci abiti ti abitui alle brutture dell’uomo. Come quando vivi in città smette di darti fastidio tutto l’asfalto e il cemento, così se abiti in montagna non noti il cannone da neve in mezzo a un prato, o le ruspe ovunque. Quando sono tornato dopo un mese in Himalaya, ho ricominciato a vedere delle cose che avevo smesso di percepire. Credo che questo faccia bene, perché ci ripulisce un po’ lo sguardo e a volte è necessario.

 

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Paolo Cognetti © Gabriele Ferraresi / LUZ

 

Vivi un po’ in montagna e un po’ a Milano e ami New York. Come si armonizzano queste anime?
Come si armonizzano nell’animo umano tutte le differenze. Non vedo come un conflitto interiore il fatto che ci piacciano cose diverse. A me piace l’incontro, mi piace la diversità, e il bello della città sta in tutta la varietà umana e la possibilità di convivenza che offre. Di New York non mi interessano tanto i grattacieli quanto le centottanta lingue che vengono parlate. Tutto questo però in montagna non lo trovo, e inevitabilmente una parte della mia persona, delle mie passioni, mi spinge verso la città. 

A proposito di differenze, tu scrivi sia narrativa che non fiction
Vedo la scrittura di viaggio come una specie di antidoto alla narrativa, che spesso mi sembra molto claustrofobica. Quando ci si mette a scrivere un romanzo, si entra in una specie di stanza che è nella propria testa, e più si va avanti nella scrittura di un romanzo, più si è chiusi dentro questa prigione interiore piena di specchi, di fantasmi, di ricordi, di fantasie. Lo vedo come un luogo molto chiuso. Infatti, quando finisco una storia, ogni tanto ho proprio un senso di liberazione. Invece la scrittura di viaggio mi sembra un’apertura, così come il viaggio è un’apertura rispetto allo stare a casa: esci e ti rimetti a osservare, a imparare, a leggere, a cercare di capire quello che è diverso da te, il mondo. E allo stesso modo la scrittura della realtà mi sembra un arieggiare quella stanza che è la tua stanza della scrittura.

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