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Gli anticorpi dell’arte

Dallo spazio urbano alla banana di Cattelan: Patrick Tuttofuoco è tornato a casa. Abbiamo incontrato uno degli artisti italiani più affermati al mondo.

di Elisabetta Donati De Conti

È fra gli artisti che per primi ci vengono in mente quando si parla della “nuova Milano”. Uno dei suoi primi e più celebri lavori è la grande installazione LUNA PARK in via Ventura. È così che Patrick Tuttofuoco, classe ’74, ha lasciato la sua firma a Lambrate. Quello che sarebbe diventato il quartiere emblematico di una rigenerazione della città al di fuori della circonvallazione, grazie proprio all’azione impetuosa di un’arte contemporanea che aveva molto da dire.

Poi un’avventura durata 12 anni a Berlino, uno slalom tra le gentrificazioni che ha riportato da poco Patrick nella città natale. Tra i suoi maestri ci sono stati Corrado Levi e Alberto Garutti, che hanno formato una generazione di artisti meneghini d’eccellenza oggi affermati in tutto il mondo.

Patrick Tuttofuoco ha esposto infatti a Manifesta, alla Biennale di Venezia (già nel 2003) a quella di Shanghai e di Havana, per non parlare di prestigiose istituzioni come la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, il Pirelli Hangar Bicocca o la Künstlerhaus Bethanien e in molte altre. Dalla sua posizione di osservazione così critica dei rapidissimi cambiamenti delle nostre città, con Patrick Tuttofuoco abbiamo quindi parlato di spazio urbano, di formazione, del sistema dell’arte e delle criticità del consumismo. E anche della banana di Cattelan.

Sei tornato a Milano da circa un anno. Come mai hai lasciato Berlino?
A Berlino ho passato circa dodici anni ed è semplicemente finita quell’esperienza, non c’era più l’energia di prima. Quando sono arrivato, nel 2007/2008, chi era lì dal 2000 diceva che il posto era cambiato; ora è toccato dirlo a quelli della mia generazione.

 

Berlino, a differenza di altre città, ha subito un’accelerazione incredibile dalla fine degli anni ’90 ad oggi.

 

Quando sono arrivato, era una Berlino un po’ sgangherata, ma con spazi pazzeschi e ricchi di potenziale, con un’energia speciale proprio perché non definita. Quella che ho lasciato io è una Berlino con molti meno spazi liberi, una città più grande, più internazionale, cresciuta ed evoluta in molti modi. E non tutti questi cambiamenti hanno incontrato il mio favore. Ad esempio, l’impatto dell’immobiliare è stato veramente forte ed ha cambiato il tenore della città al di là della gentrificazione. Questa accelerazione ha prodotto nella società una difficoltà nell’assestarsi – o magari l’ha prodotta solamente in me – per cui è finita la nostra storia.

 

Patrick Tuttofuoco intervista

Patrick Tuttofuoco © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Nella tua pratica quanto è importante la relazione costante e prossima con lo spazio urbano?
Nel caso di Berlino è stata fondamentale: sono arrivato stabilmente l’anno prima della crisi economica – anche se già la frequentavo da una decina d’anni – e ancora mancava tutta l’area centrale, era una landa mezza distrutta e per questo interessantissima.

 

Da ragazzo avevo iniziato architettura, poi nel ’96 ho lasciato la facoltà per iscrivermi all’accademia di Brera. L’interesse per lo sviluppo urbano, per come gli esseri umani aggregandosi producono dei risultati nell’ambiente, è rimasto.

 

Non pensavo poi che sarei restato a vivere a Berlino; in qualche modo il mio riferimento, come immagine di città, era più New York, molto più sorniona, ma anche più energetica, spumeggiante, propositiva, con una vena folk e popolare più marcata. Dal 2000 in poi ho iniziato a frequentare Berlino più assiduamente anche perché i percorsi che avevo fatto qua in Italia li sentivo un po’ scarichi. 

Non era esattamente il periodo d’oro italiano…
No infatti, era il periodo più brutto per fare arte in Italia, per cui è stato ancora più facile fare il salto. Maturavo da un po’ questo passaggio ed era da qualche anno che il viaggio e lo spostarsi erano diventati i miei strumenti di lavoro e di ricerca principali. Poi sono subentrate la curiosità e la voglia di entrare in contatto con altro. Parliamo comunque di un periodo in cui internet esisteva ma non nel modo in cui lo conosciamo oggi, perché l’entrare in contatto con le cose e iniziare a comprenderle, prevedeva il tuo spostamento fisico in quel luogo.

 

Il mio cervello si sta ancora adattando tra il pre e il post internet e per questo ho ancora bisogno del rapporto con la realtà.

 

Però è anche vero che un grado superficiale di comprensione delle cose oggi lo si può avere anche rimanendo a casa. Una volta se non ci andavi di persona non ci capivi una mazza. 

 

Patrick Tuttofuoco intervista

Patrick Tuttofuoco © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Il tuo è un punto di vista privilegiato, perché in molte tue indagini ti sei occupato di spazio pubblico; da questa prospettiva, come hai trovato Milano al tuo ritorno?
Ho trovato una città con un respiro maggiore e cresciuta in meglio sotto quasi ogni aspetto. Oggettivamente la città ha ripreso terreno in questi dodici anni in cui sono stato via, e penso sia dovuto a una serie di motivazioni legate alla capacità di Milano di resistere nelle situazioni difficili, di produrre, di lavorare – che è il suo grande valore antichissimo. 

L’arte che ruolo ha in questo cambiamento?
La cultura in generale ha sicuramente un ruolo chiave in questo cambiamento. L’arte è solo uno degli elementi, quello che mi è più vicino e che comprendo meglio. Infatti ora la domanda è: si sta facendo abbastanza per nutrire questa possibilità? É miope l’atteggiamento di chi pensa possa bastare un boost iniziale perché poi un sistema si mantenga vitale.

 

L’arte è un lavoro costante, va sostenuta e mantenuta perché questo genera inevitabilmente dibattito e il dibattito porta con sé, come precipitato, soldi. Ma bisogna prima fare un investimento.

 

E chi pensi dovrebbe nutrire questo sistema? A quali dinamiche si potrebbe ambire?
Il sogno nel cassetto di tutti sarebbero il pubblico e le istituzioni. Però sappiamo quali sono i limiti oggettivi in questo settore, per cui, per fortuna, ci sono le dimensioni private che tengono alto il dibattito. L’Italia, in generale, è un caso complesso, per questioni di natura economica, ovvero per l’incapacità, o il malcostume, di amministrare un potenziale: se investi male raccogli di meno. 

 

Patrick Tuttofuoco intervista

Patrick Tuttofuoco © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Tu insegni arti visive alla Naba. Rispetto alle cose che ci siamo detti finora, quanto incide la formazione nella crescita culturale in senso ampio?
La scuola è importantissima, che sia essa pubblica o privata. Io ho studenti al novanta per centro stranieri che arrivano in questa città con aspettative varie e un vocabolario diverso. Portano qualcosa di nuovo ma allo stesso tempo hanno bisogno di un processo di traduzione culturale, a volte addirittura pratico. 

 

Il ruolo della formazione è alla base dello sviluppo, esattamente quanto la capacità di investire nella cultura.

 

Se ci fossero più fondi per l’arte io sarei felice, ma una città cresce da un insieme di cose, e Milano fa i conti con una bellissima tradizione legata al design. Negli anni è diventata molto scoppiettante e in un certo senso superficialotta sotto alcuni aspetti: ma la legacy c’è ed è una cosa su cui si può e si deve lavorare. Chiaramente il design ha un rapporto con l’industria, non è concetto puro, però la capacità di svincolarsi da un momento di empasse sta proprio nel sapere costruire un rapporto sano con l’industria, e Milano l’ha sempre fatto.

Ma è importante anche che questo rapporto venga continuamente messo in discussione per funzionare in maniera costruttiva. Con i tuoi studenti questo avviene? Come lavorate insieme?
Io tengo due corsi, al primo e al secondo anno, e come dicevo prima i miei studenti formano un conglomerato umano molto complesso: ci sono ragazzi di diverse nazioni, di diverse estrazioni, uno arriva dalla Cina, l’altro dalla Russia, l’altro ancora dagli Stati Uniti e questo rende l’insegnamento ancora più complesso. Il lavoro nei primi mesi consiste nel costruire un contesto dove potersi muovere assieme e deve essere un terreno nel quale anche io devo dare tanto.

 

L’insegnamento è un’attività che si deve svolgere con estremo piacere ed estremo impegno, ma è fondamentale rigenerarsi nel processo, che altrimenti ti consuma. È un lavoro, dal punto di vista etico e pratico, difficilissimo e deve essere fatto con profonda generosità e apertura.

 

Patrick Tuttofuoco intervista

Patrick Tuttofuoco © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

E all’interno del tuo percorso qual è l’opera, la persona o l’esperienza che ha cambiato il tuo sguardo sul mondo dell’arte?
Uno dei momenti di grande emozione legati all’arte è stato durante il liceo e lo devo alla professoressa Paola Mola, una degli esperti più rilevanti a livello internazionale del lavoro di Medardo Rosso. Quando parlava di questo artista e delle sue opere pensavo “questo è una bomba”. Lei era in grado di trasmettere non tanto le nozioni, ma quella sensazione sacra che trascende la preparazione e l’attenzione ai dettagli, e che è proprio immateriale: l’emozione dell’arte. Io mi emozionavo tanto, studiavo perché avevo voglia di studiare, ed è stato grazie a lei. 

 

Patrick Tuttofuoco intervista

Patrick Tuttofuoco © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Il termine visivo negli ultimi anni ha subito un ampliamento di significato, di sfaccettature che nessuno poteva immaginare. In questo contesto la tua visione di ciò che fai è cambiata, è maturata?  Cosa significa arte visiva oggi?
È vero che ha molti più significati di un tempo, perché abbiamo uno strumento che galoppa in maniera potente legato a internet, che ha ampliato la banda, ma io credo che allo stesso modo sia diminuita l’intensità del segnale. Bisogna stare attenti però, perché si fa sempre presto a dire arrivano i barbari: da un lato è importante mantenere alta la soglia di attenzione, perché non è che tutto quello che succede è sempre positivo. Dall’altro però, tutto quello che succede succede e quindi va accettato, non bisogna neanche fermarlo, bisogna solo trovare un equilibrio.

 

In questo dualismo il termine arti visive è stato sicuramente ampliato e stretchato, impoverendo la capacità di intervenire. L’arte però è salva, perché va ben al di là: è un’esigenza dell’essere umano.

 

C’è un altro fattore che non abbiamo messo in gioco, che secondo me è uno dei più decisivi sia positivamente che negativamente, ed è il ruolo del mercato, più che degli strumenti come Instagram o la comunicazione in generale. É il mercato che ha messo sotto stress il sistema dell’arte, e lo stress può produrre delle evoluzioni o delle rotture.

 

Patrick Tuttofuoco intervista

Patrick Tuttofuoco © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Qual è il tuo rapporto personale, per esempio, con il sistema delle gallerie e con il loro ruolo all’interno di questo meccanismo?
Direi che sono vittime e carnefici al tempo stesso, nel senso che le gallerie, come sistema, sono esplose coprendo una superficie ampissima, ma perdendo di densità. In questa esplosione, in questo moto centripeto violento, la tecnologia ha sicuramente fatto da catalizzatore producendo un’accelerazione folle a vantaggio del mercato.

 

Le gallerie sono però solo uno degli elementi del mercato, che attualmente non aiuta le realtà piccole e giovani che stanno cercando di costruire un’identità, ma sostiene le grandi realtà.

 

Una volta le istituzioni si rapportavano a questo sistema, ma avevano un’autonomia maggiore e riuscivano a lavorare con realtà più piccole, generando una forma di dialogo che tendeva più a un equilibrio di quanto non accada ora. In questa logica c’erano delle gallerie che quindi erano in grado di sviluppare lavori di artisti che non sempre avevano forza sul mercato, ma che magari erano in grado di sviluppare un dialogo con le istituzioni. Anche le produzioni impossibili da vendere trovavano una forma di sostegno, e anche di collezionismo, da parte delle istituzioni. Invece, adesso, le istituzioni vengono sostenute in qualche modo dalle gallerie e le gallerie sono sempre più grosse. Questo fenomeno però non accade solo nel mondo dell’arte, ma in tutti i settori.

 

L’arte non rappresenta una differenza nella tendenza globale e come tutto è risucchiata dalle logiche di mercato. Questo è secondo me uno degli impoverimenti più grossi.

 

Non perché il mercato sia il male, ma perché ha delle regole che il sistema dell’arte sarebbe bello avesse in una forma diversa, per produrre un’evoluzione nella ricerca. In più la stragrande maggioranza degli artisti, come me o anche chi lavora a livelli molto più alti, non ha la possibilità di porre criticità su questo tema.

 

La questione della banana di Cattelan va presa in questo senso come spunto di riflessione, non tanto per la capacità di Maurizio, come sempre, di tirare fuori dei nervi scoperti, ma perché lui in modo molto furbo e intelligente ha dedicato la sua vita artistica a questo nervo scoperto.

 

Sarebbe bello che gli artisti potessero dedicarsi però anche ad indagare altri temi e per farlo devi avere un mercato forte, devi essere aggressivo, e in termini di ricerca questo rappresenta un grande limite.

 

Patrick Tuttofuoco intervista

Patrick Tuttofuoco © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Se dovessi spiegare cosa fai tu all’interno di questo marchingegno complicato, come lo descriveresti?
Partiamo dalla mia ricerca, che in qualche modo è solo il prodotto di quello che io sono in quanto essere umano, e poi artista.

 

Quello che mi interessa in questo momento è cercare di ricostruire un’immagine dell’uomo e della sua capacità di relazionarsi con il suo momento storico, con la società e con il suo sistema di riferimento.

 

L’uomo, come dicevamo, si è trovato al centro di un processo folle di mutamenti accelerati, un processo così veloce che gli ha fatto persino perdere il senso del movimento. Io lo racconto attraverso l’arte, perché è lo strumento di ricerca che mi offre più potenzialità per provare a comporre un ritratto di questa figura umana esplosa, che non è ancora in grado di ricostruirsi. Io sto facendo fatica e rileggo la stessa difficoltà nel mondo attorno a me. Dopo la crisi del 2008 ho iniziato questo processo di indagine per me stesso, perché stavo cercando di capire la mia identità personale.

 

Le forme che ho sviluppato nel mio lavoro, prodotte con le mie mani, mi hanno aiutato a definirmi.

 

Dopodiché mi sono aperto a un contesto più ampio ed è entrata in gioco la figurazione diretta, perché volevo cercare di capire come era fatta questa figura dell’essere umano, un’entità composta da moltissimi individui, che è il mondo che sta di fronte a noi, ovvero gli altri. L’esigenza espressiva è quindi ritornata ad essere la stessa di quando ho iniziato, cioè quella di ricostruire un’identità di gruppo, anche se il gruppo è cambiato.

 

Patrick Tuttofuoco intervista

Patrick Tuttofuoco © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Qual è stato un importante momento di svolta nel tuo lavoro in questo senso?
Una mostra che ha rappresentato questo cambiamento è stata quella che ho fatto alle OGR a Torino e che inaugurava lo spazio nel 2017. In quel momento, nello scenario che ho descritto, è subentrato un elemento che riconosco come possibile chiave di lettura: un desiderio di qualcosa che ha a che fare con la trascendenza. Devo ancora lavorare su questo tema ma mi riferisco a quel processo, completamente laico e insito nella natura umana, di ricostruirsi una dimensione al di là della materia e al di là della produzione. 

Come se fosse un appiglio, o una sorta di garanzia ultraterrena?
No, come se fosse uno strumento di salvezza da coltivare come fondamento. È difficile perché prevede un impegno costante, ma appartiene alla nostra natura ed è sempre stato una prerogativa dell’arte, non solo dell’arte sacra, ma di tutta l’arte: ciò che è in grado di spostare il fuoco non tanto sull’oggetto e sulla materia dell’oggetto, ma su come questa materia sia in grado di vivere grazie a qualcosa che sta al di fuori.

 

L’arte smaterializza la materia e porta la coscienza altrove. 

 

Patrick Tuttofuoco intervista

Patrick Tuttofuoco © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Come lo specchio che hai realizzato da poco per YOOX?
Anche quello è un paradigma, un trampolino per portare sia chi fa, sia chi guarda, in una dimensione che ha altre velocità rispetto a quelle dello spazio e del tempo materiale ormai completamente risucchiate. Mi rendo conto che è un’operazione complessa, ma è uno degli approcci alternativi a questo momento storico che sembra cannibalizzare tutte le possibilità all’interno di una logica di consumo. 

Che forma avrà questa operazione?
Ancora non lo so.

 

Da tre anni a questa parte uso la meditazione come strumento di indagine.

 

So che da un certo punto di vista sembra una cosa da fricchettone anni ’70, però mi ci sono posto con una consapevolezza diversa e con delle esigenze differenti, cercando di non dimenticare la dimensione quotidiana ma di usarla. Quindi sono consapevole di questo binomio e l’ideale sarebbe riuscire a trovare un equilibrio tra queste due forme: uno sviluppo scientifico accompagnato da una consapevolezza spirituale nuova.

 

L’arte è perfetta come strumento perché ha sempre parlato di questa trascendenza e da sempre ha raccontato “altro” producendo delle forme bellissime.

 

Il mercato, invece, è come se tenesse l’artista ancorato qui, perché qui è il luogo del consumo principale, e quando il mercato si renderà conto – e credo lo stia già facendo, ahimè – di quell’altra dimensione, probabilmente cercherà di assoggettarla al suo spazio e al suo tempo.

 

Di nuovo, anche la banana di Maurizio è assolutamente altro, ma Cattelan non è poi cosi diverso dal Beato Angelico, perché entrambi parlano di spostare altrove la propria consapevolezza, nel rispetto di questa dimensione.

 

Un’operazione però più difficile perché là ci sono ancora molti anticorpi, a patto che noi siamo in grado di riscoprire quella dimensione. Siamo assediati in qualche modo anche dalla sovrapproduzione visiva finalizzata a qualcos’altro, mentre al contrario dobbiamo ricostruirci noi. Quello che faccio adesso è proprio cercare di usare questi strumenti di lavoro come un novello fricchettone per iniziare a pormi determinate domande e tradurle nella mia pratica artistica.

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