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L’ambientaccio

La mediocrità, il denaro, le copie vendute, la vanità degli scrittori: Piersandro Pallavicini racconta “Nel giardino delle scrittrici nude” 

di Gabriele Ferraresi

Piersandro Pallavicini è uno degli scrittori più intelligenti d’Italia e di conseguenza nella vita fa altro, il professore universitario di Chimica.

Di quando in quando però pubblica un romanzo e sono sempre libri acuti, diversi, distanti anni luce dalle mode editoriali, proprio come l’ultimo Nel giardino delle scrittrici nude da poco in libreria per Feltrinelli. Di che parla? Di quanto è piccino e cialtrone il milieu degli scrittori italiani, di soldi e di cosa permette di fare il denaro, dei motivi per cui si scrive davvero.

Classe 1962, cresciuto nella provincia tra Vigevano e Pavia, Pallavicini ricorda il migliore Piero Chiara. Se non sapete chi è Piero Chiara, beati voi: avete tutto da recuperare. 

Nato a Vigevano, trasferito a Pavia, nel libro racconti Milano e si vede che la conosci bene: dove si sta meglio tra provincia e metropoli?
Si starebbe meglio a Milano, però Milano mi sembra una di quelle classiche città dove si sta bene solo se si è veramente ricchi; altrimenti no. Abitare a Milano in un quartiere di periferia non sarebbe il mio sogno, anche perché in provincia si sta bene.

A Pavia?
A Pavia si sta benissimo, è una città a misura d’uomo, una bella città. Se potessi permettermi di stare alle Cinque Vie magari starei a Milano, ma non posso permettermelo. 

Pregi e difetti della provincia?
Tra i pregi è tutto molto piccolo, molto a portata di mano, ti senti a casa dappertutto, non c’è lo spaesamento che invece in una città come Milano – o più grande ancora – provi quando esci dal tuo quartiere. Per i difetti è la stessa cosa, essendo Pavia più piccola ci sono poche cose che accadono, magari dal punto di vista culturale. In una città come Milano trovi qualcosa da fare qualsiasi sera dell’anno, a Pavia, Cremona, Mantova… 

Esiste ancora la provincia alla Signore & signori?
La provincia come si raccontava una volta in tanti libri secondo me si è persa. Il fatto che sei sotto una lente di ingrandimento, il pettegolezzo, quella provincia dei vitelloni, non esiste più.

 

La provincia piccolo borghese dove tutti sanno tutto di tutti, dove ci sono le famiglie in vista che ricevono i pettegolezzi di tutti gli altri non c’è più, è proprio cambiato il tessuto sociale.

 

Rimane la piccolezza, la scarsa offerta, le poche cose da fare, la noia: quello sì. 

A proposito di provincia: Piero Chiara o Alberto Arbasino?
Scelta difficile perché mi piacciono tutti e due moltissimo. Arbasino mi piace moltissimo per la satira che ha sempre fatto del demi monde culturale, soprattutto di quello. Poi tra l’altro sì, ha scritto della provincia all’inizio, ma poi è diventato uno scrittore romano più ancora che italiano. Invece Piero Chiara per le storie meravigliose e i nomi, no? Se dovessi dire a quale tipo di storia italiana mi ispiro in modo conscio o inconscio, c’è Piero Chiara.   

 

piersandro pallavicini intervista sapiens luz nel giardino delle scrittrici nude

Piersandro Pallavicini © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Nel giardino delle scrittrici nude è un attacco alla cialtroneria del nostro tempo, soprattutto nel mondo culturale: come facciamo ad arrestarla?
Arrestarla è impossibile, non c’è modo. O si elimina fisicamente una generazione con una strage – soluzione che non auspico – o ce la portiamo dietro. Ed è una cosa tipica degli italiani. Una cialtroneria comune al mondo delle arti e della politica, in parte anche dell’università, ma adesso molto meno. In qualche modo bisognerebbe fare quel che si è riuscito a fare nel mondo accademico: una selezione con la base della qualità. Lì è più facile, soprattutto se sei di un ambito scientifico ci sono le tue pubblicazioni, i tuoi brevetti, sono lì e hanno un valore ben preciso, determinato dai parametri bibliometrici. Ma sai, per la scrittura, per le arti, è un po’ difficile. 

È impossibile trovare un punto comune per giudicare
L’arte è proprio l’arte, opinabile, personale. La critica in fondo è l’espressione di un punto di vista, di un’indole, e trovare davvero quello che vale e non vale è una chimera. E poi questo gioca a favore del mantenimento dello status quo, le amicizie si passano di cerchia in cerchia…

 

Mai parlare male di qualcuno!
Quello è vietatissimo.

 

Ti porti dietro conseguenze per una vita se fai una cosa del genere. Magari non ti accorgi, ma poi non ti traducono nel paese X perché il consigliere della casa editrice francese è quello di cui hai parlato male… succedono veramente queste cose qua. 

Tu sei al di fuori di questi giri
Sono al di fuori. Per fortuna non ci devo vivere dentro, ho un altro lavoro che mi piace moltissimo. Perché con la scrittura – come racconto anche nel romanzo – a viverci sono pochissimi: ma fanno una vita infernale di impieghi satellite rispetto a quello che devono scrivere. 

Ti è capitato che qualcuno si legasse al dito una tua critica?
Anni fa facevo recensioni agli scrittori italiani. Quando mi capitava un libro che leggevo e non mi piaceva, lo dicevo esplicitamente. Questo mi è costato tre o quattro non dico litigate, ma episodi spiacevoli, con il recensito che si faceva vivo con me per dirmi che avevo scritto delle cose profondamente sbagliate, che non avrei dovuto scrivere. Il che non ha molto senso, perché appunto la recensione è basata, è vero, sull’indole e sul gusto personale, ma è anche vero che il mio vale quanto quello della persona che ha scritto. Sono stati episodi così sgradevoli che da allora ho deciso di cambiare approccio e di passare a quello attuale. Recensisco solo libri che mi sono piaciuti.

Non demolisci più?
Stroncature sì, ma magari su libri molto importanti. Per i libri che sono di scrittori al mio livello, diciamo “medio-sconosciuto” forse non è necessaria la stroncatura, quindi evito. 

 

piersandro pallavicini intervista sapiens luz nel giardino delle scrittrici nude

Piersandro Pallavicini © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Paolo Mereghetti diceva lo stesso a proposito dei film e della critica cinematografica: quelli grandi vanno da soli, la critica può aiutare o condannare i medio piccoli
Anche per i libri è così: se uno scrittore ha come break even una vendita sulle 1.000, 2.000, 3.000 copie – che è il break even di moltissimi di noi – ovvero il minimo di successo che ti consente di avere un altro libro con lo stesso editore, perché l’editore ci è rientrato, allora la critica conta. Sommando le tante critiche ricevute dai giornali e online magari cambia qualcosa in termini di vendite. Ma basta già anche un tipo di vendite che faccio io, che sono poco più su, tra le 5.000 e le 10.000 copie, che a quel punto i libri “vanno da soli”. 

È più cialtrone il milieu degli scrittori o quello della critica?
Quello della critica letteraria lo conosco poco, lo conosco per gli esiti che ha su di me o che ha sui miei colleghi, le recensioni, le ammissioni alle finali dei premi, dove lì sì contano molto i critici letterari. Quello degli scrittori invece è un ambientaccio.

 

Perché comunque uno scrittore deve essere un po’ psicopatico. Lo sono anch’io, lo ammetto. Siamo tutti molto strani, molto egocentrici, ma devi essere così, altrimenti non scriverai mai niente. Tutti pensiamo di avere qualcosa di interessante da dire, di avere delle idee e delle opinioni migliori di quelle altrui.

 

Quindi c’è uno scontro continuo, su tutto, tra gli scrittori.

Mettici anche che di soldi non ne girano tanti…
È un ambiente in cui le disponibilità economiche si sono sempre più ridotte, e molti comunque in questo ambiente lavorano. Vivono di questo al di là delle royalties sui libri, vendendo tutto l’indotto che circonda l’uscita di un libro – quindi le presentazioni, i festival, i premi, le scuole di scrittura e così via – e di conseguenza c’è una concorrenza abbastanza spietata.

Nessuna solidarietà tra colleghi?
C’è un guardare agli altri non in modo solidale e fraterno, eppure in fondo sono tutti scrittori, artisti, dovrebbero essere felici del successo altrui. Invece no, assolutamente. Come racconto in qualche capitolo del libro l’atteggiamento medio tra scrittori che non si conoscono è di cauto rispetto: ma giusto per evitare di mettersi le dita negli occhi. Intimamente si disprezzano l’un l’altro, vivamente.

È un periodo in cui le élite non se la passano bene, e tu sei scrittore e professore di Chimica: più élite di così. Gli intellettuali hanno delle colpe nel casino in cui siamo finiti?
Eh sì, la colpa c’è, è quella di pensare a se stessi in modo troppo indulgente, di avere troppa fiducia nelle proprie idee. Io però sono profondamente convinto della bontà delle idee delle élite, che hanno una formazione migliore di quella di chi non ha studiato tanto.

 

Sono convinto insomma che un’élite intellettuale, politica, governativa, funzioni meglio dell’uno vale uno. Insomma, del governo del popolo o della che ne so, programmazione culturale lasciata alla casalinga di Voghera.

 

Funziona meglio?
Funzionano molto meglio le élite. Però è vero anche che chi appartiene a queste élite lo sa e quindi si è sempre comportato in modo presuntuoso. Nel senso che nel momento in cui c’erano da spiegare le cose, le richieste di spiegazioni sembravano essere prese come atti di lesa maestà. Il chiedere perché una certa cosa funziona così, perché fosse eccelsa anziché come diceva qualcuno spazzatura, il rifiutarsi di spiegare e rispondere “Tu sei un cretino, sei un ignorante, cosa vuoi capire: dai retta a me perché so” è un grosso errore. È una banalità dirlo ma abbiamo fatto così per tanti anni, bisognerebbe smettere.

Mentana e Burioni non smettono, anzi: serve a qualcosa?
Mah, guarda, sì e no. Serve perché nel campo scientifico – come dice Burioni – è vero che la scienza non è democratica, ed è verissimo che non puoi prendere una persona che non ne sa nulla e convincerla nel giro di un’ora. Io però tutto sommato ci vedo un senso in un comportamento come quello di Burioni: se uno come lui ha un carisma, un’autorità, allora che la spenda, va bene. Poi a lato di questo ci vuole l’informazione, bisogna andare nelle scuole, parlare, bisogna raccontare la scienza contemporanea per quello che è.

 

piersandro pallavicini intervista sapiens luz nel giardino delle scrittrici nude

Piersandro Pallavicini © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Spiegare che cosa si sta facendo, le ragioni del perché i vaccini siano utili e non dannosi, del perché le nuove tecnologie servano e non siano un rischio, del perché i cibi bio siano una scemenza anziché qualcosa di più buono e più salutare per l’uomo. Se ci fosse una disponibilità o un tramite tra chi ha studiato e chi non lo ha fatto, farebbe bene a tutti. 

Se parliamo di élite non possiamo non parlare di scienza: abbiamo strumenti mai avuti prima nella storia dell’umanità per accrescere la conoscenza, poi su Netflix trovi il documentario sui terrapiattisti. Cos’è andato storto?
La rete non è gestita da chi ha la conoscenza, ma da tutti, e la maggior parte delle persone la conoscenza non ce l’ha. Non hanno la scienza infusa, non hanno gli studi alle spalle, e l’uso della rete rispecchia la formazione media della popolazione italiana e mondiale. Di conseguenza le informazioni che trovo lì sopra rispecchiano la poca informazione che abbiamo tutti: però c’è questa tendenza misteriosa a fidarsi di quello che scrivono gli altri lì, come se fosse scritto nella Treccani, e da qui si ingenerano appunto degli equivoci enormi. 

 

Basterebbe far pagare i commenti e gli status, vedi come cambierebbero le cose
Far pagare anche Facebook. La lettura no, ma ogni commento 10 centesimi. Alla fine dell’anno devi tirare fuori 500 euro per le cazzate che hai detto, magari a quel punto non le dici. 

 

Nel tuo libro il denaro è uno strumento di meravigliosa libertà: confermi?
Sì, non c’è dubbio. È un’ipocrisia dire che il denaro non conta, spaventosa. Un’ipocrisia che io non reggo proprio. Se hai tanti soldi puoi fare quello che ti pare, anche le belle cose che facevi senza, ma in più puoi farne delle altre. Non vedo proprio il senso di colpa che uno dovrebbe avere perché è ricco. Non vedo il peccato che commette chi ha guadagnato dei soldi, finché lo fa onestamente.

Sul tuo romanzo Massimiliano Parente ha scritto: “Di certo Pallavicini sarà deportato perché con la sua nonchalance ritrae il mondo letterario italiano per quello che è: un consesso di mediocri e leccaculi”: sei d’accordo?
Ehm! La risposta è contenuta nel libro, leggetelo, poi vedremo. 

Con questo libro ti sei un po’ vendicato: ci si sente meglio?
Massì, ma sai che io non so neanche se sia una vendetta. Non è una vendetta personale verso qualcuno o qualcun altro, se vuoi è uno stigmatizzare le brutture e le storture di un mondo, quello editoriale. Si sta meglio? No, non serve proprio a niente vendicarsi, ma mi sono divertito a scrivere questo libro, a rifugiarmi in questo mondo in cui potevo fare come volevo io e non dove dettano legge le regole delle varie consorterie. Però tutto lì, adesso mi ritrovo come prima. Non è cambiato nulla. 

Claudio Giunta ci aveva detto che scrivere bene diventerà un hobby di lusso, come suonare il piano: tu come la vedi?
Il linguaggio evolve. Se pensi al linguaggio degli anni ’20 del secolo scorso è completamente diverso da quello di oggi, e l’evoluzione attuale – complice anche internet e i social media – è verso il basso. Temo che si andrà sempre di più in quella direzione.

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