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Ultraitaliani: Renzo Arbore

Paraculo, geniale, rivoluzionario: i primi 80 anni di un galantuomo del Sud, adottato da Napoli e più italiano della pizza

di Federico Sardo

Paraculo, guascone, rivoluzionario: i primi 80 anni di un galantuomo del Sud, più italiano della pizza

Nel 1937 ne succedono di cose: c’è in corso la Guerra Civile Spagnola, il 20 luglio muore Guglielmo Marconi, inaugura Cinecittà.

E a Foggia? Be’, Foggia è un paesone di provincia, “fertile e vasto centro del tavoliere delle Puglie” almeno così propagandeggiano i cinegiornali Luce del tempoProprio a Foggia c’è una grande famiglia, numerosa, altoborghese, che vive in un palazzo intero in piazza Giordano, Palazzo Arbore: “In casa (…) c’è un padre dentista, uno zio sindaco, una nonna nobile, il ricordo di un avo famoso come Carlo Cafiero, anarchico ricchissimo e pazzo, morto in manicomio, Giangiacomo Feltrinelli di fine Ottocento” ricorda Camillo Langone in Cari italiani vi invidio.

Renzo Arbore nasce lì, nel 1937, anno XVI dell’era fascista.  

Nel 1937 la guerra è alle porte: ai bombardamenti che condanneranno Foggia a un massacro stile Dresda ’45 – abitanti di Foggia censiti nel 1936: 62.340. Vittime dei raid aerei nel 1943: circa 20mila – però manca ancora qualche anno. È storia del 1943: “Al suono della sirena accorrevano tutti a palazzo Arbore, “chi in pigiama, chi mezzo nudo, chi in accappatoio”. Per stemperare la tensione, un avvocato amico del padre di Arbore aveva inizialmente proposto di far esibire il ragazzino tra un’Ave Maria e l’altra” annota Marianna Rizzini sul Foglio.

E Napoli? La Napoli di cui Arbore diventerà poi ambasciatore nel mondo arriverà dopo: con la fine del secondo conflitto mondiale, quando si iscrive a Giurisprudenza. Lì cresce il suo amore per la musica, soprattutto per lo swing. Gira vestito all’americana, con i jeans che il padre disprezza in quanto “pantaloni da operaio”. Riguardo a quel periodo Arbore dichiara più volte di ritenersi l’ispiratore di Tu vuo’ fà l’americano di Carosone, che però smentirà sempre tuttoPresa la laurea – in 7 anni, con calma – chiede al padre un anno per provare a fare l’artista; il genitore acconsente.

Papà Arbore però fa bene a fidarsi, perché il figlio vince un concorso in Rai come programmatore di musica leggera. Non lo vince da solo: lo vince insieme a Gianni Boncompagni, che ricorderà così l’amicizia con Arbore in un’intervista al Messaggero del 2012: “Ci siamo sempre divertiti e non abbiamo mai litigato (…) Ci conosciamo da 50 anni: ci incontrammo la prima volta da Canova, sotto la vecchia sede Rai del Babuino. Aspettavamo lì, tutti quanti. C’era anche Baudo. Aspettavamo che succedesse qualcosa e non succedeva mai“.

Invece qualcosina successe.

 

Renzo Arbore nel 1990 © Edoardo Fornaciari / LUZ renzo arbore 80 anni

Renzo Arbore nel 1990 © Edoardo Fornaciari / LUZ

 

Arbore e Boncompagni infatti a partire dal 1965 rivoluzioneranno la radio italiana: Bandiera Gialla si apre con il messaggio “a tutti i maggiori degli anni 18, a tutti i maggiori degli anni 18, questo programma è rigorosamente riservato ai giovanissimi” e fa entrare nelle case italiane i Beatles, Otis Redding, i Rolling Stones, i complessi beat nostrani come l’Equipe 84.

In studio nel pubblico ci sono pressoché solo adolescenti selezionati tra i frequentatori del Piper, tra questi un giovane Renato Zero.

Dopo Bandiera Gialla, Arbore si inventa anche Per voi giovani, altro importante programma radio di musica rock e pop, ma la rivoluzione vera il duo la compie negli anni ’70 con Alto Gradimento, che Arbore ha poi considerato alla base anche del suo modo di fare televisione.

Il programma è un mix per l’epoca rivoluzionario di comicità e puro cazzeggio, anche molto improvvisato, in cui i due conduttori sono affiancati da una serie di comici, tra i quali spiccano Giorgio Bracardi e Mario Marenco. È un copione destinato a durare ancora oggi in programmi radiofonici come Ciao Belli o nella televisione della Gialappa’s Band.

La comicità è tra il surreale e il demenziale, sembra uscire da uno spazio fuori dal tempo e dal mondo, e anche e soprattutto in anni densamente politici come quelli è uno spazio di libertà assoluto, una fuga verso l’assurdo.

Nel 1976 arriva per Arbore il momento di fare un’altra rivoluzione, questa volta in televisione. Nasce su Rai 2 L’altra domenica, contraltare alla paludatissima Domenica In che va in onda in contemporanea sulla rete ammiraglia del servizio pubblico nazionale: L’altra domenica è fatta di momenti musicali e interviste, servizi giornalistici dal mondo – il punk londinese viene mostrato per la prima volta agli italiani in questo programma – con corrispondenti come Gianni Minà, Isabella Rossellini e Michel Pergolani, e soprattutto ancora la cifra stilistica del nostro, fatta di comicità, cazzeggio da bar, disimpegno intelligente.

È qui che nascono tanti talenti come quelli di Andy Luotto, Maurizio Nichetti, le Sorelle Bandiera, si confermano Marenco e Bracardi, ma soprattutto appare il primo, incontenibile, dissacrante Roberto Benigni. Sulla sua idea di televisione Arbore disse Io sono quello che ha sempre inseguito l’altra tv e ha fatto tutto il contrario di quello che andava di moda. Anche quando mi è stato offerto da Saccà e da altri di fare la prima serata del sabato ho detto di no. Io continuo a fare l’altra tv, come faccio l’altra radio, l’altro cinema e persino l’altro spettacolocome chiosa Dell’Arti nel suo Catalogo dei viventi

 

Dal ’76 al ’79, l’Italia era negli anni di piombo, la gente di domenica stava in casa, il nostro cazzeggio era salutare (…) Negli anni di piombo persino i brigatisti rossi volevano telefonare in diretta a “L’altra domenica”. Forse provarono (…) devono aver trovato le linee occupate. Adriana Faranda di recente mi ha rivelato che durante il caso Moro lei sentì che le BR pensarono di chiamarci

 

Vissuti da protagonista i ’60 e i ’70, nei primi anni ’80 Arbore si dà anche alla regia cinematografica. Sforna due gioielli, due film di culto assoluto, Il pap’occhio e FF.SS. – Cioè: “…che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene?”La storia del primo, realizzato usando come attori i protagonisti de L’Altra Domenica, è quella di Arbore che viene chiamato in Vaticano a gestire la televisione di Stato, ma il film (nel quale svetta un giovane Benigni) è un continuo, frenetico Hellzapoppin’, teatro dell’assurdo, pieno di citazioni e follie originalissime per l’epoca (un esempio? Le scene copiate da altri film, con la scritta in sovrimpressione a segnalarlo): cose mai viste in Italia, in anticipo anche sui film degli Squallor.

È un successo di pubblico, ma anche uno dei film più censurati e tagliati della storia italiana. Sequestrato “per vilipendio alla Religione Cattolica e alla persona di S.S. il Papa“, è stato ridistribuito negli anni ’90 – ma pesantemente tagliato – per poi essere infine riabilitato dalla Chiesa soltanto nel 2010.

Altra storia invece per FF.SS. – Cioè: “…che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene?”, che, racconta Arbore “cominciava con me che raccoglievo un copione di Fellini che volava giù dalla finestra mentre Federico faceva pipì. Gli feci vedere la pellicola in anteprima: pensavo di farlo felice… ci restò malissimo“.

Realizzato insieme a Luciano De Crescenzo – diventati amici quando scoprirono di avere la stessa fidanzata. Nulla di male, però magari non contemporaneamente – è la storia di loro due che provano a girare questo film perduto dal grande regista.

Manco a dirlo anche in questo caso l’assurdo domina la scena, insieme a mille comparsate tra cui quelle di Pippo Baudo, Boncompagni, Alfredo Cerruti degli Squallor, Costanzo, Pazzaglia, Lory Del Santo, Nando Martellini, Sandra Milo, Domenico Modugno, Gianni Morandi, Bobby Solo, Massimo Troisi, Claudio Villa, Gigi Proietti, Renato Guttuso e Severino Gazzelloni: un parziale elenco che da solo può dare l’idea del mondo folle in cui ci stiamo muovendo.

 

Renzo Arbore nel 1990 © Edoardo Fornaciari / LUZ renzo arbore 80 anni

Renzo Arbore nel 1990 © Edoardo Fornaciari / LUZ

 

Dopo queste esperienze di successo, destinate al culto nei decenni a venire, Arbore chiude per sempre con il cinema e nel 1985 torna alla televisione. È il momento in cui costruisce il vero trionfo della sua carriera.

Nasce infatti Quelli della notte: uno dei programmi più importanti nella storia della televisione italiana. Ispirato all’improvvisazione jazzistica è ancora una volta un programma di ispirato, purissimo, geniale cazzeggio. Arbore dorme tutto il pomeriggio e consiglia ai suoi ospiti di fare altrettanto, per poi andare in onda riposato a improvvisare la sera, in un orario vago “verso le 23”.

E poi cosa succedeva? Succedeva questo: “In uno studio affollatissimo e arabeggiante – Andy Luotto dovette interrompere la parodia dell’arabo per le minacce di alcuni membri della comunità islamica – Arbore presenta una serie di personaggi pressoché sconosciuti fino a quel momento e che diventeranno subito popolarissimi: Nino Frassica, Simona Marchini, Andy Luotto, il professor Pazzaglia, Max Catalano, Roberto D’Agostino, Marisa Laurito”.

 

L’Italia è invasa dai tormentoni del programma: “Non capisco, ma mi adeguo”, “Non è bello ciò che è bello, ma che bello che bello che bello”, “edonismo reaganiano”, coniato da Roberto D’Agostino.

 

In termini d’ascolto, la trasmissione (in onda tutte le sere sulla Raidue di Giovanni Minoli), fa 800mila spettatori di media la prima settimana, tocca il milione e 700mila la seconda, il 22 maggio 1985 supera per la prima volta i 2 milioni, che tiene di media fino alla fine della quinta settimana. Nella sesta e nella settima, effetto valanga, si toccano i 3 milioni di spettatori con punte di share del 51% (7 giugno 1985. Si tenga conto che siamo in seconda serata)”.

Numeri e share bulgari, inimmaginabili oggi. 

Due anni dopo, nel 1987, fa il bis con un altro grande successo, quello di Indietro Tutta, parodia dei quiz televisivi che andavano per la maggiore, condotto in coppia con Nino Frassica. Il programma lancia volti nuovi come quelli di Mariagrazia Cucinotta, Francesco Paolantoni e anche una giovanissima Paola Cortellesi, corista del gruppo musicale che riempie di canzoni la trasmissione – viene anche pubblicato un disco, un altro grande successo.

Da allora si rifiuta di ritornare alla televisione – se non sporadicamente – e sceglie di dedicarsi a tempo pieno alla musica: nel 1991 fonda L’Orchestra Italiana, con la quale diventa in oltre 25 anni di attività qualcosa di molto simile a un ambasciatore della canzone napoletana nel mondo.

Non che abbia avuto tutti i torti a voler evitare la tv. Visto che “I Bracardi sono scomparsi come le lucciole di Pasolini e i vitelloni di Fellini. Come la goliardia, il liceo classico, il posto sicuro”.

 

“In giro sento parlare solo di borsa, di politica, di sport. Non esiste più quella conversazione inutile, oziosa, fatta di scherzi e di fandonie, che è stata la mia fortuna”.

 

E ancora: “A Mario Marenco è subentrato Fabio Fazio, uno che ad Arbore ha usurpato il gilet e nient’altro. Non lo spirito, che non si può rubare e soffia dove vuole” concludeva sempre Langone in Cari italiani vi invidio.

Scapolo convinto ma uomo di grandi passioni, intervistato da Aldo Cazzullo ha fatto un bilancio di più di cento donne, sette innamoramenti e tre grandi amori, di cui un unico grandissimo.

Ha avuto storie famose con Gabriella Ferri e poi con Mara Venier fino al 1997, ma quella più importante è stata con Mariangela Melato, nel corso degli anni ’70 e poi di nuovo dal 2007 fino al giorno della morte di lei, avvenuta l’11 gennaio 2013. Mai sposati. “È stato il grande errore della mia vita. Mia madre mi aveva già preparato i documenti… (…) Giancarlo Giannini sostiene che Mariangela è stata la più grande attrice di tutti i tempi. Eduardo, che ci ospitava ogni sera alla sua tavola nei locali del teatro Eliseo, quando in tempo di austerity i ristoranti chiudevano presto, la corteggiava perché facesse Filumena Marturano, ma lei non se la sentiva di impersonare una napoletana…sarei felicissimo di fare qualcosa in tv per ricordarla“.

Arbore non ha avuto figli – Mara Venier perse il loro bambino al 5° mese, nel 1990 – e raccontò di questo suo rimpianto in un’intervista a l’EspressoConsiglio a tutti gli amici più giovani di non perdere questa esperienza [diventare genitori, ndr]. Ma io non ce l’ho fatta, ero paralizzato dalla paura (…) che si ripetesse ciò che è già accaduto nella mia famiglia. Ho un cugino prediletto che abita ancora a Foggia nella nostra casa, Palazzo Arbore. Ma è nato male. Oggi ha 67 anni e la mente di un bambino di 6“.

 

[Molte delle citazioni di questo profilo sono tratte dal fondamentale Catalogo dei viventi. 5062 italiani notevoli, di Giorgio Dell’Arti e Massimo Parrini, Marsilio, 2006]

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