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La voce della memoria

Il calcio di ieri e il calcio moderno, i maestri, la radio che non invecchia mai: parla la voce più leggendaria dello sport italiano

di Alessandro Diegoli

A certe voci capita di finire lì, archiviate nella memoria collettiva. Non c’è un’immagine cui associarle, a volte c’è un momento preciso, magari un luogo; e poi solo una radio accesa da qualche parte con qualcuno che la ascolta. Capita a pochissimi di sintonizzarsi in questo modo sui ricordi degli ascoltatori: Riccardo Cucchi è uno di quelli cui è successo. 

Giornalista e radiocronista classe 1952, assunto in Rai nel 1979, dal campionato di calcio 1992/93 comincia ad alternarsi come prima voce con Sandro Ciotti ai microfoni di Tutto il calcio minuto per minuto. Dal 1994 in poi dai microfoni di una trasmissione complicata e raffinatissima, ascoltata da milioni di italiani ogni domenica pomeriggio, Cucchi racconterà 19 scudetti, alternandoli a 8 Olimpiadi e 6 Mondiali di calcio, sempre in radio.

A settembre per il Saggiatore è uscito il suo Radiogol, “un memoir in cui scorrono trentacinque anni di calcio perduto e ritrovato” e un atto d’amore verso la radio e i suoi protagonisti.

 

Riccardo Cucchi intervista

Riccardo Cucchi © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Una cosa che mi ha colpito fin dalle prime pagine di Radiogol è l’elogio della “sottrazione”. In quest’epoca di sproloqui e didascalismo, la sottrazione è un valore ancora coltivabile?
Sì e si deve applicare. Secondo me è un valore assoluto, direi non soltanto per chi fa radio. Per noi è addirittura un obbligo: come sappiamo bene, la radio ha bisogno di poche parole e giuste. Poi questo principio si può applicare anche al racconto in diretta, in particolare nello sport: in questi casi la regola della sottrazione è ancora più valida. 

Anche nella scrittura?
Certamente. Qualunque scrittore sa benissimo che deve lavorare per sottrazione se vuole che il suo testo risulti coerente e facile alla lettura. Deve ridurre il numero di parole per lasciare soltanto quelle che davvero hanno un valore. Mi permetto di dire che questo principio può, e anzi dovrebbe, essere applicato nella vita quotidiana di ciascuno di noi.

 

Le parole sono importanti, ma rischiano di diventare superflue se usate in modo esagerato: troppe parole fanno perdere di vista il vero senso e il profondo significato di quello che stiamo dicendo. La comunicazione è l’esercizio che ciascuno di noi fa ogni giorno ed è più funzionale se si punta alla qualità più che alla quantità delle parole che utilizziamo. 

 

Ci sono pagine in cui ha “sottratto” per pudore, evitando di raccontare alcuni aspetti dei suoi predecessori della prima stagione di Tutto il calcio su cui è meno indulgente?
No, non ci sono aspetti che non ho voluto raccontare. Davvero. Le descrizioni di Enrico Ameri, Sandro Ciotti, di tutti i personaggi che ho avuto la fortuna di incontrare non è fatta per omissioni. Ma non confondiamoci: sottrazione non vuol dire omissione. Il ritratto che ho cercato di tracciare di questi straordinari maestri non è costruito sulle omissioni perché si trattava davvero di personaggi con una grande forza etica e morale. Mi stupisce piuttosto il fatto che tu mi abbia posto questa domanda. Temo che non ci siano più maestri come quelli, ecco perché i giovani come te sospettano che non fossero davvero come li ho dipinti. E invece era così. Due persone meravigliose! Questa gente non mi ha soltanto insegnato a lavorare, mi ha insegnato a stare al mondo. Credo che oggi ci sia un grande bisogno di maestri così. 

Ha ragione, mi rendo conto anch’io che forse abbiamo una forma mentis diversa
È normale, ogni generazione fa i conti con la propria storia e con quello che ha potuto o dovuto vivere. Le cose che sento mancare di più in questa nostra epoca sono la dirittura morale e l’etica del mestiere. Oggi viviamo di inganni. Siamo circondati da persone che cercano di arrampicarsi socialmente mettendo davanti a tutto la loro personalità, il loro ego senza mettersi davvero al servizio delle persone. Questo vale nella politica, nella cultura, nel giornalismo. 

 

Riccardo Cucchi intervista

Riccardo Cucchi © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Il microcosmo di Tutto il calcio era una particolare un’isola felice?
Il concetto di “isola felice” mi rattrista. Se abbiamo bisogno di un’isola felice vuol dire che il mare intorno è triste e disperato. Credo che il contesto “felice” debba essere in grado di contaminare ciò che c’è intorno. Se abbiamo un’idea chiara di quelli che sono valori positivi allora non devono essere riservati a una cerchia di persone o a un luogo fisicamente circoscritto, ma devono essere patrimonio di tutti. Credo che la trasmissione inventata da Moretti, Zavoli e Bortoluzzi nel 1960 fosse straordinariamente moderna e rivoluzionaria.

 

Ha rifondato il principio stesso della radio: aprendosi al racconto minuto per minuto del calcio, ha permesso il racconto minuto per minuto di tutta la realtà che ci circondava, quindi non è stata “solo” un’isola felice, come lo confermano i 25 milioni di ascoltatori che seguivano la trasmissione negli anni ’60. Mi piace pensare che raccontare con lealtà, da “testimoni della realtà” – come Enzo Biagi definiva il nostro mestiere di giornalisti – sia un patrimonio non da isola felice, ma da territorio vasto, ampio, che coinvolga tutti.

 

Agli esordi Tutto il calcio minuto per minuto ha raccontato solo i secondi tempi delle partite, per evitare che la gente stesse a casa e non andasse allo stadio. Guardato con gli occhi di oggi risulta quasi un pensiero ingenuo, quasi romantico. Ha nostalgia di quel calcio?
Appartengo a quella generazione per cui il calcio si vede allo stadio. La partita “vera” è quella che vedono gli spettatori sugli spalti. Quella raccontata in televisione è, appunto, una narrazione. Sono stato bambino in un’epoca in cui il calcio non si vedeva, ma si ascoltava e basta.

 

Il giorno in cui mio papà mi portò allo stadio per la prima volta fu un’emozione incredibile. Ricordo perfettamente il momento in cui, salendo i gradoni dello Stadio Olimpico di Roma, mi è apparso davanti agli occhi il campo verde. Rimasi così colpito che ho continuato a rivivere quell’emozione ogni volta che sono entrato in uno stadio, fino all’ultimo giorno del mio lavoro. Quell’emozione mi ha accompagnato per tutta la vita. 

 

Vale anche per i bambini di oggi?
Me lo domando spesso. Oggi un bambino, entrando in uno stadio, può vivere il fascino che vivevo io? La narrazione televisiva moderna delle partite si avvicina molto di più alla fiction che non alla realtà inoltre oggi un bambino è abituato a vedere il calcio in televisione, con i primi piani, le immagini strette, le telecamere che seguono il pallone o indagano sull’ultimo tatuaggio di un calciatore. Quando poi entra in uno stadio siamo sicuri che non resti deluso? Probabilmente chiederà al papà perché non ci sono i replay e perché non riesce a capire che cos’ha sul braccio quell’attaccante. 

 

Riccardo Cucchi intervista

Riccardo Cucchi © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Ai tempi dell’introduzione della “giornata spezzatino”, con partite di campionato sparse dal venerdì al lunedì, quale fu lo stato d’animo di voi radiocronisti?
Eravamo abbastanza preoccupati. La prima novità fu una partita raccontata alle 20:30. Per noi abituati a seguire, vedere o ascoltare le partite alle 15:00 fu un enorme stravolgimento. Arrivavamo da un’epoca in cui la Federazione Italiana Gioco Calcio (non esisteva ancora la Lega Calcio) cedeva i diritti radiofonici alla RAI soltanto per i secondi tempi perché temeva che le radiocronache integrali in simultanea inducessero gli amanti del calcio a rimanere a casa ad ascoltare la radio, anziché andare allo stadio. Pensammo tutti quanti che l’avvento delle nuove piattaforme televisive potesse condizionare pesantemente la radio.

E invece…
Invece non è avvenuto. Certamente oggi non ci sono gli ascolti di una volta, ma anche per la televisione è impossibile tornare ai 20-25 milioni di telespettatori che avevano un tempo le radiocronache delle partite la domenica pomeriggio. Non è avvenuto anche perché lo “spezzatino” come quello al quale assistiamo in questo momento vorrebbe spettatori che si siedono sul divano alle 20:30 del venerdì e si alzano il lunedì alle 22:30 proseguendo anche il martedì, il mercoledì e il giovedì perché ci sono settimane con una partita al giorno. Proprio lì entra in gioco la radio che sostituisce la televisione quando non possiamo stare seduti davanti ad uno schermo: in macchina, al computer, al cellulare.

 

Paradossalmente è proprio questa parcellizzazione delle partite, questo “spezzatino”, che ha valorizzato l’ascolto radiofonico, rendendolo un’esperienza unica e alternativa alla televisione. Ecco spiegato il motivo per cui Tutto il calcio ha ancora ascolti molto alti.

 

Ha svelato di essere tifoso della Lazio solo dopo la fine della sua carriera: è un altro segno di un galateo giornalistico d’altri tempi?
È stato un mio impegno preciso a cui ho tenuto fede per 40 anni. A tutti coloro che mi domandavano: “Per quale squadra tifa?” io rispondevo sempre “Se ce n’è una, lo saprete quando avrò smesso di lavorare“. Credo che dovrebbe essere una regola per chi fa il mio mestiere. Chi lavora alla radio, soprattutto nel Servizio Pubblico, parla a persone che lo ascoltano da Bolzano come da Caltanissetta, tifosi di ogni squadra che hanno il diritto di vedere rispettata la loro passione. Poi è chiaro che manifestare una fede calcistica può creare dei pregiudizi. Basta un aggettivo sbagliato o una valutazione non condivisa per poter far esclamare: “Ecco l’ha detto perché tifa per quella squadra!

 

Riccardo Cucchi intervista

Riccardo Cucchi © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Quindi le Olimpiadi sono state un momento di sfogo perché lì si poteva, anzi si doveva, fare il tifo?
Certo, come anche quando scende in campo la nazionale! O come quando in una manifestazione internazionale gioca una squadra italiana. Quando in Champions League ho raccontato le partite del Milan, dell’Inter, della Roma, della Lazio e di tutte quelle che si sono alternate in questi 40 anni, la mia partecipazione emotiva era più evidente nei confronti della squadra che rappresentava il nostro Paese.

 

Naturalmente non vuol dire che la partecipazione emotiva impedisce a un radiocronista di mantenere la sua obiettività: un calcio di rigore fischiato contro una squadra italiana va valutato in modo corretto, non si può dire che è ingiusto solo perché fischiato contro.

 

Inoltre va riconosciuto il valore che sta dimostrando la squadra avversaria. L’obiettività non va confusa con la partecipazione emotiva che non deve e non può cancellare il dovere dell’oggettività di un radiocronista.

In quanto radiocronista è mai stato considerato meno importante dei suoi colleghi della televisione?
C’è sempre stata una disparità di trattamento tra il materiale televisivo e il materiale radiofonico ma nonostante questa disparità la radio non è affatto un mezzo di serie B, anzi. I dati dimostrano che c’è una tendenza generale a scegliere la radio e non parlo solo della RAI, ma della radio in generale. Recentemente in un sondaggio apparso sul Corriere della Sera, il 67% degli intervistati sosteneva che la radio fosse il mezzo più attendibile sul piano dell’informazione.

Poi lavorare con la radio è più veloce
Sì, e molto più semplice. Ti basta un cellulare e sei immediatamente in grado di metterti in contatto con la tua redazione per andare in onda e raccontare. Invece la TV ha bisogno della telecamera, ha bisogno di un satellite, ha bisogno di più figure professionali. Il problema maggiore poi è la trasmissione delle immagini. È molto più semplice la trasmissione attraverso la voce e questo ha significato da un lato una certa trascuratezza da parte degli organizzatori nei confronti della radio ma dall’altro la tecnologia ha consentito grandi risparmi alle aziende. Negli ultimi anni i radiocronisti sono andati in giro ovunque nel mondo senza assistenza tecnica, montandosi la postazione da soli e spesso senza nemmeno servirsi di un monitor.

In che senso?

 

Questo è un dettaglio che molto spesso sfugge a chi ascolta la radio: non sempre il radiocronista ha a disposizione un monitor. Ad eccezione di Mondiali e Olimpiadi, in molte radiocronache non è presente uno schermo davanti al cronista. Persino in partite di Serie A. Dunque si racconta la partita proprio come la raccontavano in passato Nicolò Carosio, Enrico Ameri, Sandro Ciotti: fidandosi esclusivamente dei propri occhi. 

 

 

Qual è il personaggio sportivo che l’ha più colpita?
Ho avuto la fortuna di intervistare moltissimi personaggi: da Platini, a Maradona, a Totti, a Baggio, a Del Piero o ancora Gullit… potrei fare un elenco lunghissimo. Di sicuro mi piace ricordare il dialogo sempre molto stimolante che si poteva avere con uno del calibro di Arrigo Sacchi. Oppure scavare nella grande sensibilità di un uomo di calcio e di campo come Osvaldo Bagnoli, protagonista dello storico scudetto del Verona. O personaggi che qualcuno ha dimenticato come Enzo Pascutti, grande protagonista di un’epoca di calcio incredibile ed emozionante, ma anche vittima di quella catastrofe rappresentata dalla sconfitta della Corea ai Mondiali del ’66. Poi ho avuto la fortuna di interloquire per 20 minuti davanti ad una tazzina di caffè con Diego Armando Maradona, personaggio straordinario non soltanto sul piano calcistico, ma anche per la sua personalità semplice e complessa.

 

Riccardo Cucchi intervista

Riccardo Cucchi © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Quello che le ha dato più filo da torcere?
Potrei dirti per esempio che un allenatore con cui è stato piacevolissimo confrontarmi per la sua intelligenza e anche per la furbizia con cui era in grado di gestire le domande e indirizzare l’intervista era José Mourinho.

Quindi non ce n’è uno in particolare?
No, devo dire che da tutti ho cercato di prendere qualcosa. È molto importante capire che quando si intervista una persona lo si fa a beneficio degli ascoltatori, quindi le domande devono essere cercate e trovate pensando a cosa vorrebbero sapere coloro che sono in ascolto. Un’intervista è sempre uno scambio, si dà e si riceve. Mentre intervistavo cercavo anche di apprendere, di capire e di acquisire informazioni e competenze. Per esempio parlare di calcio con Carlo Ancelotti persona pacata, intelligente, ironica, significava anche capire molto del calcio. 

 

C’è una frase di Mourinho che mi è rimasta impressa: “Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio“, perché pensare di fare il giornalista specializzato sportivo, calcistico, politico, di cronaca nera o giudiziaria, e pensare che tutto il mondo si possa rinchiudere in quella specializzazione significa non fare bene il proprio mestiere. Il nostro orizzonte deve essere sempre largo, dobbiamo andare oltre quella che è la nostra specialità sul piano lavorativo.

 

Se oggi avesse la possibilità di sbirciare un momento storico dello sport che non ha avuto la fortuna di vivere, quale sceglierebbe?
Vorrei vedere arrivare all’orizzonte, all’interno di uno stadio gremito di gente, un uomo barcollante per aver percorso oltre 40 km, stanco, distrutto, che impiega quasi 10 minuti per percorrere gli ultimi 500 m ed è aiutato alla soglia del traguardo da un giudice che si commuove. Vorrei raccontare l’arrivo di Dorando Pietri alla maratona del 1908 alle Olimpiadi di Londra. Vedere il primo al traguardo, tagliare il filo di lana – un filo di lana vero, che si rompe con il petto – ed essere squalificato proprio perché aiutato da un giudice a tagliare quel filo. Una maledizione contro la maratona italiana che fu riscattata soltanto 80 anni dopo, quando Gelindo Bordin vinse per la prima volta la medaglia d’oro Olimpica a Seul. Ecco, avrei voluto effettuare la radiocronaca dell’arrivo di Dorando Pietri.

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