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Umanesimo e scienza

La fede, sei figli e il successo sui social: parla la “divulger” Roberta Villa.

di Teresa Cardona e Federica Venni

La consapevolezza di sé raggiunta con fatica e una separazione che ha rappresentato uno spartiacque doloroso, ma fertile. Sei figli da accudire e una visibilità arrivata quasi per caso. Roberta Villa racconta la medicina e la scienza, con una naturalezza che ha conquistato molti follower.

La sua storia personale è la chiave del successo, inaspettato, che l’ha travolta in questi anni. Le sue fragilità sono diventate la sua forza e oggi, a 55 anni, può dirlo con orgoglio: “Mi sento finalmente me stessa”.

Una conquista che non tutte, o tutti, hanno la fortuna di raggiungere. Cosa significa?
Per la prima volta ho raggiunto un mio equilibrio: sono io, nel bene e nel male, mi conosco e sono consapevole dei miei difetti e dei miei limiti. Non credo che essere se stessi voglia dire essere senza filtri o non moderare i propri lati negativi. Anzi. Ripenso a quando ero ragazza e mi sentivo molto insicura, pur avendo tante carte in mano – ero bravissima a scuola, ero carina, non avevo problemi economici, avevo il mondo in mano – ma il semplice fatto di non esserne consapevole mi tarpava le ali.

 

Oggi ho sicuramente meno armi di prima, ma sono più consapevole del valore di quelle che ho.

 

E questo credo che mi dia una marcia in più, anche se è sempre lì in agguato quella che noi chiamiamo la “sindrome dell’impostore”: “Ma siete davvero sicuri che volte intervistare proprio me”, penso quando enti o riviste prestigiose come ad esempio la Open Society Foundations di Soros o Science mi chiamano per avere la mia opinione.

 

Non ho prodotto saggi o studi teorici importanti, le mie conoscenze vengono da ciò che ho imparato studiando Medicina, mentre ciò che so di comunicazione l’ho imparato sul campo.

 

Ora mi sono convinta che quando mi chiedono un parere è perché davvero vogliono sapere cosa penso io, e così racconto semplicemente il mio punto di vista, forte del mio bagaglio di esperienze. Credo sia sbagliato assumere, come facciamo spesso noi donne, un atteggiamento troppo remissivo. Per anni sono stata famosa per i miei “scusa”: infilavo quella parola ovunque e in molti me lo hanno fatto notare. C’è un meme, per me preziosissimo, che riportava tutti i termini sostitutivi: così, anziché dire “scusa se ho sbagliato” ho imparato a dire “grazie per avermi fatto notare questa cosa”. Vi fanno un complimento per un bel maglione: rispondete “grazie”, non “ah, ma l’ho comprato al mercato”.

 

Cambiamo abitudini, basta sminuirsi.

 

Roberta Villa intervista

Roberta Villa © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

C’è stato un momento particolare della tua vita che ti ha aiutata a diventare la Roberta di oggi?
Sì, credo che nella vita di tutti ci sia un momento intorno al quale ci sono un prima e un dopo. Per me la data spartiacque è il gennaio del 2009, quando mi sono separata da mio marito.

 

Una separazione che non ho voluto, che ho subito e che mi ha gettato in una prostrazione totale. Per due o tre anni sono stata una specie di zombie.

 

Ho sei figli, il più grande oggi ha 31 anni, la più piccola quasi 16: ecco, quello strappo, allora, ha modificato il mio rapporto con loro, in modo particolare con i due ragazzi più grandi che mi hanno sostenuta in modo straordinario.

 

Ero triste e piena di rancore, continuavo ad accusare il padre per il dolore provocato ai ragazzi, fino a che mi sono resa conto che la vera sofferenza, per loro, era avere una madre-mummia in casa. E finalmente mi sono data la prima scossa e ho ricominciato a vivere.

 

La seconda sveglia, poi, è stato un incontro durante una riunione di lavoro. Un vero colpo di fulmine: ero entrata in quella stanza depressa e struccata, ne sono uscita camminando a un metro da terra. Questa persona, con la quale non ho mai avuto una relazione sentimentale, mi ha cambiato la vita: si è creato un legame unico, quasi simbiotico, che mi ha dato la forza di cambiare. Un’amicizia eccezionale cui devo la mia svolta. Lui è il mio emisfero razionale, compensa tutto ciò che manca al mio carattere, senza il suo parere difficilmente prendo una decisione. Piano piano sono uscita dalla mia apnea ricominciando a respirare e mi sono resa conto di piacere ancora, come donna e come persona. Ho recuperato quell’autostima che negli anni precedenti avevo perso. Mi sono sentita libera e questo mi ha dato serenità.

 

Roberta Villa intervista

Roberta Villa © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Parliamo del tuo percorso professionale, cosa ti ha spinta a iscriverti a Medicina?
Dopo la maturità classica è arrivata la fatidica domanda: “E ora cosa faccio? Oscillavo tra Medicina e Lettere antiche perché mio padre, amante dell’archeologia, mi aveva trasmesso la sua passione, ma al tempo stesso, dopo cinque anni di liceo classico, sentivo il bisogno di studiare qualcosa di più pratico. Il tutto, poi, era alimentato da un sano e giovanile idealismo.

 

A diciott’anni volevo salvare il mondo!

 

Fu però una casualità, come spesso succede a quell’età, a farmi sciogliere la riserva: in coda per ritirare il modulo per iscrivermi a Lettere incontrai una ragazza che voleva iscriversi a Lingue. Il giorno dopo ci ritrovammo entrambe in fila per Medicina. Allora facevo la volontaria in ospedale e sognavo un mondo altruista: così decisi.

 

Ho studiato Medicina sempre con la lente del mio approccio umanistico: non ero fatta per la chirurgia, non ero abile con la manualità, anche fare un prelievo mi generava un’ansia spaventosa.

 

Avevo ottimi voti, ma sentivo che l’attività “sul campo” non faceva per me. E sono contenta di aver preso un’altra strada.

 

Roberta Villa intervista

Roberta Villa © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Ecco, come hai iniziato a fare la giornalista?
Ero interna al San Raffaele e il responsabile del mio reparto, il professor Claudio Rugarli – grande medico a cui va tutta la mia stima – era nel comitato di redazione di Tempo Medico, la prima rivista per i medici in Italia. Il responsabile del mio gruppo, Pietro Dri, un giorno ha lasciato la medicina per diventare caporedattore e mi ha chiesto di fare un’esperienza giornalistica: ero sposata da poco, avevo un bimbo piccolo e facevo fatica ad andare in ospedale. Ho accettato e ho capito subito che quella era la mia strada.

 

Scrivere di medicina mi piaceva da impazzire, lavoravo la mattina e il pomeriggio studiavo, mentre crescevo i primi due figli. Mi sono laureata col pancione del terzo, con una tesi sulla comunicazione medico scientifica.

 

Poi ho passato l’esame di Stato, ma non ho mai praticato. E sono sincera, non mi sono mai pentita.

 

I miei figli mi hanno sempre detto: “Sei l’unica al mondo che si è laureata in Medicina e poi è andata a fare un lavoro precario e mal retribuito”. È vero, ma vivo la mia precarietà e i sacrifici che comporta senza rimpianti.

 

Parliamo della tua famiglia
La mia famiglia è nata in contesto particolare. Io e il mio ex marito ci siamo sposati quando eravamo entrambi al quarto anno di medicina. Eravamo idealisti, volevamo laurearci per fare i medici in Africa ed eravamo animati da un forte sentimento religioso. Quando il primo figlio aveva meno di un anno abbiamo intrapreso il Cammino neocatecumenale, esperienza intensa e radicale che ci ha portati anche a costruire una famiglia numerosa. Venticinque anni di cammino sono stati cruciali nella mia vita, devo a quel periodo una buona parte di ciò che sono ora, anche se poi non ho condiviso la direzione che ha imboccato.

 

Quella mia appartenenza spiega anche perché, quando mio marito se n’è andato di casa, ho continuato a portare la fede al dito per cinque anni: lui era l’uomo che Dio aveva scelto per me, non era contemplato che io potessi ricostruirmi una vita. Così sono rimasta frustrata e ingabbiata in quella storia per molto, troppo, tempo.

 

Poi nel 2014 sono uscita da quell’ottica che credevo fosse un’adesione radicale ai principi cristiani. Mi sono resa conto che Dio Padre non poteva volere che io stessi in quello stato, e i miei figli con me. Mi sono ricordata che il principio fondamentale è l’amore suo per noi, e di conseguenza nostro per gli altri. Come declinarlo nelle singole situazioni non è sempre facile, ma non ci si può staccare da lì.

 

Roberta Villa intervista

Roberta Villa © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Sei ancora credente?

 

Sì, onestamente credo, forse più di prima. Per una strana reazione psicologica che non ho ancora metabolizzato fino in fondo, però, non riesco più ad andare in chiesa, a pregare.

 

Ma la mia fede è più forte. Faccio un esempio: se Dio è padre, io mi sento come un’adolescente che non chiama mai a casa, che non vuole partecipare alle occasioni di famiglia, che ha bisogno di sfogarsi, di stare fuori. Ed essendo io a mia volta madre di adolescenti, so bene che l’affetto non viene meno, neanche quando si chiudono in camera senza parlare. Aspetto che passi. E spero che Dio sia lì ad aspettare che mi passi. Il mio approccio è questo, adesso.

Sei figli, sono tanti…
Sì: Carlo Andrea, il più grande, ha appena compiuto 31 anni. Chiara, la più piccola, ne ha quasi 16 anni. Gli amici non fanno che ripetermi quanto sono bravi e belli. No – sorride, ndr – non studiano, fanno i disgraziati e mi provocano in continuazione con barzellette e battutacce. Sono molto orgogliosa di loro perché pur nelle differenze, talvolta incolmabili, che li caratterizzano, nei momenti di difficoltà si compattano come una testuggine romana coltivando un senso di solidarietà familiare che ancora mi stupisce. Spero che tutto ciò duri nel tempo, anche quando io non ci sarò più.

Torniamo alla tua carriera da giornalista scientifica
Il mondo del giornalismo scientifico si è evoluto molto negli ultimi anni ed io con lui. Dopo le riviste mediche ho scritto per alcune testate generaliste, ho collaborato a lungo con l’agenzia giornalistica ed editoriale scientifica Zadig, ma con il lavoro da freelance, si sa, non si campa. Così mi sono dovuta reinventare. Nel 2009 mi sono occupata della pandemia da A(H1N1), la cosiddetta “suina”. Poi è iniziato il periodo delle collaborazioni ai progetti europei: due dei quali, in particolare, sulla preparazione alle pandemie, mi hanno consegnato le competenze per potermi occupare dell’emergenza Coronavirus che stiamo vivendo. Ora collaboro a QUEST, un progetto europeo sulla comunicazione della scienza in Europa all’Università Ca’ Foscari di Venezia, un contesto umanistico in cui mi sento valorizzata.

 

Perché sì, sono giornalista scientifica, ma con la scienza ho un rapporto particolare. Sono sempre quella “che ha fatto il classico”. Cerco sempre di fare sintesi davanti alla marea di numeri che incontro tutti i giorni, cioè, tendo a escludere quelli che non sono indispensabili. Anche adesso che sul Coronavirus ne girano moltissimi, cerco di trasmettere quei pochi che ritengo fondamentali.

 

Roberta Villa intervista

Roberta Villa © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Oggi hai una grande esposizione mediatica e sei riconosciuta come persona competente. E, soprattutto sui social, sei stata capace di costruire una tua identità molto precisa e apprezzata. Come sei diventata “autorevole”?
Ho iniziato con il mio racconto personale su Facebook – con hashtag #casasalaris, ndr – quando mi sono separata. Mi sentivo sola e, essendo molto estroversa, ho utilizzato i social network come finestra sul mondo. È qui che ho conosciuto la maggior parte delle persone che frequento oggi.

 

E come sei passata dal racconto personale alla divulgazione scientifica?
Quando è arrivata la crisi dei vaccini, essendomi più volte occupata di questi temi, ho cominciato a fare divulgazione scientifica su Facebook. Lo stile di comunicazione personale e quello professionale si sono un po’ mescolati.

 

La “popolarità”, diciamo così, è arrivata quando Beatrice Mautino, ma soprattutto Dario Bressanini – che ha il merito di aver fatto da pigmalione a tutta una generazione di divulgatori scientifici – hanno cominciato a dirmi che dovevo assolutamente postare video su YouTube.

 

I miei figli, dall’altra parte, mi frenavano: “Mamma – dicevano – servono competenze che tu non hai”. Poi il caso, come sempre, ha fatto la sua parte. Nel 2017 fu approvato il Decreto Lorenzin e, benché io fossi contraria all’obbligo per le vaccinazioni, capii che stavano circolando troppe inesattezze sul tema. Acquistai un semplice cavalletto e una mattina, mentre bevevo il caffè, girai un breve video con il mio smartphone. Ha avuto un successo che mai mi sarei aspettata e da lì ho iniziato a farne altri. Poi è arrivato Instagram, per cui all’inizio ho nutrito un po’ di diffidenza. Facevo fatica su YouTube, figuriamoci con un altro social. Ma è stato proprio Instagram a permettermi di uscire da una bolla di “follower” interessati alla scienza e medicina per allargare la platea.

 

Il bello della discesa in campo dei divulgatori scientifici su Instagram è che hanno portato la scienza a gente che non pensava di potersi interessare alla scienza.

 

Persone normali che nella vita si occupano di tutt’altro. Beatrice Mautino, in particolare, ha rotto la bolla: parlando di trucchi e cosmesi ha raggiunto tra gli altri anche un pubblico femminile che con la scienza credeva di avere a poco a che fare, ma che poi quando deve vaccinare il proprio figlio ora sa a chi chiedere.

 

Adesso c’è chi, come Marco Montemagno, dice che bisognerebbe sbarcare su TikTok. Ma il tempo dove si trova? Ragazzi, io devo anche lavorare per vivere!

 

Roberta Villa intervista

Roberta Villa © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Qual è la chiave per rendere accessibile, e nello stesso tempo autorevole, il racconto della scienza?
Per prima cosa penso di parlare a mia sorella che è una persona completamente diversa da me, anche se mi compensa. Mi comporto come se dovessi rispondere alle sue domande o a quelle di un’amica.

 

Le mie non sono lezioni e non hanno la pretesa di esserlo, io cerco solo di dare una spiegazione a dubbi e interrogativi reali. Cerco di farlo in maniera documentata ma informale, con la mia tazza di caffè in mano.

 

Poi cerco sempre di non dare la pappa pronta, ma di fornire strumenti per interpretare la realtà.

 

Non ho la verità in tasca, ma provo a fornire i mezzi per interpretarla.

 

Che poi sono gli attrezzi che ci consentono di capire quando siamo davanti a una fake news o a una notizia vera. Le persone devono avere la giusta consapevolezza di quali siano le trappole mentali per non cascarci.

 

Purtroppo, le bufale non vengono diffuse soltanto dai Panzironi di turno, ma anche da molti medici. Il camice bianco non è sempre una garanzia, bisogna uscire dal principio di autorità e sviluppare uno spirito critico.

 

E noi “Divulger”, ci chiamano scherzosamente così, abbiamo il compito di alimentare questo processo.

 

Il successo social da una parte gratifica molto, dall’altra ci investe di una grande responsabilità.

 

Infine provo sempre a tenere a mente questo principio: la scienza è una disciplina, per definizione, in continuo divenire. Ciò che valeva dieci anni fa oggi magari non è più attuale. Non abbiamo certezze assolute, ma non per questo dobbiamo smettere di avere fiducia, anzi: va tenuto a mente che ciò che di più affidabile abbiamo a disposizione sono i dati scientifici. Anche se soggetti a evoluzioni e cambiamenti nel tempo.

 

Il bello della scienza è proprio la sua continua evoluzione, per cui vale la pena sostenerla e finanziarla.

 

Roberta Villa intervista

Roberta Villa © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

E le #cronacheelleniche?
In questa mia nuova vita da single, una delle cose con cui mi sono dovuta confrontare sono state le vacanze. Ero abituata ad andare in giro con sei figli, due macchine e tutto l’armamentario di una grande famiglia; mi sono trovata poi a inventarmi le vacanze da sola. Ho cominciato ad andare in Grecia, a girare tutte le Cicladi e, essendo sì sola ma così bisognosa di relazioni, ho tenuto un diario su Facebook nel quale raccontavo ai miei amici tutto quello che facevo e le persone che incontravo. Ho ricevuto compagnia e ho restituito, credo, uno sguardo su queste isole che amo tantissimo e sono il luogo in cui rinasco. Quest’anno ancora non ho prenotato: in questo momento vivo anch’io nell’incertezza legata all’epidemia di Coronavirus in corso.

 

A proposito del brutto momento che stiamo vivendo: come lo affronti? Come stai gestendo la tua numerosa famiglia?
Siamo tutti a casa.

 

I miei ragazzi ormai sono grandi: dopo un primo momento in cui volevano uscire un po’ di più, hanno capito.

 

La mia figlia più giovane, che frequenta il liceo, sente ovviamente la mancanza dei compagni di scuola nella quotidianità, ma è molto brava. Nel complesso sono contenta di come si stanno comportando. Abbiamo il nostro equilibrio e non invitiamo altre persone a casa, neanche per una cena.

 

Capisco che chi ha figli piccoli stia vivendo questa situazione con maggiore difficoltà.

 

Roberta Villa intervista

Roberta Villa © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Tanti si chiedono quanto e se possono uscire a prendere una boccata d’aria: cosa consiglieresti?
È consentito uscire all’aria aperta, anche perché – ricordiamolo – nell’aria non c’è nulla, basta non creare gruppi di persone. Chi vive in campagna, in questo, è facilitato.

 

Questo non è un problema che si risolverà in una settimana: è giusto perciò prevedere misure che siano sostenibili sulla distanza.

 

Ci sono regole da rispettare e sta al buon senso di tutti comportarsi in maniera responsabile.

 

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