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Never Ending Story

Tutto finisce. Tranne la monarchia britannica e il Real Madrid.

di Luca Forestieri

È una cosa a cui pensiamo poco, ma mentre siamo ormai con i piedi a bagno nel terzo millennio, il Regno Unito non è ancora una democrazia, ed è radicato attorno a un’istituzione – quella monarchica – piuttosto anacronistica, in cui poteri e privilegi di un’epoca passata vengono tramandati artificialmente a un’unica famiglia, e in cui i cittadini sono chiamati sudditi. 

Scevri da ogni forma di influenza e sovrastruttura, se guardiamo una qualunque apparizione pubblica in cui vengono accolti da urla, grida e commozione, l’affetto che viene riservato ai reali potrebbe sembrare ingiustificato, ai limiti di uno strano feticismo. Non si tratta di star del cinema, a cui riconosciamo un talento e un lavoro, ma di una famiglia che, sulla base di legami di sangue che assumono significato solo in quel particolare contesto, discende da un albero genealogico più fortunato di altri. 

Queste contraddizioni, comunque, non sembrano toccare gli inglesi. Secondo i sondaggi Ipsos Mori, meno di un quinto della popolazione vuole sbarazzarsi della famiglia reale e più del 75% preferisce che la Gran Bretagna rimanga una monarchia. La percentuale anti-monarchica è rimasta pressoché invariata negli ultimi cinquant’anni: 18% nel 1969, 18% nel 1993, 19% nel 2002 e 17% nel 2016, tanto che i sondaggisti l’hanno descritta come “probabilmente la tendenza più stabile mai misurata”. 

 

© Abbie Trayler-Smith / Panos Pictures / LUZ

 

La storia della monarchia britannica risale a più di mille anni fa, anche se l’inizio, come avviene spesso in questi casi, è discutibile, tanto che non esiste un sovrano universalmente riconosciuto come il primo re d’Inghilterra. Il sistema di monarchia parlamentare così come lo conosciamo oggi, invece, in cui “il re regna ma non governa” risale al 1215, quando con la Magna Charta vennero istituite l’House of Commons e la House of Lords, le due camere del Parlamento. 

Nel corso dei secoli, l’impero britannico si espanse e arrivò a includere paesi lontani come la Nuova Zelanda e il Canada. E ancora adesso, 15 ex colonie britanniche, oggi conosciute come regni del Commonwealth, riconoscono la regina Elisabetta II come proprio sovrano. 

Certo, con il passare del tempo, i poteri del monarca si sono via via ridotti, e oggi sono da considerarsi praticamente inutili a livello politico. La regina si limita a ratificare le leggi e ad approvare qualunque cosa esca dal Parlamento. “Se prima si distinguevano per le manie di potere”, ha scritto Mike Lee Pearl, che ha trattato la questione nel suo libro Il giorno in cui tutto finisce (Il Saggiatore), “Oggi la famiglia reale è considerata un insieme di celebrità sorridenti”. 

Robert Lacey, consulente storico per la serie Netflix The Crown, li definisce “promotori del buoncostume”: vengono invitati alle cerimonie d’apertura di una fabbrica o di un ospedale, vestono in modo elegante, hanno raramente atteggiamenti inopportuni, ci si aspetta che i più giovani si dedichino ad attività di beneficenza, dormono nei loro castelli, la regina indossa una corona, siede su un trono, e conferisce premi e onorificenze dando dei colpetti sulle spalle. 

 

© Abbie Trayler-Smith / Panos Pictures / LUZ

 

Il punto, però, è che questa “inutilità” non è un’attenuante ma un’aggravante.

 

Se non servono, perché (r)esistono? E perché i britannici sono così tanto devoti alla monarchia? 

 

Thomas Paine, un rivoluzionario oggi considerato fra i padri fondatori degli Stati Uniti d’America, fu uno dei primi che, attraverso un suo libro, assestò un duro colpo alla monarchia e gettò le basi per le argomentazioni degli anti-monarchici. Come ha raccontato Mark Easton, giornalista della BBC, nel 1776 iniziò a girare tra le colonie del Nuovo Mondo un pamphlet che aveva scritto, intitolato Common Sense . Era un manifesto per l’indipendenza e il repubblicanesimo americano, rivolto a tutti i cittadini delle colonie. 

A quel tempo, dopo la guerra dei sette anni, l’Inghilterra si trovava in serie difficoltà economiche e tentò di porvi rimedio con provvedimenti che imponevano alti dazi sui prodotti importati dalle colonie. Londra esigeva che i sudditi americani contribuissero al pagamento delle spese dell’impero e impediva lo sviluppo autonomo delle colonie. Fu in questo clima che si giunse alla completa rottura fra colonie e madrepatria, a cui seguì nel luglio dello stesso anno la Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America e la guerra. 

Secondo il manifesto di Paine, la composizione della Monarchia britannica era estremamente ridicola, e il pregiudizio degli inglesi nei confronti di un’istituzione così assurda e innaturale derivava, non tanto dalla ragione, ma da un senso di orgoglio nazionale. Paine aveva fatto centro e il suo manifesto è considerato ancora oggi come un testo sacro tra i repubblicani. 

La risposta a quelle argomentazioni arrivò circa un secolo dopo, in un libro di Walter Bagehot intitolato English Constitution. Le osservazioni che fece sono tuttora considerate centrali per comprendere il senso della monarchia britannica. Bagehot non cercava di giustificare la monarchia come razionale (anzi, accettava molte delle critiche di Paine), ma diceva anche che una “società vecchia e complicata” come l’Inghilterra richiedeva una filosofia più che mondana e banale. 

 

Per risalire al significato e al senso d’esistenza di un’istituzione come quella monarchica, quindi, non bisogna basarsi sul grado di potere che detengono. Per gli inglesi, infatti, questo significato è più irrazionale che razionale.

 

“Con il declino del potere coloniale e delle ricchezze dell’impero”, spiega Easton: “C’era un crescente desiderio di definire la grandezza come qualcosa di diverso dalla ricchezza e dal territorio. La Gran Bretagna voleva credere di essere, intrinsecamente, speciale”. 

 

I politici vanno e vengono. Ma mentre la nazione è stata scossa da crisi, stravolgimenti e guerre, la famiglia reale ha creato un senso di continuità e di unità, a cui la popolazione si è aggrappata in tempi di guerra e inorgoglita in tempi di pace. 

 

Oggi, tuttavia, ci si trova di fronte all’ennesimo banco di prova. Nell’ultimo anno, infatti, si sono registrati all’interno della famiglia reale alcuni segnali di sgretolamento e la piccola frangia di repubblicani è tornata a farsi sentire. 

A gennaio, il Principe Harry e sua moglie Meghan Markle, duchi del Sussex, hanno annunciato con un post su Instagram, di voler fare un passo indietro come “membri senior” della famiglia reale e di voler diventare indipendenti a livello finanziario. La regina Elisabetta II aveva poi risposto con un comunicato, considerato molto affettuoso e conciliante, riferendo che la famiglia reale aveva trovato un accordo con Harry e Meghan su come sarebbe avvenuto l’allontanamento dalla monarchia. 

In passato, i membri della famiglia reale britannica hanno sempre avuto rapporti più o meno complicati con la stampa e i tabloid britannici. E infatti, fra le ragioni elencate, la coppia aveva accennato al modo in cui i media si erano occupati di loro. Buzzfeed, ad esempio, aveva confrontato i titoli riservati a Kate Middleton con quelli su Meghan Markle, facendo emergere la palese disparità di trattamento. 

L’eco della dipartita di Harry e Meghan è arrivato fino in Italia, ma solo pochi mesi prima la famiglia reale ha dovuto affrontare un ulteriore preoccupazione, qui passata in sordina o comunque presto dimenticata, che ha interessato il Principe Andrew. 

Il figlio della regina Elisabetta II è sempre stato uno dei membri più discussi della famiglia reale. Il suo nome ha iniziato a circolare qualche anno fa all’interno di una causa che ruotava attorno alla figura di Jeffrey Epstein, un finanziere e imprenditore statunitense, amico di Andrew, che per anni aveva gestito un giro di prostituzione minorile. Nel 2014, il principe Andrew venne accusato di aver avuto rapporti sessuali con una minorenne durante alcuni incontri organizzati da Epstein. Epstein, dopo esser scampato alle prime accuse con un accordo controverso, è stato arrestato nel luglio 2019 e si è suicidato in carcere dopo un mese. 

Le indagini sui suoi complici sono andate avanti e le accuse nei confronti del principe Andrew sono ritornate con forza ad agosto scorso durante un’udienza di un tribunale di New York. Circa 15 donne, infatti, hanno parlato degli abusi sessuali che subirono da parte di Epstein. E una di loro, Virginia Giuffre, ha parlato del Principe Andrew, dicendo di essere stata obbligata ad avere rapporti sessuali quando aveva 17 anni, e ha invitato il principe a confessare perché “sa quello che ha fatto”. Dopo mesi d’inchieste e interviste, a novembre 2019, il principe Andrew si è ritirato dalla vita pubblica e dagli impegni reali. E a dicembre, in un’intervista alla BBC, ha negato di aver violentato la ragazza. 

In seguito a questi avvenimenti, le persone che vorrebbero l’abolizione della monarchia sono tornate a farsi sentire, riportando in auge argomentazioni mai del tutto superate. La voce più forte, in questo senso, è forse quella di Graham Smith, responsabile di Republic, un gruppo di pressione britannico che chiede l’abolizione della monarchia e la sostituzione del re con un capo di Stato eletto.

 

Le argomentazioni dei repubblicani non sono campate in aria. Secondo loro, la monarchia costituisce un impedimento alla piena realizzazione della democrazia in Gran Bretagna perché cementa il privilegio ai vertici dello Stato e della società. È come se esistesse una sorta di “pedigree” che preclude l’uguaglianza a monte perché alcune persone nascono diverse e migliori di altre. 

 

Anche a livello geopolitico, la Gran Bretagna ha un forte bisogno di ridefinire se stessa. L’uscita dall’Unione Europea, determinata da una maggioranza risicata, ha spaccato in due la popolazione. E l’indipendenza scozzese e l’unificazione irlandese sono ritornate a essere prospettive realistiche. 

 

© Andrew Testa / Panos Pictures / LUZ

 

In questo contesto, soprattutto se il Regno Unito si frammenta in due o più entità, l’abolizione della monarchia potrebbe essere considerata molto sensata, per lasciarsi il passato alle spalle e diventare finalmente una repubblica. Inoltre, anche se oggi è considerato improbabile, le cose potrebbero cambiare dopo la morte della regina. 

National Interest, una rivista conservatrice americana che ci va giù pesante, ha scritto: “Per anni, è stato relativamente facile per la stampa mostrare deferenza ad un’anziana signora. Ma sarà molto più difficile rispettare un uomo (il Principe Charles, primo erede al trono) che una volta si è paragonato a un prodotto per l’igiene femminile, parla con le sue piante, ha interferito negli affari ufficiali del governo, ed è generalmente considerato una figura di divertimento”.

 

Il ritratto abbozzato è ovviamente caricaturale ma il principe Charles, effettivamente, non è una figura molto popolare, e con lui al trono i sondaggi potrebbero capovolgersi. 

 

Anche secondo Mike Pearl, l’abolizione della monarchia non è poi così improbabile. Più difficile e irto di ostacoli è, invece, il processo per arrivarci. 

Tecnicamente, la via legislativa per l’abolizione dovrebbe passare attraverso un referendum. A quel punto, il Parlamento potrebbe approvare una legge, che tuttavia dovrebbe finire per essere ratificata proprio dalla regina. Il monarca, infatti, deve apporre un sigillo di approvazione. Questa cosa potrebbe innescare una crisi e ciò che farà la differenza saranno i termini dell’accordo con cui verrà detto ai reali di ritirarsi. 

Cosa si farà con la Crown Estate, l’insieme di investimenti e proprietà su cui si basa la sussistenza della famiglia reale? Quanti castelli verranno lasciati alla famiglia? Buckingham Palace verrà restituito ai britannici? Queste domande avranno bisogno di risposte poiché immaginare che i reali accetterebbero di andarsene con lo 0% della Crown Estate e senza un soldo in tasca è improbabile. 

Un altro grattacapo potrebbe riguardare gli altri quindici paesi, come Canada e Australia, che riconoscono il monarca britannico anche come loro capo di Stato. Un atto legislativo del Regno Unito non ha valenza in regni stranieri indipendenti. Tuttavia, secondo lui, potrebbe innescarsi una sorta di auto-spegnimento regolato da una clausola delle varie costituzioni. 

Per le casse dello Stato e le tasche dei contribuenti, invece, cambierebbe poco. Ai cittadini, infatti, sostenere la monarchia costa meno di una sterlina all’anno. Le preoccupazioni, piuttosto, vengono rivolte al settore turistico. Un rapporto del 2017 di Brand Finance ha segnalato come, in termini economici, il turismo legato alla monarchia ha avuto una crescita annuale di 550 milioni di sterline, grazie alle visite turistiche alle residenze reali e alle royalty sui souvenir. 

Ma secondo alcuni questi dati non sono comprovati e l’eventualità di un calo del turismo, a causa dell’abolizione della monarchia, è sopravvalutata. Chi è, in effetti, che smetterebbe di visitare Buckingham Palace solo perché non ci vive più la regina? Già ogni estate, quando la Regina Elisabetta II si ritira nella sua residenza estiva, ci sono comunque orde di turisti a invadere Westminster. Anzi, quando la regina non c’è, è persino permesso entrare dentro Buckingham Palace. Nell’ipotesi di un’abolizione potrebbe diventare un museo permanente e attirare molti più visitatori. 

 

© Andrew Testa / Panos Pictures / LUZ

 

Ad oggi, comunque, bisogna rubricarle a speculazioni. Ho chiesto a Marlene Koenig, esperta di monarchia britannica, cosa potrebbe succedere dopo la morte della regina. Mi ha confermato che non c’è molto di cui preoccuparsi: “Charles darà la sua impronta alla monarchia, ma l’attenzione si rivolgerà subito verso William e la sua famiglia, considerati già da tempo come il futuro della Gran Bretagna”. 

Secondo lei, la Monarchia è in salute e le speranze per un’abolizione, al momento, sono praticamente nulle.

 

“Cambierà”, mi ha detto, “Cambia sempre. Cambia con i tempi, così come cambia la società, eppure la monarchia rimane una costante nel Regno Unito” .

 

Robert Lacey, il famoso storico consulente della serie Netflix The Crown, è stato ancora più icastico. “Ci sono più possibilità di abolire il Papato,” mi ha detto, “che la monarchia britannica. Ma il Real Madrid e Netflix dureranno più a lungo di entrambi”. 

 

Foto di copertina © Andrew Testa/ Panos Pictures / LUZ

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