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Verranno a chiederti il mio nome

Il duetto con Achille Lauro, qualche minaccia su internet e la sfiga di non essere riconosciuto: The Andrè e la sua trap d’autore.

di Valentina Ecca

“Ma questo è un genio!”: probabilmente una delle frasi più pronunciate negli ultimi anni guardando contenuti su internet. C’è da dire che riferita a The Andrè può avere il suo senso. Lui è quello che ha deciso di mescolare i testi della trap alla melodia della canzone d’autore: tutto con la stessa identica voce di Fabrizio De Andrè, arrangiamenti acustici credibili e la totale assenza di un volto a cui collegare il progetto.

Era un completo sconosciuto fino a che, nel 2018, pubblicò un video su YouTube dove cantava Habibi di Ghali in versione De Andrè: un milione e passa di visualizzazioni, pubblico in delirio, gente che non capiva se voleva prendere in giro Ghali o De Andrè, ma che condivideva il pezzo. L’effetto di non capire che cosa si sta ascoltando è la chiave vincente che porta The Andrè a diventare un fenomeno del web.

Lo abbiamo incontrato dopo la prima serata italiana di Live Magazine per farci raccontare del primo album, di come sia riuscito a far diventare lo stile di Fabrizio De Andrè una specie di filtro Instagram da mettere su tutte le canzoni e per chiedergli se la gente del suo progetto ci ha capito qualcosa. Spoiler, non ci ha capito molto neanche lui.

Ho letto che il progetto delle cover trap alla De Andrè è nato come un gioco con un tuo amico. Ma diciamoci la verità, era una presa per il culo alla trap: sì o no?
All’inizio era un po’ una presa per il culo perché conoscevo pochissimo la trap, ma più che altro era un modo di capire come funzionasse e come potesse interessare così tanto e a così tante persone. Visto che l’avevano pompata come il nuovo cantautorato ho pensato di metterli insieme per sentire davvero se reggeva il confronto con una musicalità e uno stile diversi dalla trap.

E ha retto il confronto?
È successa una cosa strana.

 

Io volevo ridicolizzare De Andrè, in modo da uscire da un periodo di ascolto compulsivo.

 

De Andrè non è stato ridicolizzato e la trap non si è capito bene come funzionava. È uscita una cosa completamente diversa che non mi aspettavo.

 

The Andrè intervista

The Andrè © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Le correnti di pensiero sono state: prima quelli che l’hanno presa come uno scherzo, poi quelli che ci hanno visto una sorta di nobilitazione della trap, infine quelli che hanno gridato allo scandalo. Quanto ha funzionato il tuo essere democristiano in questo?
Ma di sicuro ha funzionato, io non l’avevo impostata come un’ambiguità apposta, proprio perché non capivo che tipo di musica fosse la trap. Non riuscivo a comprenderla, l’ho cercata di interpretare con una sensibilità diversa. Quindi la mia ambiguità non era preparata, era una cosa naturale da come io vedevo quel genere musicale.

Torniamo un attimo alle origini: come nasce la tua passione per la musica?
Ho imparato a suonare da ragazzino, sulle canzoni di De Andrè sostanzialmente – ma anche su altri tipi di musica – e ho suonato in qualche gruppetto abbastanza sconosciuto, a livello locale.

 

The Andrè intervista

The Andrè © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Invece l’amore per De Andrè?
Era diverso da tutto quello che avevo ascoltato prima, perché tutto quello che si sentiva in casa oltre a tre canzoni di De Andrè, era la musica pop che andava all’epoca, all’inizio degli anni 2000, non una cosa completamente esaltante. Quindi era completamente diverso, per quello mi ha colpito subito.

La cosa che colpisce di più è la capacità che hai di imitare la sua voce alla perfezione. Però non ho capito se lo stai imitando o canti proprio così tu
Io ho una tessitura vocale abbastanza vicina alla sua e visto che ho imparato cantando sopra le sue registrazioni ho acquisito e interiorizzato un po’ la sua maniera. Qualcosa ce l’ho di mio e lo farei in qualsiasi caso, qualcosa lo conosco abbastanza bene da poterlo riprodurre.

 

The Andrè intervista

The Andrè © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Mi racconti il titolo del disco: Themagogia – tradurre, tradire, trappare?
Il titolo è evidentemente un richiamo al mio pseudonimo, ma era un modo di richiamare la demagogia politica, fare i propri interessi facendo finta di regalare qualcosa al popolo.

 

Io faccio i miei interessi – la musica che piace a me – fingendo di dare al popolo la musica trap.

 

Infatti le canzoni che sono dentro al disco sono delle canzoni trap o trash riscritte completamente da capo. Quindi ho tenuto solo i temi principali e qualche riferimento sia nel testo che nella musica. Io fingo di fare una canzone trap come potrebbe essere La danza dell’ambulanza di Young Signorino in realtà sto facendo il genere musicale che piace a me con le parole che piacciono a me.

Come nasce questa riscrittura dei testi?
Prendo delle canzoni che mi suscitano qualcosa, che mi fanno intravedere la possibilità di mettere in luce o di creare dal nulla dei temi che sono profondamente incavati in una canzone e leggendomi il testo mi creo un’idea dell’atmosfera e poi cerco di riviverla con i mezzi che conosco, quindi con una forma di canzone non rap ma più simile alla canzone del Novecento d’autore. Poi ho prodotto anche un paio di canzoni non riscritte. Una è una sorta di riscrittura di un genere intero, si intitola Una canzone indie. Dove ho scritto un pezzo mettendoci dentro tutti i luoghi comuni della musica indie.

 

Un pezzo completamente distaccato dagli altri è Originale, è una sorta di dissing a me stesso in cui racconto la mia storia, come è nato tutto il progetto e come è andata a finire. Spoiler è andata a finire male.

 

Perché è andata a finire male?
E guarda dove mi trovo.

 

The Andrè intervista

The Andrè © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

L’identità è un tema col quale, penso, tu ti sia dovuto confrontare. Perché se all’inizio essere il sosia vocale di De Andrè faceva ridere adesso non rischi di intrappolarti nell’immagine di “quello che imita De Andrè”?
È un rischio che ho sentito da subito e infatti la prima cosa che ho fatto è cercare di non ingabbiarmi nel fare solo le cover alla De Andrè della trap, mi sono mosso verso altri generi. Infatti io ho intrapreso questa via del “traduci e canta” e anche il fatto di non svelarmi troppo è un modo per lasciare quella figura quasi senza volto, la voce di quel personaggio là che non nominiamo, che è vissuto nel secolo scorso.

Racconta De Andrè a un trap boy: che gli consigli di ascoltare?
Oddio… gli consiglieri di ascoltare Crêuza de mä, perché credo che sia più facile concentrarsi sulla musica visto che il testo non è italiano. Quindi è un approccio più facile per una persona che è abituata ad ascoltare più la musica che il testo.

 

The Andrè intervista

The Andrè © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Nei tuoi brani c’è molta ironia ma c’è sempre una nota amara che arriva alla fine, un po’ come i pezzi di quello che non nominiamo. Sei stato influenzato da lui anche nella scrittura

 

Ma la nota amara fa parte della mia natura, io sono molto amaro, penso sempre alla morte, non è uno scherzo.

 

Credo che traspaia il fatto che cerco di portare più del mio dentro le canzoni che faccio e prendere il meno possibile dagli altri.

Detto da uno che si fa chiamare The Andrè è ironico
Appunto! Sono partito prendendo una canzone trap e una musica veramente originale di De Andrè e una voce che somigliava un po’ alla sua e le ho messe insieme. Man mano ci sto mettendo le mie musiche, poi ho messo le mie parole, poi metterò la mia voce… piano piano, una cosa per volta.

 

The Andrè intervista

The Andrè © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Mondo Extra Factor, prima apparizione in tv per te, che esperienza è stata?
Bè ho imparato un sacco di cose, ho imparato a gestire l’ansia dei due minuti. Di solito io sono molto ansioso i primi due minuti di un concerto, poi il resto dell’ora va abbastanza bene. Lì però sono solo due minuti quindi c’era solo l’ansia.

 

Ho imparato a godermi l’ansia di un’esibizione.

 

Ho conosciuto un sacco di persone, ho fatto un duetto con Chadia Rodriguez, uno con Achille Lauro, uno con Nuela – famoso performer di Carote – quindi mi porto a casa un sacco di belle cose.

Qual è stato il duetto che ti è piaciuto di più?
Quello con Achille.

La minaccia più divertente che ti è stata fatta dai fan di De Andrè?
Bè uno mi ha scritto: “So dove abita”, nei commenti. Però non so se l’ha scritto per dire che sapeva dove andare per complimentarsi o se voleva picchiarmi, o derubarmi.

 

The Andrè intervista

The Andrè © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Che tipo di live realizzi e che tipologia di pubblico hai?
Allora ai miei live c’è molta musica, ci sono brevi siparietti tra un pezzo e l’altro ma mi concentro molto sull’aspetto musicale.

 

Il pubblico che viene è abbastanza variegato: diciamo che lo zoccolo duro è quello dei ventenni e trentenni che hanno ascoltato De Andrè e che conosco la trap perché è il suo momento storico.

 

Ci sono anche i ragazzini che ascoltano solo trap, ci sono i signori anziani che ascoltano solo De Andrè e delle volte vengono credendo che sia un concerto tributo a De Andrè. Rimangono sorpresi per i primi tre brani, poi capiscono il gioco e ridono anche loro.

Progetti futuri?
Rendermi conto di dove sono e cercare di portare avanti il mio progetto artistico nel modo più personale possibile.

 

Allontanarmi con molta calma da dove sono partito e cercare di dare una dignità a questo progetto che vuole essere di più di una meteora web.

 

Per il momento l’anonimato è comodo, tranne per qualche teatrino: per esempio fermano il mio turnista per fare le foto e non me che sono lì accanto, oppure esco dai live e nessuna fan mi ferma. Però per il momento rimarrò così.

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