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Leone e i suoi fratelli

L’ingrediente segreto di TikTok: il grande assente in “The Social Dilemma” che fa paura a tutti.

di Federica Avanzi

Forse non sapete chi è Charli D’Amelio: io per questo non vi terrò il muso né tanto meno vi riterrò dei vecchi baggiani che ancora state lì a cliccare sul cuoricino invece che fare doppio tap.

Io, al contrario di vostro figlio o del social media manager supponente o dell* vostr* amic* espert* che vi chiede di uscire solo per umiliarvi un pò, non vi giudico: voi siete normali, voi siete giusti, voi ancora vi interessate alle cose del vostro mondo e solo per questo, la mia stima è incondizionata.

Charli D’Amelio ha circa 120 milioni di follower sui social (30 mln su Instagram e 88 mln su TikTok) ed pare essere una delle persone (perché mentre scrivo può essere successo di tutto, là fuori) con più follower in assoluto: è nata nel 2004, ha quasi 16 anni e ha iniziato la sua carriera nel 2019, facendo casualmente balletti su TikTok, che per ragioni sconosciute ai più, sono stati cliccatissimi; la breve leggenda di questo social incorona lei come la regina dei meme e dei balletti.

Charli è testimonial di Prada, Procter&Gamble l’ha chiamata in una campagna di sensibilizzazione per i protocolli di igiene di questi tempi, e al Super Bowl LIV ha incontrato Jennifer Lopez, sua star del cuore: insieme hanno ricreato la J Lo Super Bowl Challenge, diventata subito un trend – se andate a vederla, dopo 2 minuti viene voglia anche a voi di ri-farla. 

Charli ha una sorella, tiktoker come lei e che si chiama Dixie, e frequenta la Hype House, un collettivo di ragazzi che ha base in una villa in stile spagnolo a Los Angeles (che ovviamente potrete guardare su TikTok, Instagram e Youtube) dove una crew di content creator (sia mai, influencer) vivono insieme e passano le loro giornate: Hype House nasce sul modello di Team 10 House o Vlog Squad, collettivi di youtubers e vloggers famosi su YouTube.

 

© Hossein Fatemi / Panos Pictures / LUZ

 

L’obiettivo dei ragazzi della Hype House, guidata da Chase Hudson (@lilhuddy) e da Thomas Petrou (@petrowtv, ex Team 10 House e youtuber), è quella di incrementare, insieme, i loro follower ovunque ma soprattutto in questa nuovo social, esploso come una bomba davanti a tutti: le cose qui funzionano perché esplodono ed esplodono perché funzionano e questi due ragazzi hanno l’istinto, per trovare cose che funzionano e quindi esplodono.

 

Chad e Thomas sanno che il business di TikTok è, al momento, pesca a strascico: tutti conoscono le regole degli altri social, ma qui ancora non ce ne sono.

 

E non sono nemmeno affezionati alla piattaforma in quanto tale: sostengono che forse sparirà o forse sarà il social del futuro, ma nel frattempo quello che a loro interessa è come polarizzare l’attenzione di chi ci passa ore (minimo, si dice, 3) preparando i contenuti, scalettandoli e dedicandoci il loro tempo, dalla mattina alla sera.

Fare un contenuto su TikTok con Hype House, fa balzare il proprio profilo da 0 a 100 in pochi secondi ed è per questo che celebrities di ogni categoria passano da loro: ma i due hanno anche le idee abbastanza chiare, dichiarano che in futuro quello che vorrebbero fare è divertirsi e scovare talenti e trend, che è un po’ la loro specialità.

Magari, Chad e Thomas, partiti da TikTok, un giorno concorreranno alla carica di Ministri Dell’Intrattenimento nel mondo sempre più centralizzato dei contenuti che verranno; intanto devono superare le polemiche di tutti quelli che nel collettivo si sono sentiti parte attiva nella costruzione della casa e hanno incominciato a rivendicarne la paternità.

 

Che bello non avere ancora 20 anni, ma già chiamare il proprio avvocato e avere milioni di follower inconsistenti come fiocchi di neve.

 

DURA UN ATTIMO

Ma anche chi se ne frega se nella squadra di Hype House un giorno arriveranno Leone e tutti i suoi fratelli, tutti i figli di quelli famosi che non sapendo che fare durante il lockdown, una volta sbarcati su questo social hanno accorciato le distanze generazionali e hanno voluto esserci a tutti i costi, esibendo proli, cani, famigli, ville e fidanzate molto incinte. 

E chi se ne frega anche di dove andrà TikTok, se questa domenica diventerà illegale negli Stati Uniti, oppure se un giorno Mark la acquisirà oppure Elon rientrerà dai suoi viaggi spaziali elettrici con la voglia di farsi un social o se a breve cambierà nome in TikTok Prime.

Vorrei gettare la spugna. Vorrei alzarmi e dire, anche se siamo all’inizio di questa nuova festa, che sono un po’ stanca. Vorrei uscire fuori, nell’autunno appena iniziato, annusare l’aria fresca e sentire l’umido sulla faccia.

 

© Jeremie Souteyrat / LUZ

 

Poi mi ricordo che non posso lasciarvi soli al party al quale io vi ho invitato e che qualcuno deve pur rimanere sobrio. Affretto il passo perché vi riporterò a casa uno per uno, dopo questa lunga notte ubriaca di social media. Ma se abitate oltre Rho – che sta geograficamente agli antipodi di casa mia – vi lascio alla prima fermata buona del pullman, eh.

ARCHELOGIA DIGITALE

Nel 2017 c’era chi, come me, aveva una app sul telefono che si chiamava Musical.ly: era cinese, era divertente, faceva lip-sync, era in sostanza un app di karaoke per teenager. 

 

Ricordo di averla scaricata perché sospettavo che quelli che chiamavano muser non fossero, come me, fan dei Muse – mi sembrava un po’ esagerata tutta quella gente – e volevo capire cosa fosse: muser infatti erano definitivi gli user di musical.ly: mistero svelato, Muse un po’ tristi ma anche loro più sereni.

 

Bene, io e altre persone nel mondo ci siamo svegliati il 27 giugno del 2018 e abbiamo trovato sullo schermo del cellulare una nuova icona al suo posto, TikTok: letteralmente siamo stati traslocati, da una piattaforma ad un’altra, nel giro di una notte.

Ovviamente di Musicall.ly non troverete più nulla in giro – un po’ come quando Twitter nel 2017 chiuse Vine; ma frenate, perché l’app non fu chiusa, eliminata, cancellata, ma con un atto magistrale di quella famosa sovra-iscrizione che vi ho citato all’inizio di questi articoli, fu semplicemente sostituita. A essere sincera non ricordo di aver aderito a nuove privacy o altro: tra l’attonito e il curioso ho subito cercato di capire cosa fosse questa cosa nuova con il logo sfocato e attivato la mia area neuronale che definisco Mode Bertuccia: On – nel frattempo su Twitter, i muser si ribellavano e protestavano, ma ByteDance, proprietaria ormai della piattaforma, pensò chissenefrega si adatteranno – che sarà un po’ la loro cifra stilistica fino ad oggi.

Un bigino sulla genesi di musicall.ly: nasce in realtà nel mondo del bene, con l’intento di creare brevi tutorial educational da pochi minuti, dalla mente di tali Alex Zhu e Luyu Yang; gli investitori iniziali però non credevano sarebbe diventata molto popolare e suggerirono di dare all’app un gusto più giovanile – probabilmente volevano dire più cazzona, ma essendo degli investitori orientali, notoriamente molto formali, optarono per una vox media; nel 2014 fu presentata la nuova release che mischiava musica e social network, Musical.ly per l’appunto. 

Nel 2017 dalla Cina l’app si cominciò ad espandere all’estero e a novembre di quell’anno venne comprata da ByteDance per 750 milioni di euro (che acquisizione da pivelli, dai) e successivamente inglobata in una app di loro proprietà, TikTok, nell’agosto del 2018. 

 

TikTok brucia le tappe e arriva a 1 miliardo di utenti in meno di 4 anni: ma come fa? Con video, di massimo 60 secondi, accompagnati da basi musicali, molti filtri, molte modalità divertenti di montaggio e challenge facili. Fine. 

 

Questa è la formula TikTok, al quale va aggiunto il satanico ingrediente segreto: una volta che vi siete iscritti (anche il numero di telefono va bene), non dovete fare assolutamente nulla, forse giusto spuntare poche categorie di interesse, nessuno sbattimento nel cercare amici o dover pensare “cosa ho voglia di guardare”, niente. L’app parte da sola e vi catapulta direttamente nel flusso dei video, uno dietro l’altro, uno dietro l’altro, uno dietro l’altro…e nel frattempo l’algoritmo capisce cosa vi piace – quindi occhio a soffermarvi troppo su contenuti che non state capendo, perché potrebbero crearsi spiacevoli incomprensioni, tra voi e lui.

 

Il primo giorno su questa piattaforma, anche in assenza di dati ufficiali, mi sento di dire che passerete circa 75 minuti della vostra vita, senza né accorgervene né capirne bene il motivo. Al 76° minuto, qualcuno vi riporterà alla realtà. Se questo non accade, siete fritti.

 

Ah, in tutta questa semplicità di utilizzo, c’è un aneddoto molto interessante: TikTok riesce a destare la preoccupazione dei governi, India e Stati Uniti su tutti.

Come mai?

NON CORRETE CON LE FORBICI IN MANO

Se non avete ancora visto The Social Dilemma, ora è arrivato il momento di farlo: non perché sia un capolavoro ma perché dovete capire con esattezza che mondo ci stiamo costruendo intorno.

Il documentario di Netflix (che è una piattaforma social con un algoritmo bizzarro, che mi consiglia di vedere cose che mi dovrebbero piacere in base a cose che ho già visto senza una logica apparente, visto che non ne azzecca una) si basa su un presupposto molto importante: se tutte queste applicazioni sono gratuite e ci danno così tanta gioia da spenderci molto del nostro tempo, dove pensiamo che sia il loro business? 

Da dove guadagnano i loro soldi, per ingrandirsi, espandersi, migliorarsi? Chi paga gli ingegneri, i designer, la comunicazione, gli avvocati, gli affitti, le agende brandizzate, le caramelle gratis nei distributori o gli assorbenti gratis in bagno?

 

Semplice, il loro business siamo noi e nello specifico i nostri dati e tutto quello che si può fare lavorando nel settore dei dati. 

 

Non è che ci volesse un documentario di neffliss (come lo chiama mia mamma) per prenderne atto, però almeno è servito a fare una cosa a cui incomincio a tenere molto: dare voce ad un sentimento comune per un mondo digitale più a misura d’uomo, con regole e regolamentazioni, dove al guadagno concentrato nelle mani di pochi corrisponda anche un beneficio salutare per la collettività.

 

Io voglio pensare la rete anche come servizio, non solo come strumento – e non è perché sono Alice nel Paese delle Meraviglie, ma perché mi merito come essere umano un po’ più di rispetto.

 

Se anche le mucche sono tutelate da centinaia di contenuti che rivelano le loro condizioni inaccettabili negli allevamento e dai raid degli animalisti di tutto il mondo, forse questo video è il segnale che anche il genere umano può alzare la testa e chiedere di essere tutelato da internet, dal digitale, dai social, e chiedere attivamente a chi lavora all’interno di queste strutture e ai governi che tutti noi non si diventi carne allevata virtualmente e in maniera tossica. 

Io voglio essere domestica, perché voglio vivere in questa enorme casa che è l’universo insieme a voi, ma non voglio essere addomesticata, ingrassata così tanto da non riuscire più a muovere il mio cervello, chiusa nella mia bolla di riferimento e pronta a sgozzarvi se non la pensate come me.

 

© Peter Menzel / LUZ

 

Un peccato è che nel documentario ci sono tanti ex-dipendenti dei social che chiameremo occidentali, ma nessun riferimento a TikTok, che è l’unico che ha destato tutta questa preoccupazione; e il peccato più grosso, anche se non mi stupisce, è che si voglia far passare TikTok come quello poco pulito – forse perché per la prima volta non c’è di mezzo la Silicon Valley e la storia che ci piace tanto sentire di quel gioco che si è trasformato in un impero.

Se il problema di TikTok, oltre allo storytelling, è l’algoritmo – che non si sa come funziona, che sembra molto aggressivo, che ByteDance non vuole svelare nemmeno quel tanto che basta per smettere di farsi rompere le balle da tutti – quindi significa che presupponiamo di sapere con chiarezza come funzionano gli altri, di algoritmi?

Stiamo quindi dicendo, con un drama-telling che a me suona un po’ paraculo, che noi sappiamo o che potremmo ragionevolmente sapere come Facebook, Instagram, Google, YouTube, ma anche Spotify, Alexa, Google Home, Siri, Google Assistant, usano i nostri dati e li capitalizzano? Veramente?! Ma se è dovuto venire in nostro soccorso la versione 14 del nuovo sistema operativo di iOS, per poter sapere, grazie a dei segnali di notifica, se un’app ci sta spiando: cioè per tutelarsi dalla rete, ci facciamo aiutare dai costruttori del pezzo di ferro! 

Non sto in alcun modo difendendo TikTok, sia chiaro, per la quale necessito di un cringe meme per esprimermi al meglio che spero la redazione di Sapiens mi regalerà in questo punto del pezzo; né tanto meno rimango indifferente davanti alla grande diabolica efficacia di questo social, in termini di capacità di drenare il nostro tempo e di interpretare il nostro comportamento: dico solo che l’effetto che mi fa questa paura è come quando ci lamentiamo con i paesi meno sviluppati perché hanno deboli politiche nei confronti delle energie pulite e rinnovabili, visto tutto l’inquinamento che c’è in giro.

Ma chi l’avrà prodotto mai tutto quell’inquinamento lì, se fino all’altro ieri questi paesi si spostavano a piedi o con mezzi animali? Chi?

 

E quindi, dopo che da questa parte del mondo è esistita una società come Cambridge Analytica e nessuno l’ha fermata, ancora vogliamo cercare fuori i responsabili di tutto questo casino?

 

Ma veramente?

 

Come sempre, non siamo romantici: guardiamo il dito e mai la luna.

 

CONSIGLI DELLA NONNA, CHE NON MI AVETE CHIESTO.

No, non vi indicherò come si fa a fare un video su TT né vi rivelerò che l’#neiperte significa che il video venga messo nella sezione dei consigliati e non che la gente è piena di nei.

Vorrei salutarvi con 5 suggerimenti di buon senso, per una gestione social e digital equilibrata:

1) Io non ho mai collegato un profilo ai miei account mail principali. Perché? Boh, istinto. Non so se serve, ma almeno ho eliminato la marea di notifiche in arrivo – ed è così che il mio account secondario è intitolato a Giuseppe Garibaldi e gmail me lo ha elargito senza battere ciglio: gli algoritmi sono intelligenti ma non intelligentissimi.

2) Con lo stesso istinto, non posto mai i volti delle persone che amo e condivido raramente la mia intimità, quella della mia casa o dei posti dove risiedo. Se avessi un figlio, farei altrettanto. Se fossi un avvocato invece, mi porterei avanti per capire come poter difendere in futuro tutti questi bambini esposti sui social come sulla rupe Tarpea, pronti ad essere assaliti dagli haters appena se ne presenterà l’occasione – ora sono troppo piccoli e ancora sotto le ali protettrici dei followers dei loro genitori. Vedo un futuro di figli famosi che faranno causa a madri o padri una volta famosi ma stabilmente sciocchi. Avvocati, per il consiglio che avete appena letto, fanno 100 euro rigorosamente in bitcoin.

3) Se avete solide fanbase, come influencer/creator/tiktoker/etc o come brand, non dovete utilizzare quel numero consistente di persone che vi seguono solo per guadagnare di più, in termini personali: oggi, voi avete un peso sulle spalle che non vi invidio. La responsabilità non è una cosa che potete ignorare. Non potete fare una campagna sulle microplastiche e in camera caritatis approvare il nuovo packaging di plastica; non potete occuparvi di minoranze e non averle rappresentate nei vostri board; non potete contribuire all’impazzata di trend e notizie bislacche per aumentare follower che vi daranno la possibilità di farvi regalare da un brand quel contorno occhi da 300 euro che tanto vi posiziona. Basta, dovete cambiare il vostro parametro, dalla ricchezza personale all’abbondanza di possibilità che avete per rendere migliore il contesto nel quale operate: se non lo avete ancora capito, siete degli sfigati, vivrete da sfigati e morirete da sfigati. Oh, l’ho detto, ma questo sassolino me lo dovevo togliere.

4) Mi informo su internet, leggo i giornali, mi sforzo di guardare la tv, ascolto la radio, mi mancano gli eventi, mi faccio consigliare da chiunque cose nuove e che non conosco (un sito, un profilo, un video): riappropriatevi dell’essere attivi, curiosi, aperti alle novità. Vivi.

5) Io sono un po’ preoccupata per l’ambiente, non so voi. E penso con un po’ di agitazione che ci sono server seppelliti in fondo al mare, che scaldano i miei dati pronti per essere sparati a qualcuno che ha appena comprato il mio modello di comportamento degli acquisti online. Il mio contributo eco-logico per frenare la mia bulimia digitale prevede di pormi spesso la domanda: cosa rappresenta questo gesto – questa url, questo profilo, questo sito? Sto digitando per noia o perché mi serve veramente a qualcosa? Se anche voi come me pensate che occuparsi di ambiente sia una cosa carina e molto cool, tenetevelo in tasca come consiglio.

Non mi sono mai piaciuti i saluti lunghi perché mi commuovo quindi sappiate che è stato bello stare qui. 

Addio e grazie di tutto il pesce. 

 

Grafica in copertina © Agustina Arevalos Mingrone / LUZ

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