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La terza via del male

Perché l’essere umano è così attratto dai cattivi? Valter Tucci dell’Istituto Italiano di Tecnologia prova a rispondere.

di Gabriele Ferraresi

Che cos’è il bene? E il male? Cattivi si nasce? Si diventa? Si può smettere di esserlo? Valter Tucci, 43 anni, da tempo cerca di rispondere a queste domande. Tra le tante strade che poteva percorrere – quella della speculazione filosofica, tra tutte – ha scelto di concentrarsi sulla genetica. 

Dopo una laurea in psicologia e la specializzazione in medicina Tucci infatti ha studiato e fatto ricerca alla Boston University, al M.I.T. e a Oxford, prima di tornare in Italia e diventare Direttore del laboratorio di Genetica ed epigenetica del comportamento dell’I.I.T. di Genova.

Ha riassunto ne I geni del male – uscito ad agosto per Longanesi – il frutto dei suoi studi: dall’origine primitiva del male, alla malvagità che mai come oggi mette in pericolo l’intero genere umano. 

Valter Tucci: quindi cattivi si nasce o si diventa?
Io penso che cattivi si diventi. Questa è sostanzialmente la conclusione del mio libro, non è un problema della mela – l’individuo – o del contenitore – la società – che magari contiene altre mele marce che contagiano quelle sane. Il contenitore può essere anche l’individuo stesso. Durante tutto il nostro sviluppo, fin dalla formazione nel ventre materno, andiamo come individui incontro a una serie di processi biologici che possono influenzare lo sviluppo del cervello e quindi il suo futuro comportamento.

Anche prima ancora di nascere?
Pensa a portare avanti una gravidanza nel corso di una guerra, o per fare un esempio nella storia recente, durante l’attacco alle Torri Gemelle: le donne che si trovavano in quella zona ed erano in gravidanza hanno avuto dei cambiamenti al feto. Gli eventi e i processi dinamici che avvengono durante lo sviluppo dell’individuo poi sono pressoché infiniti e sono sufficienti a influenzare il comportamento. In ogni caso, cattivi si diventa.

 

valter tucci intervista geni male

Il Krampus Festival 2016 a Dobbiaco (BZ) © Stefano Marzoli / LUZ

 

Il tuo libro apre interrogativi filosofici che si collegano al libero arbitrio: se cattivi si diventa si può anche cambiare?
Certo, assolutamente. La scienza – soprattutto le neuroscienze, ma anche parte della genetica – hanno teso negli ultimi periodi verso un determinismo biologico, sostenendo che tutto è predeterminato e che non esiste il libero arbitrio.

 

Se in laboratorio diamo a un individuo il compito di scegliere tra due opzioni abbiamo la possibilità di identificare biomarker che avvengono qualche centinaio di millisecondi prima della sua scelta. Che cosa significa? Per i neuroscienziati sembra suggerire che non siamo elementi liberi nelle nostre scelte. 

 

Tu non sei d’accordo con questa ipotesi?
La metto in dubbio. Secondo me proprio con studi di epigenetica – e grazie all’enorme quantità di informazione che c’è nel singolo neurone – si sta andando verso uno scenario delle scelte sempre più caotico e dove per l’appunto le scelte non sono affatto predeterminate. L’altra cosa importante è che la nostra è una mente biologica, di conseguenza tutto quello che emerge dal nostro cervello, anche la coscienza, è frutto di un processo biologico: quel processo siamo noi.

Film, serie tv, videogiochi: perché il male ancora oggi ci attrae così tanto?
Bisogna fare una distinzione tra essere attratti e preferirlo. Noi ne siamo attratti perché migliaia e migliaia di anni fa abbiamo imparato quanto è importante riconoscere una fonte di pericolo, visto che meglio la riconoscevamo più sapevamo come proteggerci. Io dubito che in situazioni normali il nostro cervello preferisca la violenza alla normalità. Quando c’è una preferenza per la violenza è un caso anomalo, significa tutt’altro.

 

valter tucci intervista geni male

Il Krampus Festival 2016 a Dobbiaco (BZ) © Stefano Marzoli / LUZ

 

Altre leve del male?
C’è la curiosità, che sfrutta la voglia di segretezza che c’è intorno al male, e ancora un altro elemento oggi più importante che in passato: prima non se ne parlava. Fino a qualche decennio fa il male non era un argomento che si affrontava facilmente, non si metteva neanche in discussione: pensa alle violenze domestiche, agli abusi. Manifestazioni del male che non erano mai portate fuori di casa.

 

Era un male che veniva nascosto, mentre oggi del male si parla, lo si butta fuori, e per me è un dato positivo, vuol dire che comincia a farci meno paura. È un modo per proteggerci. 

 

Dominano la scena politica leader che usano per polarizzare il bene e il male e chi è con loro o contro di loro, insomma, molto manichei, almeno a parole. Come mai funziona così bene questo atteggiamento?
Si basa sostanzialmente sul fatto che puntando il male verso gli altri si rinforza la coesione all’interno del gruppo: loro sono i cattivi, noi siamo i buoni, se volete fare parte dei buoni state con noi. È un meccanismo semplice ma che funziona, ha funzionato e funzionerà. L’altra questione è che alcuni dei nostri leader politici ed economici hanno personalità molto particolari, pericolose. Non è più come un tempo, quando l’errore di una persona poteva avere effetti su un gruppo molto limitato di individui, oggi l’errore di una persona a quel livello di potere può influenzare la sorte dell’intera umanità. Dobbiamo stare molto attenti quando eleggiamo chi ci governa. 

Nel successo di questa strategia c’è anche un grande rifiuto della complessità
È vero, infatti negli Stati Uniti sta andando molto di moda – anche partendo da alcuni bravi intellettuali – sostenere che stiamo andando verso il meglio. Perché se tu guardi dal punto di vista delle statistiche in effetti non siamo mai stati così bene: ciò non toglie che anche se il numero di guerre è diminuito abbiamo un potenziale bellico enormemente superiore e molto più pericoloso rispetto al passato. Basterebbe una sola guerra per sterminare l’umanità. È un problema.

 

Tutte queste statistiche positive poi non tengono in considerazione le dinamiche tra i singoli individui, da dove vengono fuori per esempio depressione e disturbi dell’umore che creano sofferenza, disagio e non promettono nulla di buono per il futuro. 

 

Passo indietro: che cosa si studia in un laboratorio di genetica ed epigenetica?
Partiti dalla genetica del comportamento nel nostro laboratorio poi ci siamo allargati allo studio di quelli che sono i meccanismi che influenzano l’espressione di certi geni. Sono meccanismi che provengono dal genoma materno o dal genoma paterno e sappiamo che hanno un’influenza sul funzionamento del nostro cervello e di conseguenza dei nostri comportamenti.

 

valter tucci intervista geni male

Il Krampus Festival 2016 a Dobbiaco (BZ) © Stefano Marzoli / LUZ

 

In che modo i geni influenzano il nostro comportamento?
Per tanto tempo si è pensato a fare distinzione tra la natura dell’individuo e il mondo esterno, l’ambiente. C’era chi sosteneva che alla nascita la nostra mente fosse una tabula rasa, un foglio bianco dove scrivere qualunque cosa, oppure viceversa che fosse tutto già scritto nei nostri geni. 

Invece come funziona?
Sappiamo che esistono dei meccanismi biochimici all’interno della cellula che non modificano il codice dei nostri geni, ma ne influenzano l’espressione. Tutto ciò è epigenetica. Nel mio libro percorro questa “terza via” nello studio del male. È una forma di estensione di quello che è il concetto di ambiente come l’abbiamo considerato finora: è un ambiente biologico all’interno dell’individuo che può modificare attivamente il funzionamento dei geni. La cosa interessante è che questo meccanismo in alcune situazioni può anche trasmettersi da una generazione all’altra violando le regole della genetica classica. 

Millenni fa riconoscere il male – un predatore, un nemico, un pericolo – serviva a sopravvivere. Come abbiamo imparato a distinguerlo dal bene?
Il nostro cervello si è adattato per poter rispondere a determinati stimoli ambientali. Quella che oggi vediamo come “l’attrazione per il male” può nascere da diversi fenomeni. Uno di essi è un meccanismo per cui cambiamenti molecolari nel nostro cervello hanno influito sul funzionamento di alcuni circuiti nervosi, facendo in modo che il nostro cervello fosse attratto dalla fonte di un pericolo.

 

Perché è prioritario riconoscere da dove viene il male. E di conseguenza riconoscerlo per sopravvivere. 

 

Funzionava millenni fa: ci serve ancora oggi?
È abbastanza attuale anche oggi. Magari non dobbiamo difenderci da un leone che vuole sbranarci, ma i pericoli si sono evoluti, si sono moltiplicati, possono essere fisici come psicologici. Si è adattato il nostro cervello, ma anche il male si è adattato.

 

valter tucci intervista geni male

Il Krampus Festival 2016 a Dobbiaco (BZ) © Stefano Marzoli / LUZ

 

Questo adattamento quindi prosegue ancora oggi: cambieremo ancora?
Sì, l’evoluzione non ha una data di partenza e di fine. È un processo continuo, abbastanza dinamico, e non c’è una direzione nel senso in cui le cose migliorano: è semplicemente una forma di adattamento continuo. Sicuramente il nostro cervello continuerà ad evolversi in forme diverse con i nostri geni. 

A un certo punto dici che i geni del nostro cervello sono come Dr. Jekyll e Mr. Hyde
Una vecchia concezione della genetica a un certo punto sperava che all’origine di tutto si potesse associare un comportamento ben definito, buono o cattivo. In realtà non è così: quello che sta venendo fuori è che il funzionamento stesso di alcuni geni può far fare sia delle cose positive che negative.

 

È come Jekyll e Hyde, lo stesso individuo si trasforma. Il gene si trasforma allo stesso modo, ma senza pozione. 

 

Ci sono differenze tra uomo e donna?
Sì, ce ne sono tantissime: il genoma materno è “il leader” della nostra evoluzione, con funzioni biologiche fondamentali per il nostro cervello e per tutti i comportamenti che ne derivano. 

Perché è così importante?
Per esempio nella fase prenatale la comunicazione tra embrione e cervello della mamma avviene attraverso alcuni segnali molecolari della placenta, un organo importante sia per la protezione del feto che come organo di comunicazione. La futura mamma poi ha la capacità attraverso le funzioni del proprio cervello di adattarsi fisiologicamente e dal punto di vista comportamentale alle esigenze del feto. Nel corso dell’evoluzione si è visto che anche la mascolinizzazione del cervello umano dipende molto dal genoma materno.

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