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La contraddizione del diavolo

Da Salvini a Saviano, tra moralismi, moralismo e letteratura d’emergenza: parla Walter Siti.

di Matilde Quarti

Si chiama Walter Siti, come tutti. E, come tutti di prima mattina, apre la porta in pantofole. Il suo salotto è accogliente, disseminato di libri che traboccano dagli scaffali e invadono il pavimento; da una porta alle nostre spalle si intravede la cucina: come tutti, Walter Siti ha il frigorifero ricoperto di calamite.

Eppure, a differenza di questi “tutti” che sto inopportunamente tirando in ballo, quello che ho di fronte è uno dei più celebrati autori italiani viventi. Tendenzialmente estraneo ai grandi numeri, la sua è una scrittura apprezzata più dai critici che dal grande pubblico, con l’eccezione di Resistere non serve a niente (Rizzoli), romanzo vincitore del Premio Strega nel 2013.

Maestro nostrano dell’autofiction, ha esordito – già critico e docente – quando ancora questo termine non era in voga, nel 1994, con Scuola di nudo (Rizzoli). Ho voluto intervistarlo prendendo le mosse da un’altra intervista, di Carlo Mazza Galanti, pubblicata nel volume Scuola di demoni (Minimum Fax) in coppia con quella a un altro grande nome della narrativa italiana, Michele Mari. 

Partiamo dall’intervista che le ha fatto il giornalista Carlo Mazza Galanti e che è stata inserita con quella a Michele Mari nel volume Scuola di demoni. Dopo l’uscita ilLibraio.it vi ha definiti “due poli letterari”, a lei il realismo a Mari il fantastico.
Così è un po’ semplificato, ma, come in tutte le cose semplificate, c’è una parte di realtà. Dico questo perché credo che in ognuno di noi due ci sia anche il suo opposto. Tutto il fantastico di Michele, in realtà ha dentro molta autobiografia – penso a Leggenda privata, Tu, sanguinosa infanzia, Rondini sul filo – e si riferisce a situazioni reali che lui ha vissuto, soprattutto in famiglia. 

 

D’altra parte, anch’io nel mio realismo moltiplico i dettagli perché vorrei che saltasse fuori qualche cosa che ha meno a che fare con la realtà, e più con – non per usare paroloni – “noi nell’universo”.

 

Walter Siti intervista

Walter Siti © Gabriella Corrado / LUZ

 

 

Dicevamo Scuola di demoni: cos’è per lei il demone in letteratura?
È quell’elemento che insinua la contraddizione, che mostra come ogni cosa ha in se stessa il suo contrario.

 

I diavoli che mi piacciono tra quelli della letteratura sono due: uno è quello dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij, che parla con Ivan la sera e che è normalissimo, molto logico. Ha le orecchie a punta ma per il resto non si distingue da un normale intellettuale. L’altro invece è il Mefistofele di Faust, quello che dice: “Il mio compito è di volere incessantemente il male, ma di fare incessantemente il bene”. In quel caso rappresenta il capitalismo nascente.

 

Insomma, il diavolo è sostanzialmente il principio di contraddizione.

 

Spesso alla letteratura viene dato un valore “morale”, ma può essere una strada pericolosa. Non crede?
In realtà io, soprattutto nei primi libri, mi sono sempre considerato un moralista. In quel senso in cui Calvino, quando Arbasino pubblica Fratelli d’Italia all’inizio del ’64, reagisce dicendo: “Ah! Avevamo proprio bisogno di un altro moralista!”. Perché sono libri in cui il principio di corruzione si applica soprattutto nella mente degli individui, nel mio caso con il consumismo e con quella realtà che negli anni ’80 sembrava dominare la società. Era una cosa che mi dava fastidio dal punto di vista etico, e quindi andare a vedere come questi meccanismi funzionavano era per me una reazione – non dico moralistica – ma sicuramente morale. 

 

E invece quando diventa moralistica la letteratura?
Quando si crede depositaria del bene già dall’inizio, e pensa che l’unico suo compito sia diffondere questo bene.

 

L’idea che la letteratura abbia come compito fare del bene mi sembra un impoverimento, perché in realtà può anche fare del male, dipende dalle circostanze. Quindi non è tanto il fatto che la letteratura si occupi della realtà e se ne occupi anche da un punto di vista etico, questo mi sembra quasi inevitabile: è difficile che la letteratura riesca a fare completamente a meno di un principio etico, no? 

No, credo di no.
Penso a Dante Alighieri: non c’è dell’etica nella Divina Commedia? Oppure a Petrarca. E molto difficile pensare che la letteratura possa non avere anche un rapporto etico con la realtà. Ma mi disturba quando questo sembra diventare il suo unico compito, questo sì.

Mi fa un esempio?
Ero a Parigi per una conferenza, ed era uscito una sorta di “remake” del Piccolo Principe che in Francia ha avuto parecchio successo. Non ricordo il nome dell’autore, però il manifesto che c’era su tutti gli alberi del quartiere aveva come claim: “Un libro che ha già fatto del bene a tre milioni di persone”.

 

Ecco: il fatto che di un libro si dica che abbia fatto del bene a molte persone mi disturba, perché credo che così si perda la distinzione tra una letteratura che può essere anche di pessima qualità e una letteratura di buona qualità. Se poi va nelle carceri e aiuta i carcerati, certamente fa del bene, però vorrei che tra questo e Balzac restasse una certa distanza.

 

Walter Siti intervista

Walter Siti © Gabriella Corrado / LUZ

 

Tornando a lei, quando si parla di Walter Siti si parla di autofiction.
Si parlava di autofiction. Non ne faccio più da un bel po’ di anni.

Ma è ancora riconosciuto come uno dei massimi esponente del genere.
Sì, diciamo per una certa pigrizia dei media.

Perché agli albori della sua scrittura ha sentito la necessità dell’autofiction?
Semplicemente perché un altro tipo di narrazione non l’avrei nemmeno scritta, non ne sentivo il bisogno.

 

Non sono nato come un romanziere che si mette lì e inventa delle storie, non ci ho mai pensato. Facevo il critico letterario, ero abbastanza contento del mio lavoro e ho sentito il bisogno di passare dall’altra parte della barricata dal momento che c’erano in me dei nodi irrisolti. Allora a quel punto mi sono detto: “Va bene, per onestà cerchiamo di capire cosa non va”. Solo che si trattava di cose che non avrei potuto scrivere come autobiografia, perché mi sarei vergognato troppo. 

 

Quindi quando ha deciso di cominciare a scrivere?
Me lo ricordo bene, era l’82, dodici anni prima del mio esordio effettivo. È stato a Parigi  che è una città dove vado spesso perché mi sento a casa, mentre girellavo tra Rue Saint-Denis, il Beaubourg e Les Halles, un imbuto pieno di negozi. Era una specie di paradiso della merce, il Beaubourg rappresentava la merce intellettuale e Saint-Denis quella sessuale.

 

Allora mi sono detto: “Sono nel triangolo della merce, e forse i miei desideri sessuali hanno le stesse caratteristiche di questo consumismo”.

 

A quel punto, l’idea che potesse esserci un rapporto tra la mia autobiografia e quello che stava accadendo nella società, mi ha spinto a occuparmene e ho continuato a farlo finché mi è sembrato che effettivamente questi cambiamenti nella società costeggiassero i miei stessi cambiamenti. Fino a Troppi paradisi.

 

Walter Siti intervista

Walter Siti © Gabriella Corrado / LUZ

 

E poi?
Poi questa storia della controfigura è cominciata a diventare ingombrante, quindi ho cominciato pian piano a liberarmene. Questo ultimo libro, che si intitola La natura è innocente e uscirà a marzo dell’anno prossimo, è il primo tentativo che faccio di quello che una volta si chiamava “romanzo verità” o “non-fiction novel”. Racconta due vite vere, con nomi e cognomi, di due persone che adesso hanno poco più di quarant’anni. Uno ha ucciso la madre a Catania vent’anni fa e sta finendo di pagare il suo conto con la giustizia; l’altro è un ex attore porno che ora insegna matematica a La Sapienza. Poi ci sono una decina di pagine finali che di nuovo sono uno sprofondamento nella mia autobiografia, un po’ alla Michele Mari: cioè nel punto in cui dà più fastidio. Mi sono inventato una definizione un po’ buffa, che è quella di “autobiografia appaltata”, come quando si appaltano i lavori. Ho appaltato ai due protagonisti, che hanno quarant’anni, di andare a cercare dove io, a settantatré, non ho più voglia.

 

Walter Siti intervista

Walter Siti © Gabriella Corrado / LUZ

 

Lei prima ha parlato di merce. Come le sembra si siano evoluti i discorsi di classe rispetto al suo passato?
Quando ero giovane si parlava esplicitamente di classi, e questa è già una prima differenza. Eravamo presi nella tenaglia Marx-Freud-strutturalismo, quindi si parlava ancora di classi sociali e di salto di classe. Una cosa che ho avvertito anche autobiograficamente, perché ho effettivamente fatto un salto di classe.

 

Venivo da una famiglia operaia e, grazie alla scuola Normale di Pisa, a un certo punto mi sono trovato a fare una vita più o meno uguale – anche se poi non è mai davvero uguale – a quella di ragazzi che venivano invece dalla buona borghesia.

 

E quindi questa cosa l’ho sentita molto e l’ho sentita in senso positivo, perché ho capito che lo Stato, o comunque la struttura economica dello Stato, mi stava permettendo di fare questa piccola scalata sociale, che credo adesso sia diventata molto più difficile. 

Parla degli anni immediatamente successivi a quelli del “miracolo economico”.
Erano gli anni ’60 – ’70, allora sembrava che la crescita economica non sarebbe mai finita. Da questo punto di vista io ho vissuto la fase buona del consumismo, dopodiché ho cominciato a vederne gli effetti negativi: la deresponsabilizzazione, l’idea di avere una realtà addomesticata, che non corrispondeva di fatto alla “cosa reale”. Perché sotto c’era un nuovo tipo di potere che stava crescendo, le multinazionali, la finanza che stava diventando più importante della politica.

 

Non esisteva più la struttura marxiana a cui ero abituato: improvvisamente c’erano dei ceti che cominciavano a diventare sempre più confusi tra di loro. 

 

Però stava emergendo anche una forte spaccatura tra chi stava ai vertici e tutti gli altri
Alcuni modi di pensare delle borgate romane erano diventati gli stessi modi di pensare della piccola borghesia: avevo la netta sensazione che ci fosse un doppio processo, per cui dal punto di vista di quelle che Marx avrebbe chiamato le “strutture” c’era una forbice che si allargava sempre di più. I ricchi diventavano sempre più ricchi, i poveri diventavano sempre più poveri, il ceto medio stava sostanzialmente sparendo da un lato o dall’altro.

 

Allo stesso tempo, dal punto di vista culturale e consumistico, c’era però l’idea che le merci fossero unificanti, che la stessa t-shirt la potesse comprare sia il ragazzo di borgata sia il figlio del miliardario, e che potessero ascoltare le stesse canzoni, leggere le stesse fanzine. Quindi c’era un’apparente omologazione, mentre la divaricazione di fondo aumentava e la cosa secondo me adesso è arrivata a un punto tale che non è più possibile mascherarla e la società è di nuovo divisa in due parti scarsamente comunicanti. 

 

In che senso?
Ho l’impressione che ci sia veramente poco in comune tra la vita che fa un impiegato o un operaio della periferia di Pioltello, e la vita che fanno i figli dei finanzieri che vengono mandati a studiare a Harvard o a Londra per diventare a loro volta manager. Sono quasi due razze diverse che fanno esperienze diverse. Non è più neanche vero che ascoltano la stessa musica e indossano gli stessi vestiti. 

Lei queste “razze” le ha attraversate, adeguandosi a diversi ambienti e contesti sociali
All’inizio mi sono trovato a essere affascinato contemporaneamente da due cose, e credo fosse abbastanza tipico di una radice piccolo borghese, o, per meglio dire, di una radice socialmente piccolo borghese e psicologicamente non a proprio agio nella propria pelle. Ero affascinato dal sottoproletariato, ma le mie immersioni nella borgata erano dovute al fatto che amavo una persona che viveva a San Basilio. Se non fosse stato per questo, non mi sarebbe mai passato per la testa di andare lì dal centro di Roma, dove vivevo e stavo bene. L’altro strato sociale che mi affascinava e che per me era sempre stato inarrivabile era quello dei “ricchi-ricchi”, dei nobili,  strato che a Roma non sono riuscito a conoscere, perché non avevo gli agganci giusti. A Milano, invece, stranamente è successo, per cui ora sono amico di un ex gestore di un hedge fund, che è uno che marcia a cinque-sei milioni l’anno di rendita, o di una signora di nobile origine, che è stata la moglie di Falck e poi di Cairo. Conosco i due estremi della scala sociale, un po’ meno la classe media perché mi sembra di conoscerla già di mio, nel senso che è quella a cui appartengo. 

 

Walter Siti intervista

Walter Siti © Gabriella Corrado / LUZ

 

E in letteratura?
Sono sempre stato affascinato dai romanzi – o dai cicli di romanzi – che si occupano di classi sociali.

 

Mentre una volta avrei detto Proust e Dostoevskij, che ho letto di più da ragazzo, oggi il mio autore di riferimento è Balzac, che da un certo punto di vista rappresenta l’idea che la letteratura sia anche una specie di scandaglio, che si muove in su e in giù, e vede tutti i mondi e tutte le classi.

 

È un’idea che mi piace molto. Tra l’altro ho scoperto che siamo nati lo stesso giorno, io e Balzac, il 20 di maggio, mi è sembrata quasi una forma di adozione.

Nella sua scrittura, invece, quanto c’è di politico?
Mi sembra molto. Molto, perché non riesco a sganciarmi dalla contemporaneità, non riesco a mettere in cantiere storie di pura invenzione. Non ne sono proprio capace, quindi parto sempre dalla cronaca, o comunque da situazioni sociali contemporanee. Come la perdita della realtà di molti fatti culturali. Una volta mi interessavo alla capacità di imbonimento della televisione, che è qualcosa che non può non essere politico, perché ha a che fare con l’assetto sociale e influisce sul ragionamento delle persone.

 

Quando dico “politico” lo intendo in senso largo: mi interessa poco quella che in Francia si chiama la politique politicienne: i partiti, gli screzi, ciò che accade al governo, eccetera. Non mi interessa seguire gli andirivieni della politica, perché sono ormai talmente frequenti e veloci che non ne avrei neanche il tempo.

 

Per fare un romanzo mi servono tre o quattro anni, e in questo tempo ci sono talmente tanti rivolgimenti che se l’anno scorso avessi per esempio cominciato un libro su Salvini, adesso lo dovrei riscrivere.

Però nell’intervista di Scuola di demoni ha identificato Salvini come un problema del nostro paese: forse sotto questi cambiamenti frenetici c’è qualcosa di più lungo periodo?
Certamente. Quando avevo vent’anni le democrazie liberali e le socialdemocrazie del Nord Europa erano considerate ormai un dato assodato dell’Occidente. L’impressione era che non ci sarebbe mai stato il rischio che sparissero e, semmai, il problema era nel rapporto tra queste democrazie e altre zone, come la Russia o il Sud America. Quindi ci si chiedeva se avesse senso “esportare la democrazia”, come si diceva una volta, oppure se era qualcosa che portava solo a guerre inutili.

 

Il rischio che vedo adesso è che invece queste democrazie siano prese in una tenaglia, da due parti in contrasto l’una con l’altra ma entrambe contro la democrazia. 

 

Me lo spiega?
Da una parte c’è il meccanismo finanziario, che è ovviamente globale e multiculturale, e che cerca di abolire il più possibile le differenze tra i vari paesi.

 

Un “mondialismo”, chiamiamolo così, per il quale le singole democrazie non hanno particolare importanza perché l’importante è che la gente consumi e che i soldi continuino a circolare.

 

Quando sono stato a Dubai, per esempio, mi sono reso conto che effettivamente la gente stava economicamente molto bene: le banche di Dubai stanno riciclando la finanza di mezzo mondo, ma di democrazia nessuno ne parla e quello che decide lo sceicco è legge. Quindi ci può essere sviluppo senza democrazia, mentre una volta si pensava che fosse la democrazia a garantire lo sviluppo, e che i posti dove questa mancava finivano poi in crisi economica, come era successo alla Russia prima dell’89. 

E dall’altra parte?
Dall’altra parte, in reazione a questo, ci sono i sovranismi, che a loro volta inevitabilmente spingono verso soluzioni di tipo autoritario. Ho l’impressione che ci siano spinte di vario tipo che logorano quella che io ero abituato a considerare la nostra democrazia occidentale, anche, devo dire, da un punto di vista culturale.

 

Perché la democrazia liberale si fonda sull’individuo informato, mentre adesso, anche con l’economia dei social network, gli individui sono sempre meno individui e sempre più massa, sempre meno informati. L’informazione è solo apparente nel meccanismo delle echo chamber: ognuno vede solo quello che vuole vedere e parla con quelli che la pensano come lui. 

 

Walter Siti intervista

Walter Siti © Gabriella Corrado / LUZ

 

Questo tipo di interconnettività sta influenzando anche il mondo editoriale. Lei come la vive?
Il mio editore, che è Rizzoli, mi tratta in modo un po’ diverso rispetto agli scrittori più giovani. Un po’ perché mi danno carta bianca, mi lasciano scrivere quello che voglio, ma anche perché mi fanno poco editing e non insistono nell’entrare massivamente in quello che scrivo. Insomma, si fidano, ma al contempo poi si accontentano anche di poche vendite, e quindi quando presentano i libri ai librai sanno già che non avranno risultati eccezionali – tranne in occasione dello Strega, che evidentemente è un’eccezione. Quindi come scrittore non entro nel meccanismo, che invece adesso mi sembra sia molto comune, di trovare una persona con il look giusto, cucirgli un libro addosso – magari facendosi aiutare da qualche editor – fare il grande lancio, bruciare il libro nei primi due mesi d’uscita e dopodiché fregarsene. Rispetto a questo sistema sono contento di essere un po’ preservato. 

 

E nel personale?
Ho deciso di non essere sui social.

 

Ho un account Facebook solo perché me l’ha fatto il mio compagno, ma non ci scrivo mai niente perché ho paura che poi la gente lo legga… mentre mi hanno spiegato che è il contrario: uno dovrebbe scrivere sperando di essere letto. Ogni tanto vado a vedere quello che hanno pubblicato gli altri perché mi incuriosisce, però non ho mai digitato niente se non i ringraziamenti per gli auguri di compleanno.

 

Ho anche un account Twitter: so che ho 1200 follower ma non ho idea di cosa vedano, perché non ci sono mai andato. Mi seguono sulla fiducia. 

 

Alla luce di quanto ci siamo detti, in che direzione le sembra stia andando la letteratura?
Mi preoccupa molto, come ho provato a dire anche nel saggio che ho scritto su Saviano (Preghiere esaudite. Saviano e l’abdicazione della letteratura, ndr). Tra l’altro mi è arrivata la notizia che Saviano dirigerà una collana per Bompiani che si chiamerà Munizioni, su libri di giornalisti d’inchiesta in situazioni d’emergenza, quindi in cui la letteratura serve per dire cose che il potere non vuole che vengano dette.

 

Una funzione di resistenza – molto utile, naturalmente – che c’è sempre stata e per fortuna c’è ancora, però non credo che tutta la letteratura si possa riassumere in questo.

 

Non credo che le situazioni di emergenza permettano di verificare tutta la profondità di cui è capace la letteratura, perché è chiaro che se ti manca il pane vuoi il pane e non puoi stare a vedere quali sono le contraddizioni nel tuo desiderio, perché sembrerebbero questioni di lana caprina. Invece non è meno importante, anche dal punto di vista politico, raccontare quello che accade nella testa delle persone in tempo di pace: l’indolenza, la tentazione al compromesso, il quieto vivere.

 

Quello che la letteratura fa è cercare di capire sui tempi lunghi come sentimenti come l’odio, la gelosia, l’invidia lavorino. Ma lo fa prendendosi il suo tempo, e schiacciarla sull’emergenza non è utile.

 

Così facendo si rischia di intrappolarla tra una letteratura superimpegnata con la cronaca come centro da cui parte tutto, e una letteratura di puro intrattenimento, fatta per leggere due ore sotto l’ombrellone in estate. 

Insomma le sembra che la letteratura stia andando in questa direzione
Mi sembra si stia divaricando in questa doppia direzione, a discapito di una letteratura che ci mette del tempo a mostrarsi ma poi lascia uno strascico lungo, perché è fatta di spessori, di ambiguità, di ambivalenze. L’esempio che faccio sempre è quello di Madame Bovary: è lei che si fa montare la testa dai romanzi francesi e vuole l’amante a tutti i costi e il marito è l’unico che la tiene con i piedi per terra perché le vuol bene, oppure è il marito a essere un gretto borghese che fa rumore quando mangia il brodo e lei l’unica che pensa un po’ in grande e ha degli ideali? Tutte e due le cose insieme in realtà. Don Chisciotte è un matto o un idealista? Evidentemente tutte e due le cose. Questa ambiguità, questa contraddizione su cui si basa la letteratura, non può esistere sulle barricate. 

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