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Si stava meglio quando c’era ER

Da Er e The Office, ai Millennial e il lockdown. Cosa ne sarà del workplace drama ora che il lavoro cambia, o non c’è più?

di Paolo Stradaioli

La televisione, molto più del cinema, è alla costante ricerca di un’immedesimazione nella sua audience. Dai pomeriggi su Canale 5 con Uomini e Donne, all’ultimo episodio di Game Of Thrones, quando un pubblico decide di sintonizzarsi su un determinato programma, deve essere, anche solo in minima parte, rappresentato da quel programma. 

I May Destroy You è una serie creata da Michaela Coel e uscita di recente per HBO e BBC One che racconta la vita di Arabella, una ragazza londinese vittima di stupro in cerca della sua dimensione dopo un evento così traumatico. A livello lavorativo, la protagonista viene definita sulla pagina inglese di Wikipedia della serie come “a Twitter-star-turned-novelist”. Gli altri due personaggi principali sono un’attrice e un insegnante di una qualche disciplina di fitness musicale (simil Zumba). La serie non parla del lavoro di una scrittrice/twitstar, però è una delle migliori serie che indaga nel profondo i sogni, le aspirazioni, le ansie, le paure e le contraddizioni della generazione millennial, tra sessualità, visibilità, femminismo, relazioni e impegno sociale. Per fare ciò, l’autrice (che ha scritto la serie utilizzando anche una componente autobiografica) ha scelto tre occupazioni perfette per rappresentare la generazione che sta raccontando, non mostrando quasi mai i personaggi in un contesto lavorativo. Anche perché, oggettivamente, quanti under 35 al momento fatturano grazie ai propri tweet?

 

 

La televisione deve necessariamente essere in linea con le istanze della contemporaneità, di conseguenza, in un mondo che al momento sta affrontando la più grande crisi economico-sanitaria del secolo, per una generazione che è al suo secondo crack economico (e quindi sociale, e quindi emotivo) nel giro di una decina d’anni di età adulta, come può la televisione rappresentare il mondo del lavoro dei millennial e della generazione successiva?

La domanda potrebbe sembrare pretestuosa, eppure, il workplace drama – il genere televisivo che racconta storie che si svolgono per la maggior parte del tempo sul posto di lavoro – ha da sempre dominato i palinsesti della televisione mondiale, portando sullo schermo gioie e dolori di noi, di tutti noi, o almeno di tutte le persone che si svegliavano la mattina alle 7 e tornavano a casa alle 18, dopo l’ennesima giornata passata a timbrare il cartellino. 

“Se il luogo di lavoro fosse completamente idealizzato in televisione, non ci potremmo identificare. Invece siamo tirati dentro da questo senso di vedere qualcosa di simile rispetto a quello che affrontiamo noi; non siamo soli. Ci dà un senso di appartenenza e inclusione”. 

Le parole sono della psicologa del lavoro Christine Allen, su MarketWatch, la quale esamina le ragioni per le quali ci piace guardare le serie tv che si svolgono in un ambiente di lavoro.

 In effetti, la storia di queste serie è particolarmente felice a partire dagli anni ‘70, quando sulla CBS appare The Mary Tyler Moore Show, un prodotto che secondo Newsweek ha addirittura salvato il genere della sitcom e che senz’altro ha dato il via a un genere prolifico come quello del workplace drama. La serie parla di una donna non sposata, alle prese con la sua carriera da produttrice associata nella redazione di un telegiornale a Minneapolis.

 

Come è ben sintetizzato su Newsweek, prima di allora la cosa più simile a una serie ambiente sul posto di lavoro era Star Trek. 

 

Per la prima volta gli americani e le americane si accorgono che non hanno bisogno di fughe nella fantascienza o di rimandi al Vietnam o ad altre guerre, ma godono nel vedere le vicissitudini di tutti i giorni sceneggiate in maniera migliore rispetto a quello che concede la vita reale. La carriera era l’architrave sul quale si reggeva la vita di un uomo dopo il college e iniziava a esserlo anche per un numero sempre maggiore di donne, di conseguenza la televisione doveva parlare a questo pubblico, un pubblico che finalmente poteva ridere o empatizzare con le disgrazie altrui, che poi non erano altro che le proprie. Le serie tv workplace hanno iniziato a esorcizzare la morale calvinista che regola la dedizione lavorativa occidentale, e da Mary Tyler Moore in poi, il luogo di lavoro era qualcosa per il quale valeva la pena ridere, piangere, affezionarsi o comunque provare qualcosa che non fosse il semplice adempimento di un compito richiesto dalla società.

 

 

L’arena lavorativa viene quindi proiettata come luogo di conflitto al quale appassionarsi e la nascita di un nuovo genere spinge gli addetti ai lavori a individuare quali potrebbero essere le arene più stimolanti per questo tipo di racconto. Ogni prodotto narrativo necessita di una posta in gioco: più alta è meglio è.

 

I luoghi di lavoro dove si trovano queste caratteristiche sono, principalmente, gli ospedali e i distretti di polizia, dove appunto, si può immaginare che ad ogni puntata la posta in gioco possa essere connaturata dal salvare le vite proprie o degli altri. 

 

Nel 1981 esce – per la NBC – Hill Street Blues, una serie che si concentra su un distretto di polizia in una città fittizia ed ha come protagonista un capitano divorziato (con la sua ex moglie che lavora nello stesso distretto) ed ex alcolista. Alla fine saranno sette stagioni e 98 nomination totali agli Emmy. Non solo il pubblico si riconosce in quello che vede, ma anche la critica si accorge che il workplace drama, forse più di tutti gli altri generi, permette un movimento narrativo centrale nelle storie: l’intrecciarsi di conflitto interno e conflitto esterno. Il luogo di lavoro diventa la scusa per portare i personaggi a innamorarsi, a litigare, a crescere, il tutto mentre cercano di risolvere un caso importante o stanno salvando la vita a un paziente.

 

Un anno dopo Hill Street Blues, infatti, sempre la NBC manda in onda il pilota di St. Elsewhere, una serie ambientata in un ospedale nel South End di Boston, che presenta al pubblico il sottogenere che vedrà un successo mostruoso e copiato a tutte le latitudini: il medical drama.

 

Di nuovo, come fai a non empatizzare con un medico che ha appena seppellito suo padre e adesso sta somministrando dei farmaci palliativi a una donna con un cancro al seno?

Questi due prodotti diventano dei modelli. La grossa novità sta proprio in questo modo di intrecciare la verticalità della singola puntata (paziente da curare, caso da risolvere, etc.) con l’orizzontalità dei personaggi, in continuo mutamento sia nell’ambiente di lavoro che nelle dinamiche personali, con i colleghi, con la famiglia, alle prese con le relazioni sentimentali.

Ormai questo modo di fare serialità è stato interiorizzato più o meno da chiunque, però al tempo non c’erano così tante strutture narrative con una scrittura capace di far quadrare sia il caso di puntata sia la crescita coerente del personaggio. 

 

Il difetto principale di questo tipo di televisione, era principalmente legato al fatto che, per quanto ci potessero essere degli ostacoli, per quanto i protagonisti potevano prendere delle decisioni discutibili, alla fine i buoni vincevano sempre. Le istituzioni vincevano sempre, l’America ne usciva indiscutibilmente bene. Poi è arrivata ER.

 

Creata nel 1994 da Michael Crichton, la serie è ambientata nel pronto soccorso di un ospedale di Chicago, ma i buoni non vincono sempre. I buoni sbagliano, i buoni soffrono, i buoni rinunciano, i buoni non esistono. ER è il primo show con al centro delle persone comuni che però sono davvero così; sono fallibili, sono egoiste, sono frustrate. Alla fine saranno 15 stagioni, 331 episodi e 124 nomination agli Emmy.

 

 

Il medical drama era ufficialmente entrato nell’olimpo della televisione commerciale, il workplace drama era il cappello sotto il quale rappresentare nel modo più tridimensionale le vicissitudini “dell’uomo comune”.

 

Non c’è nessun eroe, non c’è nessun malvagio da sconfiggere, al centro ci sono le persone e la loro difficoltà ad arrivare a fine giornata per colpa di un lavoro massacrante, di un fidanzato geloso, di una sorella spiantata o di un amico sfigato che è diventato famoso.

Le serie workplace diventano lo scenario perfetto per far emergere i migliori autori e le migliori autrici nel panorama televisivo, perché, fondamentalmente, si tratta di sceneggiature piene zeppe di dialoghi, con tanti personaggi che devono avere una propria voce, una propria caratteristica e ogni volta devono interagire con persone diverse per risolvere i propri problemi o quelli che incontrano sul luogo di lavoro. 

The West Wing e Mad Men per la versione drama, The Office e 30 Rock per la versione comedy. Questi quattro titoli rappresentano il culmine dell’esperienza televisiva di uno show creato intorno a un determinato luogo di lavoro. C’è veramente di tutto, a partire da una magistrale caratterizzazione dei personaggi, passando per una scrittura sopraffina, fino ad arrivare all’esposizione di tematiche che sarebbe molto complesso (e forse meno credibile) raccontare in una serie televisiva con un altro setup. 

 

 

Un altro grande merito dei workplace drama, infatti, è quello di non accontentarsi di raccontare il presente. L’idea è sempre quella di esporre in maniera credibile una situazione per poi ribaltarla, spingerla oltre, cercare di “imboccare” la realtà verso un mondo che sia effettivamente un po’ più radicale e visionario. The Office è esattamente questo: l’iperbolizzazione di un luogo di lavoro malsano dove il cameratismo, la battuta facile e lo stipendio di fine mese dovrebbero bastare a rendere una persona felice. Serie scritte in modo così satirico mostrano quanto sia assurdo continuare a pensare che il mondo rimanga, grosso modo, sempre lo stesso. Un esempio diverso, ma simile nelle intenzioni, c’è in The West Wing, dove il presidente democratico degli Stati Uniti nomina un giudice ispanico alla Corte Suprema dieci anni prima che Sonia Sotomayor diventi la prima persona di origine ispanica a ottenere quella nomina sotto la presidenza Obama. 

Con lo sdoganamento di un certo tipo di linguaggio in televisione, ci si accorge che il luogo di lavoro – che sia l’ala ovest della Casa Bianca o un’azienda sperduta nel nulla che si occupa di cartoleria – è l’arena migliore per dipingere un’umanità il più possibile eterogenea che affronta di petto i temi della contemporaneità. Per assurdo è proprio una serie come Mad Men, uscita nel 2007 ma ambientata tra gli anni ‘60 e ‘70, a raccontare in maniera ineccepibile qualcosa del nostro tempo mostrando i cambiamenti sociali avvenuti in quel periodo e giocoforza evidenziando le contraddizioni che ancora ci caratterizzano nonostante i decenni trascorsi. 

E oggi? 

Uno degli ultimi prodotti ad ambientazione workplace che è riuscito a farsi apprezzare da critica e pubblico è stato Silicon Valley, una satira sulla cultura che caratterizza la più famosa macroarea tecnologica al mondo. Uscita nel 2014, di sicuro intercettava la necessità del pubblico di vedere smontato il paradigma stevejobsesco dell’idea di successo e riusciva a parlare a un pubblico che di smartphone, algoritmi, startup, continuava a sentir parlare con incredibile trasporto e coinvolgimento, magari ignorando le innumerevoli contraddizioni che attraversano un luogo dipinto come un parco della Disney, ma molto più simile a un paese dei balocchi dal quale se ne esce emotivamente (e spesso anche economicamente) dissanguati. 

Bello, ma adesso che facciamo? Alla crisi del 2008 si è aggiunta la crisi tutt’ora in corso legata al coronavirus. La fetta di popolazione teoricamente più innovativa (tra i 20 e i 35 anni) ha fatto fatica a entrare nel mondo del lavoro e una volta avvenuto il salto si è ritrovata con un altro crollo socio-economico che contraddistinguerà, in termini di abitudini e modalità di consumo, il futuro della nostra società.

 

La fetta di popolazione di cui si parla, tra l’altro, è la fetta di pubblico più affezionata alla televisione OTT e dal momento che una parte sempre più consistente del mercato viene occupata da Netflix e colleghi, sorge spontanea una domanda: avrà ancora senso parlare di workplace drama?

 

“Secondo me sì, è solo un sottogenere come un altro, in fondo. Magari adesso, in quest’epoca l’arena lavorativa tira meno rispetto a quella teen ad esempio, ma tra tre anni potrebbe tornare in auge. Dal punto di vista dei contenuti il workplace drama seguirà inevitabilmente le evoluzioni/involuzioni del lavoro, questo sì. Quindi magari il prossimo sarà sui precari di Glovo o sui raccoglitori di pomodori pagati una miseria”.

Questo è il parere di Aaron Ariotti, sceneggiatore e docente alla Scuola Holden di Torino. Chiaramente inventarsi un workplace drama in uno studio di avvocati, o nella redazione di un giornale, o in un ospedale, è incredibilmente più facile a livello narrativo di provare a raccontare un’arena lavorativa come può essere quella di un rider o quella di un impiegato che affitta spazi di coworking per non lavorare a casa da solo. Al netto di soluzioni narrative, l’idea che siamo in un periodo nel quale il workplace drama non rappresenti le persone che guardano la televisione cosiddetta premium, ha di certo cittadinanza. Agli ultimi Emmy, tra le 16 serie nominate come migliore dell’anno (8 comedy e 8 drama), forse soltanto Succession può essere fatta ricadere a fatica sotto il cappello del workplace drama.

 

L’arena del luogo di lavoro non scomparirà del tutto, perché continueranno a esistere ospedali, studi di avvocati e distretti di polizia, ma poi? La pandemia e il conseguente lockdown hanno fatto fare all’esperienza lavorativa un balzo avanti di almeno dieci anni.

 

Ci si è resi conto che tante mansioni si possono svolgere da remoto, che non serve pagare affitti monstre in centri cittadini affollatissimi per battere al computer, che il tempo risparmiato per spostarsi è tutt’altro che ininfluente, che il lavoro, per come lo conoscevamo prima del Covid-19, non ha più senso. Il workplace drama, come detto, è uno dei generi che più riflette e analizza i temi della contemporaneità, ma per proporre un prodotto originale e in linea con l’immaginario millennial del mondo del lavoro, dovrà traslare gli elementi narrativi che ne caratterizzano l’efficacia (forte verticalità, commistione tra pubblico e privato, dialoghi efficaci, arco dei personaggi credibile e in continuo aggiustamento) in delle arene ancora mai esplorate dal genere. 

Un buon esempio in questo senso è The Morning Show, la serie più di successo fino a questo momento lanciata da Apple TV+, che racconta le vicende di un popolare network televisivo che trasmette un seguitissimo show del mattino. La storia inizia quando il conduttore del programma viene pubblicamente accusato di abusi e molestie sessuali nei confronti di una redattrice. La serie è chiaramente un workplace drama, c’è un buon mix tra verticalità e orizzontalità nella narrazione seriale, ci sono dei personaggi chiari, dei dialoghi molto efficaci e un intreccio tra questioni lavorative e drammi personali dosato quasi alla perfezione. Quello che rende questo show veramente efficace, però, è il fatto che esplora un tema ipercontemporaneo, parla a un pubblico che ha familiarità con il #metoo e con tematiche come il gender pay gap e il giustizialismo da tastiera.

 

 

L’identificazione con il pubblico è riuscita, adesso la sfida è quella di continuare in questo solco cercando di portare sul piccolo schermo i temi e le istanze di un pubblico estremamente diverso da quello anche solo di quindici anni fa.

 

Il lavoro di Arabella, scrittrice/twitstar, non può essere rappresentativo di una generazione. I suoi drammi, d’altro canto, sono assolutamente quello di cui la televisione deve parlare al pubblico contemporaneo. Tra i dieci lavori più richiesti dai millennial, secondo un articolo di un anno fa di CNBC, ci sono professioni come software engineer, data analyst, data scientist, software developer, project manager, tutte occupazioni esplorate poco o per nulla dalla televisione, un po’ per la loro novità nel panorama lavorativo, un po’ per la difficoltà nel creare situazioni drammaturgiche accattivanti con un setup totalmente alieno a chiunque non faccia un lavoro simile. Il workplace drama è un genere che ha spinto in avanti la televisione, in termini di rappresentazione, di tematiche trattate, di qualità di scrittura. La speranza è che possa continuare a farlo, tornando a innovarsi e a cercare di intercettare le esigenze della contemporaneità da esprimere sullo schermo.

 

Foto di copertina  © Anja Lehmann / VISUM / LUZ

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